Autumn daybreak

Edna St. Vincent Millay

Cold wind of autumn, blowing loud
At dawn, a fortnight overdue,
Jostling the doors, and tearing through
My bedroom to rejoin the cloud,

I know—for I can hear the hiss
And scrape of leaves along the floor—
How may boughs, lashed bare by this,
Will rake the cluttered sky once more.

Tardy, and somewhat south of east,
The sun will rise at length, made known
More by the meagre light increased
Than by a disk in splendour shown;

When, having but to turn my head,
Through the stripped maple I shall see,
Bleak and remembered, patched with red,
The hill all summer hid from me.

Alba autunnale

Edna St. Vincent Millay

Vento d’autunno, glaciale ulula
All’alba, di quindici giorni tardando
Sbattendo le porte, e rombando
Per camera mia, a cercarsi la nuvola,

So io – per il fischio che sento
E di foglie un grattare dal suolo –
Come i rami potranno, sferzati dal vento
Sgomberare poi il cielo di nuovo.

Tardivo, e da sud più che non da levante,
Il sole sarà sorto integralmente, rivelato
Dal dilatarsi di luce evanescente
Più che da sfarzo d’astro palesato;

Quando, volgendo il capo solamente,
Tra gli aceri spogli avrò avvistato,
Brullo e chiazzato in rosso, com’è in mente,
Il colle che l’estate mi ha occultato.

Translation ©Patrizia Sardisco

Stagioni che sembrano soltanto togliere e che, a volte, inopinatamente, riescono a dare. Un vento impetuoso,  pur previsto e atteso,  è in grado comunque di scuotere i nostri confini, violare gli spazi interiori, i luoghi più intimi, lasciandoci inermi tra il sonno e la veglia a sentirlo passare, a seguire il suo corso, intuirlo a trovare il suo proprio destino. Eppure, in cuor nostro, sappiamo che ogni stagione è un ciclico andare e di nuovo ogni cielo sarà sgomberato da nubi, e a sapere guardare, dal vuoto e dal nudo si può finalmente vedere ciò che prima era stato a incolore e nascosto.  Come a volte il dolore, un dolore che lascia prostrati e indifesi, un dolore che spoglia, che scortica e quasi ci annienta, dirada le ombre e apre a visioni più nitide pur nella luce che intanto si è fatta più esigua ma che addita e ostenta, per quanto sorprenda, ciò che era già noto al cuore, come un ricordare ma fuori da vera memoria, una presa di sé dalla traccia profonda del grumo di tempo che siamo e che non si sa, o che è giusto e fatale scordare nel tumulto di luce e nel folto della bella stagione.

Nel farsi veloce di versi che spirano in alto e poi tornano a fruste e a squarci di nuove visioni, la poesia si dipana in un canto per me lontanissimo, spirali di rime baciate e alternate…

Ma tradurre è il farsi minuscoli, scoprirsi una gola di angelo, tremare e portarsele al cuore, le mani, sentirsi e adagiarsi nel un battito nuovo, lasciarsene dire l’altezza e il respiro che occorre e in quello intuirsi più nitidamente:  tradurre precisa la voce. Tradurre è il dire Non – Io, quindi Io.

Dunque  grazie, per questo e non solo,  a Matilde e a Parallel texts .- Patrizia Sardisco

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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