Il Parrozzo

Di Matilda Colarossi

Salì in treno e cercò uno scompartimento vuoto. Rifletté un attimo sulla direzione che avrebbe preso e si sedette dando le spalle alla locomotiva, vicino alla finestra.

Gli piaceva vedere la città mentre si allontanava. Guardò la stazione e dovette ammettere che era bella. Ventinove anni per costruirla, pensò amareggiato. Era la parte della sua natura meridionale che lasciava volentieri indietro.

Fuori della finestra un signore non più giovane con un berretto logoro calzato in testa nonostante il caldo, gli faceva cenno con la mano. Tirò giù il vetro e si sporse fuori leggermente. L’uomo reggeva una scatola da scarpe legata con un nastro azzurro, in alto, sopra la testa.

“Meno male che ti ho trovato! Ti sei scordato il pacco di tua madre. Tieni, ‘papà’*, sono calzoni con la ricotta e il pecorino come piacciono a te. Ho dovuto fare una corsa per raggiungerti. Ma non l’avevi vista la scatola? Era proprio sopra la valigia. Ho fatto una corsa: ho il fiatone, scusami.”

“Grazie papà”, disse allungandosi per togliergli la scatola.

Il vecchio gli sfiorò appena la mano ma la ritrasse subito, visibilmente imbarazzato.

“Niente, niente, figurati. Tua madre ci ha messo pure un piccolo parrozzo per il Dottor Martini. Ti ricordi che avevi detto che gli piaceva?”

“Ho detto che era l’unica cosa che conosceva di Pescara.”

“Come dici?”

“Ho detto che glielo darò, papà.”

“Senza fretta quando rientri in ufficio.”

La parola ufficio uscì dalla bocca dell’uomo scandita, quasi con reverenza. Era orgoglioso di questo figlio che aveva lasciato la terra per studiare, come avrebbe voluto fare lui a suo tempo.

“Si…quando lo vedo.”

“E’ da parte di tua madre. Da parte mia solo tanti saluti. D’accordo? Ricordatelo.”

Il padre non conosceva il signor Martini ma lo considerava un membro della famiglia perché aveva trovato una sistemazione al suo ragazzo. Anche se l’aveva portato via a Milano e non capiva perché non si potesse fare l’interprete a Pescara. In ogni modo, un buon posto era sempre un buon posto e il Dottor Martini era stato così gentile ad assumere il suo ragazzo senza neanche una raccomandazione.

“Hai visto che stazione?” Fece un gesto ampio con il braccio come un presentatore che introduce la prima donna.

“Ha la tua stessa età ma è sempre nuova. Marmo di Carrara! C’è perfino la scala mobile, hai visto? Pure Pescara cresce! Tra poco sarà come la tua Milano. Beh, stai attento. Quando arrivi chiama.”

“Arrivederci, papà.”

“Siediti, siediti che è salito il capotreno. Ricordati di chiamare quando arrivi, sennò la mamma si preoccupa.”

Il ragazzo chiuse il finestrino, mise la scatola sopra la valigia e si sedette.

Il padre stava fermo fuori con il berretto logoro calzato in testa. Guardava l’orologio, poi il treno, poi l’orologio. Quando sentì il fischio un sorriso gli illuminò il viso, e fece cenno al polso.

“Perfetto orario”, diceva la sua bocca mentre il treno singhiozzava in avanti, “chiama, ricordatelo.”

Il figlio accennò un saluto con la mano. Il padre diceva gesticolando, chiama.

Appoggiò la testa e chiuse gli occhi, aspettando che il padre con le sue premure si allontanasse da lui, come pure la città che odiava.

Quando uscirono dalla stazione, aprì gli occhi. Il treno passava dietro le case, tra i panni stesi e i giardinetti malconci pieni di gatte gravide, rubando tratti di vita da finestre spalancate, dove uomini in canottiera mangiavano soli davanti a ballerine mezze nude di programmi pomeridiani. Ogni tanto un bambino da dietro le sbarre di una terrazza faceva smorfie e gestacci, la bocca sporca di sugo.

Appena usciti dalla città i binari costeggiarono il mare dando una dimensione surreale alla corsa: la brezza salata arrivava fin dentro la carrozza e le onde schiumose schizzavano il vetro mentre il blu intenso riflesso illuminava lo spazio nel vagone gettando lunghe ombre. Qualche bagnante coraggioso giaceva mezzo nudo sulla ghiaia fredda offrendo come sacrificio le proprie pallide bellezze. Solo allora, quando l’aria di mare gli riempiva i polmoni si svegliavano in lui i ricordi dei tempi lontani. Alzò gli occhi e vide la scatola di scarpe, la prese, sciolse il nastro e l’aprì.

Avvolto in carta da pasticceria, sicuramente riciclata, c’era il parrozzo. Un biglietto diceva: Egregio Dottor Martini, Auguri di Buona Pasqua.
Scrutò la scatola piena di calzoni. Sul lato, una busta con il suo nome scritto nella calligrafia incerta della madre attrasse la sua attenzione.

 “Caro figlio, siamo orgogliosi di te” diceva il biglietto; accanto, un ritaglio di giornale ingiallito con una foto di gruppo. Una freccia in matita rossa indicava la sua testa sfocata tra tante altre ad un congresso d’industriali italiani a Francoforte. La rigirò nelle mani – da dove diavolo veniva? La didascalia era in tedesco. Forse era opera della zia o della cugina. Scorse anche delle banconote: duecento mila lire – metà della pensione di sua madre.

Fu inondato da una rabbia improvvisa, travolgente. Aprì il finestrino e gettò il parrozzo tra le onde. Prese un calzone e se lo infilo in bocca. Non sentiva il sapore ma fu subito invaso da un senso di calma. Mastico con voracità e ne mangiò altri due coprendosi di briciole come quando si nascondeva nella cantina della nonna in montagna tra i fichi secchi e i prosciutti appesi. Solo, tra gli odori contrastanti di vaniglia e pepe, salsicce e mandorle sfogava le delusioni d’essere figlio unico, mai abbastanza bravo né abbastanza spigliato. Sempre il cugino troppo timido, impacciato; quello che non parlava mai. Forse per questo aveva voluto conoscere due lingue, per trovare le parole da abbinare ai sentimenti, ma era solo un vigliacco; era un codardo che aveva imparato a dare parole ai sentimenti degli altri ma non ai suoi.

Gli interpreti, rise, anche il Martini comunicava ai dipendenti con biglietti scritti dalla segretaria. Erano proprio gli esperti della lingua! Avevano messo sotto assedio la Torre di Babele ma non l’avevano sconfitta.

Mangiò un altro calzone fissando le onde che con timidi affondi si avvicinavano al treno in corsa. Immaginò la faccia fiera del padre, il berretto logoro calzato in testa, che lo presentava agli amici: il figlio laureato, l’interprete che conosceva il tedesco come l’italiano, che aveva studiato anche sei mesi in Germania, lontano da casa, mentre lavorava nel ristorante della Zia.

Quante cose non aveva detto mentre traduceva le parole degli altri.

Ad un certo punto il treno entrò in galleria e si vide riflesso nel vetro della cabina: un uomo piccolo, piccolo, coperto di minuzzoli, muto, estraneo al mondo reale tanto quanto lo era stato da piccolo.

Appena il treno uscì dalla galleria squillò il suo cellulare. Era la segretaria del Dottor Martini. La speranza gli si accese improvvisamente:

“Buon giorno signor Sorgente. Le volevo comunicare che abbiamo qui il suo assegno. Lo può ritirare in segreteria. Inoltre, ha appena chiamato suo padre, credo volesse parlare con lei. Ha detto qualcosa riguardo a un panozzo per il Dottore…”

“Parrozzo! Si chiama parrozzo. Lei cosa gli ha detto?”

“Ho detto la verità: ho detto che avrebbe dovuto chiamarla a casa, poiché non lavorava più qui…”

Il ragazzo fissò le onde che con timidi affondi si lanciavano verso il treno.

“Signor Sorgente?” Continuò la segretaria, “Signor Sorgente mi sente? E’ ancora in linea?”

(*papa’: dal padre, rivolta al figlio in segno d’affetto)

 Parrozzo cake

 By Matilda Colarossi

He got on the train and looked for an empty compartment.

He thought about the direction the train would be going in and sat with his back to the locomotive, in a window seat.

He liked to watch the city move away from him.

He looked at the station and had to admit that it was nice enough. Twenty-nine years to build, he thought angrily. It was that part of being from the south that he gladly left behind.

Outside the window an old man wearing a worn cap in spite of the heat waved to him. He slid the window-pane down and leaned out. The man was holding an old shoe box tied with blue ribbon high over his head.

“Thank goodness I found you! You forgot the package your mother prepared for you. Here, ‘papa’*, calzoni with ricotta and pecorino cheese, the ones you like. I had to run to catch up to you. How could you not see the box? It was on your suitcase. I ran as fast as I could: I’m out of breath, sorry.”

“Thanks, papa” he said reaching down and taking the box from him.

The old man patted him lightly, but pulled his hand back almost immediately, visibly embarrassed.

“Oh, well, it’s nothing. Your mother put something in there for Mr. Martini, a little parrozzo cake. Remember you said he liked it?”

“I said it was the only thing he knew about Pescara.”

“What’s that you say?”

“I said fine, papa, I’ll give it to him.”

“No hurry, when you get back to the office.”

He pronounced the word office clearly, with reverence almost. He was proud of this son who had abandoned the country to study, like he, too, had wanted to do once.

“Yes…when I see him.”

“It’s from your mother. And from me, just a hello. All right? Don’t forget.”

His father didn’t know Mr. Martini, but he considered him part of the family because he had been kind enough to find his boy a job. Even if that meant living in Milan, and he couldn’t fathom why his son couldn’t be an interpreter in Pescara. All the same, his son had a good job and that was Mr. Martini’s doing, who had hired him without any recommendations.

“See the new station?” He gestured grandly with his arm, like a presenter introducing a star.

“Same age as you, but still new. Carrara marble! Even has an escalator, did you see it? Pescara’s growing too, you know. It won’t be long before it’s like Milan. Well, take care. Call when you get there.”

“See you, papa.”

“Sit, sit down. The conductor is getting on board. Remember to call. You know how your mother worries.”

The young man closed the window, put the box on his suitcase and sat down.

His father stood there with his worn cap pushed down on his head. He looked from his watch to the train to his watch again. When he heard the whistle a smile lit his face. He pointed to his wrist.

“Right on time” he mouthed as the train hiccoughed forward, “Call, don’t forget.”

He waved.  His father placed his thumb and pinkie on the side of his head: call!

He leaned back and closed his eyes, waiting for his overly attentive father, and the city he hated, to move away from him.

When the train left the station, he opened his eyes. It ran behind houses, between clothes lines, past deserted gardens full of gravid cats, where it witnessed lives through open doors, where men in undershirts sat eating in front of programmes with half-naked ballerinas.  Every now and then a child, face covered in sauce, would appear from behind the bars of a balcony, making faces and rude gestures.

As soon as the train left the city, the railway lines moved closer to the sea, giving an unreal quality to their passage: the salty breeze blew all the way into the compartment, and the frothy waves splashed the window while the reflection, deep blue, lit up the space and created long shadows. A few sacrificial sunbathers lay half naked on the cold pebble beach, offering pallid privates to some unknown god. Only then, when he breathed in the sea air, did his mind fill with memories of the past. He raised his eyes and saw the shoe box. He took it down, untied the ribbon and opened it.

Inside a logoed bakery bag, undoubtedly recycled, he found the parrozzo. A note said: Dear Mr. Martini, Happy Easter.

He looked at the box full of calzoni. Tucked in one corner, an envelope with his name on it, in his mother’s shaky handwriting, caught his attention.

“Dear son, we are proud of you” said the note; near it, a yellowing newspaper clipping of a group photo. An arrow, drawn in red pencil, pointed to his blurry head in a group of numerous other blurry heads at a convention in Frankfurt. He turned it over – where the hell had it come from? The caption was in German. Probably his aunt’s doing or his cousin’s. There were some banknotes too: two hundred thousand lire – half his mother’s pension.

He was overcome by rage. He opened the window and threw the parrozzo into the waves. He took a calzone and stuffed it into his mouth. He couldn’t taste anything, but he felt instantly better. He chewed voraciously, eating two more calzoni, and covering himself in crumbs, like when he was a kid and he hid in his grandmother’s cellar, in the mountains, among the dried figs and seasoned prosciutto. Where, surrounded by the contrasting smells of vanilla and pepper, sausage and almonds, he took out his disappointment, an only child, never quite good enough or amusing enough. Always the shy awkward cousin; the one who never spoke. Maybe that’s why he had decided to study two languages, to learn to put emotions into words, but he was nothing but a weakling; a coward who had learned to express other people’s feelings, never his own.

Interpreters, he laughed, Martini was one too, and communicated with his staff through his secretary, using post-it notes. Language experts! They had laid siege to the tower but Babel had not been conquered.

He ate another calzone, his eyes fixed on the waves whose timid lunges jabbed at the moving train. He imagined his father’s proud face, the worn cap pushed down on his head, as he introduced him to his friends: the son who had graduated from university, the interpreter that knew German as well as he knew Italian, who had studied six months in Germany, far from home, while working in his aunt’s restaurant.

How many things had not been said while he was translating the words of others?

Along the way, the train entered a tunnel and he saw himself reflected in the glass: a tiny little man, covered in crumbs, mute, as much a stranger to the real world as he had been as a child.

As soon as the train exited the tunnel his cell phone rang. It was Martini’s secretary. He was suddenly filled with hope.

“Good morning Mr. Sorgente. I wanted to inform you that we have your cheque here. You will find it at the reception desk. I also wanted to inform you that your father called. I think he wanted to speak with you. He said something about a panozzo for Mr. Martini…”

“Parrozzo. It’s called parrozzo cake. What did you tell him?”

“I told him the truth: I said you no longer worked with us…”

The young man stared at the waves whose timid lunges jabbed at the train.

“Mr. Sorgente?” Said the secretary, “Are you there, Mr. Sorgente? Can you hear me?”

(*papa: fathers call their children this as a sign of love, and mothers call them ‘mamma’ etc.)

Translating yourself?

The temptation, always, to change the original, modify, move, add, remove. A story written in the past, this was written 14 years ago, feels as if it no longer belongs to you, the characters say things you don’t recognize as yours. Not only the words, but even the syntax is different from the one you would use today. Translation can easily become editing when translating yourself, and that is a good thing. M.C.

The short story was first published on http://www.stanza251.com

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

2 thoughts on “Snapshots: Parrozzo cake by Matilda Colarossi

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