“How does a woman feel when she’s suddenly stark-naked in front of soldiers who pass, look, and snicker with the extreme contempt of the ruling race…” Liliana Segre

Part 4

Auschwitz: stazione di non ritorno

Fu un momento essenziale. La maggior parte di noi era condannata a morte all’arrivo. E a quel silenzio che io ho in così grande onore e che ricordo, importante dopo così tanti anni, all’arrivo subentrò il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, che aprirono i vagoni e ci buttarono, dinanzi agli occhi assuefatti al buio, la visione dell’inferno preparato a tavolino per noi da altri uomini. Era Auschwitz: era la stazione di non ritorno, binari morti, treni fine corsa, treni che ogni giorno sfornavano migliaia di persone che arrivavano da tutta l’Europa. C’erano persino vagoni fermi pronti per essere agganciati al treno successivo che così tornava indietro vuoto e un altro veniva vuotato.

Fummo tirati giù da quel treno, gambe anchilosate, occhi che facevano fatica a capire non solo quello che ci stava intorno, ma anche a sopportare la luce di quel mattino grigiastro. 6 Febbraio 1944.

Una spianata, uomini vestiti a righe, prigionieri con la testa rapata erano sferzati dai diavoli SS coi loro cani, per fare in fretta in fretta in fretta in fretta a radunare noi, sbalorditi, incretiniti dal viaggio, ubriachi.

Radunarono le nostre valigie, divisero gli uomini dalle donne. Non sapevo che non avrei mai più rivisto il mio papà e continuo a sperare che anche lui non lo sapesse. Fummo divisi. Mio padre mi aveva raccomandato di stare vicino alla signora Morais: l’avevamo conosciuta a San Vittore ed è una di quelle persone a cui rendo la voce, ogni tanto, ricordandola, una dolce signora, mamma di due ragazzini più o meno della mia età. Mio padre, abituato a farmi da papà e da mamma, aveva visto a San Vittore che questa signora era dolce, graziosa, materna, e mi aveva detto: «Se là dove arriveremo, divideranno ancora gli uomini dalle donne, tu stai vicino alla signora Morais» e si era raccomandato anche a lei che lo aveva assicurato, rispondendogli: «Certo che mi occuperò anche della sua bambina… Ma perché adesso dobbiamo pensare che saremo divisi?».

Su quella spianata, avvenne la prima selezione. I nostri assassini avevano in mano la Transportlist e sapevano già quanti uomini e quante donne, quel giorno, sarebbero entrati vivi come forza lavoro. Erano due ufficiali e un medico, che seppi in seguito essere quel famoso Mengel di cui si parlò tanto… Ci tenevano calmi, con occhi gelidi e con labbra atteggiate al sorriso, dicevano: «Calmi, Calmi, tutti calmi, adesso vi registriamo e poi stasera le famiglie saranno di nuovo unite».

Noi volevamo credere a quelle parole e stavamo calmi. E loro scelsero così, con un gesto della testa: tu qui tu là. Trentuno donne, tutte del mio trasporto, tra le più giovani, e una sessantina di uomini. Fui spinta in quella fila, tribunale di vita e di morte senza saperlo. Non mi chiesero nulla. Avevo 13 anni, ma ne dimostravo di più: ero alta, sciupatissima dal viaggio e fui mandata a sinistra. La signora Morais, coi suoi due ragazzi, fu mandata a destra. Quando vidi che mi separavano da lei avrei voluto essere accanto a quella donna, ma certo non potevo chiedere: «Mi scusi tanto, io vorrei andare da un’altra parte». Rimasi impietrita, silenziosa, spaurita. La signora Morais fu mandata direttamente al gas e la sera stessa era sicuramente già cenere.

Io, con altre trenta ragazze, fui mandata, non si sa perché, a piedi al campo femminile di Birchenau, ad Auschwitz. Era una città: era una città del dolore, una città di 60.000 donne che entravano e uscivano tra quelle che andavano a morte e le nuove arrivate. Trentuno ragazze, italiane – non conoscevo nessuna di loro e solo la lingua ci univa in quel momento – entrai con loro e vidi quella serie infinita di baracche, la neve grigia, in fondo una ciminiera che sputava fuoco, intorno il triplo filo spinato elettrificato… E poi le sentinelle, e donne, donne scheletrite, testa rasata, vestite a righe, picchiate, in ginocchio, portavano pesi… «Ma dove siamo entrate?». Era una scena apocalittica. Noi, scese due ore prima da quel treno, ci guardavamo intorno, ma nessuno più ci avrebbe sussurrato: «Tesoro. Amore». «Ma dove siamo arrivate?». «Che cos’è questo posto incredibile?». «Siamo vittime di un incubo, di un’allucinazione… Non può essere che esista un posto di questo genere…».

Sì, esisteva, era stato costruito. Dov’erano i muratori, dov’erano i falegnami, dov’erano gli elettricisti, dov’erano gli industriali che avevano fornito i materiali?

Erano stati realizzati questi campi già da tempo, molto ben organizzati, molto ben preparati per far soffrire e morire: quello era il fine.

75190 di Auschwitz

Entrammo nella prima baracca, dove ci fu tolto tutto! Fummo spogliate, nude. Come si può sentire una donna, improvvisamente nuda, dinanzi a soldati che passano, guardano sghignazzano con l’estremo disprezzo della razza padrona.

Uomini armati, vestiti di tutto punto e quelle ragazze nude che cercavano inutilmente di coprirsi con pudore: era quella la maggiore persecuzione. E poi sempre davanti ai soldati venimmo rapate a zero, ci vennero rasati il pube e le ascelle, e poi, con estremo sfregio e spregio, ci fu tatuato il numero sul braccio sinistro.

Lo porto con grande onore il mio numero, il 75190 di Auschwitz. In questo i nazisti sono riusciti perfettamente. Chi è tornato per raccontare, è rimasto essenzialmente il numero di Auschwitz. Volevano sostituire con un numero l’identità di milioni di uomini e donne e una volta morti, non sarebbero state più persone, ma numeri: il niente a raccontare di loro. E chi è tornato è rimasto essenzialmente quel numero. Io lo ripeto sempre ai miei figli: sulla mia tomba, se sarò una delle poche persone della mia famiglia ad avere una tomba, voglio che ci sia scritto prima di tutto il mio numero. Con una piccola operazione di chirurgia plastica potrei toglierlo, in qualunque momento. Ma credo che quel numero sia un monumento alla vergogna di chi l’ha impresso sulla pelle, e credo che sia anche un motivo di onore per chi, avendo perso tutto nella Shoah, non ha perso la sua mente, non ha perso la sua anima, non ha perso la memoria di quella serie interminabile di numeri.

In quel momento ero una disgraziata ragazzina di 13 anni a cui veniva portato via tutto, anche una fotografia, un libro, un fazzoletto, le restava il suo povero corpo, rasato, rapato, e col numero tatuato sul braccio sinistro.

Venimmo rivestite di stracci, venimmo rivestite a righe, un fazzoletto sulla testa rapata. Cominciava la nostra vita di prigioniere e schiave.

Le altre, quelle che erano a Birchenau già da un po’, ci spiegarono dove eravamo arrivate. Non volevamo credere alle loro parole. Pensavamo di essere arrivate in un manicomio e che quelle ragazze che ci spiegavano torture, esperimenti, forni crematori, camere a gas, fili elettrici, fili spinati con l’elettricità… Non volevamo credere. Noi le guardavamo pensando di essere arrivate in un manicomio. Ma sarebbe stato troppo facile liquidare prigionieri e carnefici come pazzi. Nessuno era pazzo, né gli uni né gli altri.

Cominciò questa vita di prigioniera e schiava. Mi ricordo come piangevamo tutte nei primi giorni, ma scegliemmo la vita. Scegliemmo la vita immediatamente, scegliemmo la vita, volevamo vivere, capimmo che dovevamo mettere al bando nostalgie e ricordi, capimmo che, se volevamo vivere, dovevamo non ricordare, perché il presente, in quel momento, era assolutamente tragico e dolcissimo il passato per ognuna di noi, e non avremmo potuto sopportare quel presente ricordando il passato. Se volevamo scegliere la vita dovevamo proibirci ogni ricordo del passato, dovevamo mettere tutto il nostro impegno e le nostre forze per sopportare quella realtà in quel luogo dove eravamo arrivate per la sola colpa di esser nate.

Cominciò una teoria di giorni tutti uguali. Io fui molto fortunata, perché fui scelta quasi subito per diventare operaia nella fabbrica di munizioni Union. È una fabbrica che in tempo di pace costruiva macchine utensili, in tempo di guerra lavorava per la guerra: realizzavamo bossoli per le mitragliatrici.

Avevo scelto di essere una stella

Mi ricordo che imparai a diventare una prigioniera trasparente.

Quando ho letto Sopravvivere di Bettelheim – pubblicazione che mi ha dato molta sofferenza e che ho in gran parte contestato – ho capito che, meccanicamente, avevo scelto un mia modalità per sopravvivere: io avevo scelto di non essere lì. Avevo scelto, quasi in modo automatico, bestiale, irrazionale, infantile – in fondo ero ancora una bambina – e nello stesso tempo in modo maturo, vecchio, ottuagenario – in fondo ormai tale ero diventata – avevo scelto di non essere lì, perché era la realtà intorno a me che era inaccettabile. Avendo scelto la vita – ho sempre scelto la vita e anche adesso che sono vecchia scelgo la vita– non potevo accettare la morte intorno a me e quindi avevo scelto di non vedere. Avevo scelto di essere una stellina.

È diventato un leitmotiv nella mia famiglia, al punto che anche i miei nipoti, quando erano piccoli, spesso mi regalavano il disegno di una stella.

Avevo scelto di essere una stellina che vedevo nelle notti chiare. Pensavo: «Io vivrò finché quella stellina brillerà e quella stellina brillerà finché io sarò viva».

Era un modo appunto assurdo e infantile… E il mio corpo, invece, pretendeva attenzione.

Il mio corpo diventò uno scheletro, perché la fame si faceva sentire, terribile, perché era inverno e avevo freddo, avevo le piaghe ai piedi, avevo dolori ovunque quando venivo bastonata.

Io non volevo essere lì, non guardavo, non volevo guardare le compagne in punizione… Ero vigliacca. Nel mio modo di sopravvivere, nella mia ricerca di sopravvivere ero estremamente vigliacca. Non mi voltavo a vedere le compagne in punizione, non mi voltavo a vedere i mucchi di corpi nudi scheletriti pronti per essere bruciati.

Io non mi voltavo. Io non guardavo. Io non volevo vedere il crematorio, sia che ci fosse la fiamma sia che ci fosse il fumo. Io non volevo sentire l’odore dolciastro della carne bruciata. Io non volevo vedere la cenere sopra la neve. Io non volevo essere lì. Volevo essere quella di prima, che correva in un prato, che faceva il bagno al mare e che veniva chiamata Tesoro, Amore… Non volevo essere lì, ma c’ero purtroppo, e prendevo le botte, e non avevo da mangiare, prendevo gli insulti e sentivo freddo, avevo intorno a me quel paesaggio allucinante che era il campo di Birchenau ad Auschwitz.

Part 4

Auschwitz: station of no return

It was an important moment. The majority of us were condemned to death upon arrival. And the silence which I have so honoured and which I remember—so extremely important to me after all these years—was replaced, upon arrival, with the obscene, deafening sound of the assassins around us. They thrust open the boxcars and cast— before our light-deprived eyes—the vision of hell that other men had prepared for us. It was Auschwitz: it was the station of no return, dead tracks, trains that reached the end of the line, trains that unloaded thousands of people from all of Europe every day. There were even empty boxcars ready to be hitched onto the next train so they could leave while another trainload was being emptied.

We were dragged off that train: our legs stiff, our eyes unable to understand what was happening around us and not yet used to that grey morning light. It was February 6, 1944.

A vast expanse. Men dressed in stripped pyjamas and prisoners with shaved heads were being lashed by SS demons with dogs so that they would move more quickly, more quickly, more quickly, more quickly to collect us, shaken and dazed by the trip, woozy.

They collected our luggage, then separated the men from the women. I didn’t know I would never see my father again, and I continue to hope he didn’t know it either. We were separated. My father had told me to stay close to Mrs. Morais: we had met her in San Vittore, and she is one of the people I give my voice to, every now and then, when I remember her. She was a dear woman, the mother of two girls more or less my age. My father, who was used to being both a father and mother to me, had noticed this sweet, gracious, and maternal woman in San Vittore, and he had said to me: “If, when we get to wherever we are going, they separate the men from the women, stay close to Mrs. Morais.” And he had told her the same thing, to which she had replied: “Of course I’ll look after your daughter…But why must we think we will be separated?”

The first selection was made on that vast expanse. Our assassins were carrying a Transportlist, and they knew how many men and how many women would, that day, remain alive to enter the work force. There were two officials and a doctor, who, I later discovered, was the infamous Mengel of whom everyone speaks…They kept us quiet with their cold eyes and their smirking mouths, and said: “Calm down, calm down, we will register you and tonight you will be united with your families again.”

We wanted to believe those words, and we stayed calm. And very simply they chose who was to go where just by nodding their heads: you, here; you there. Thirty-one young women, all on my train, and roughly sixty men. I was pushed into that line, that court of life and death, without knowing it. They didn’t ask me anything. I was 13 years old, but I looked older: I was tall, slight because of the journey, and I was sent to the left. Mrs. Morais, with her two girls, was sent to the right. When I saw that they were separating me from her, I wanted to go with her, but of course I couldn’t just say: “Excuse me, I would like to go to the other side.” I stood stock still, in silence, terrified. Mrs. Morais was sent directly to the gas chamber; and that same night she was probably nothing but ashes.

Along with thirty other girls, I was sent on foot, who knows why, to Birchenau women’s camp in Auschwitz. It was a city. It was a city of suffering, a city made of 60,000 women coming and going: those who were sent to die and those who had just arrived. Thirty-one Italian girls—I didn’t know any of them, and the language was the only thing we had in common. As we entered the camp we saw rows and rows of buildings, grey snow, a chimney that breathed fire in the background, and all around an electrified triple-barbed-wire fence…And then the guards, and women, emaciated women, bald, dressed in striped pyjamas, beaten, on their knees, carrying weights…”Where have we come to?” It was an apocalyptic scene. We, who had just got off the train, looked around us, but we would no longer hear the words “Sweetheart. My love.” “Where have we come to?” “What is this terrible place?” “We’re the victims of a nightmare, of a hallucination…There is no way that a place like this can exist…”

Yes, it existed: it had been constructed. Where were the construction workers? Where were the carpenters? Where were the electricians? Where were the manufacturers who had supplied the materials?

These camps had been there for some time, well organized, and very well planned to make people suffer and die: it was the end.

Auschwitz 75190

We went into the first building, and everything we had was taken from us! We were stripped down, naked. How does a woman feel when she’s suddenly stark-naked in front of soldiers who pass, look, and snicker with the extreme contempt of the ruling race?

Armed men dressed impeccably and naked girls who were trying helplessly to cover themselves: that was the greatest intimidation. And then, in front of the soldiers, our heads were shaved, our pubic area and armpits were shaved; and then, with extreme defacement and disdain, they tattooed a number on our left arm.

I wear my number proudly: the number 75190. In this the Nazis succeeded brilliantly: those of us who came home to tell our story have in effect remained the number we got in Auschwitz. They wanted to replace millions of men and women with a number, and once they were dead, they would not be human beings, but numbers, and nothing can be said about them. And those of us who returned have in effect remained that number. I tell my children all the time: I want my number put on my tombstone before any other words. I could remove the number at any time with a bit of plastic surgery. But I believe that number is a monument to the ignominy of those who placed it on my skin, and I believe it is also a tribute to those who, having lost everything in the Shoah, did not lose their mind, did not lose their soul, and did not lose the memory of what that interminable string of numbers means.

At that time I was a miserable girl of thirteen who had had everything taken from her, even a photograph, a book, and a handkerchief; what remained was a poor hairless body, and a number tattooed on her left arm.

We were dressed in rags, in stripes, and with a handkerchief on our bald heads. Our life as prisoners and slaves had begun.

The other girls, the ones who had already been in Birchenau for a while, explained where we’d ended up. We didn’t want to believe them. We thought we were in an insane asylum, and that those girls who talked about torture, experiments, crematory ovens, gas chambers, electric wires, electrified barbed-wire were…We didn’t want to be believe them. We were sure we were in an insane asylum. But it would have been all too easy to consider the prisoners and the assassins mad. No one was mad, neither one nor the other.

My life as a prisoner and a slave had begun. I remember how we all cried those first days, but we chose life. We chose life immediately, we chose life, we wanted to live, and we understood that if we wanted to live, we had to forget, because the present, at that time, was absolutely tragic, and the past had been sweet for all of us: and the present would have been unbearable if we remembered the past. If we wanted to choose life, we had to keep ourselves from remembering the past; we had to put all our effort and strength into enduring the reality of that place, which we had entered guilty only of being born.

What would come was a series of days that were all alike. I was very lucky, because I was chosen almost immediately to work in the Union munitions factory. In times of peace, the factory made machine-tools; in times of war it worked for the war, making shell-casings for machine-guns.

I had chosen to be a star

I remember learning to be a transparent prisoner.

When I read Bettleheim’s “Surviving”—a work that greatly pained me, and which, for the most part, I questioned—I understood that, mechanically, I had chosen my own way of surviving: I had chosen not to be there. I had chosen, in an almost automatic, animal, irrational, infantile way—I was, indeed, still a young girl, and yet mature, old, octogenarian, for that is what I had become—I had chosen not to be there, because the reality that surrounded me was intolerable. Having chosen life—I have always chosen life, and even now that I am old, I choose life—I could not accept the death around me, and so I had decided not to see. I had decided to be a star.

It has become a leitmotif in my family, so much so that when my grandchildren were little, they often gave a drawing of a star.

I had decided to be a star I saw on clear nights. I would think: “I’ll live for as long as that little star shines brightly, and that little star will shine brightly for as long as I live.”

It was of course absurd and infantile…My body, however, took heed.

My body became a skeleton, for I could feel the hunger, a tremendous hunger; and because it was winter and I was cold; and I had sores on my feet, and felt pain everywhere when they beat me.

I didn’t want to be there. I didn’t want to watch as the others were punished…I was a coward. In my way of surviving, in my struggle to survive, I was extremely cowardly. I didn’t turn to look at my companions who were being punished, and I didn’t turn to look at the piles of emaciated naked bodies waiting to be burned.

I did not turn. I did not look. I did not want to see the crematorium, whether it spouted fire or smoke, I did not want to smell the sweetish odour of burnt flesh. I did not want to see the ashes on the snow. I did not want to be there. I wanted to be the girl I was before, who ran in the fields, who bathed in the sea, and who was called Sweetheart and My love…I didn’t want to be there, but unfortunately I was, and I had to bear the beatings, and I had nothing to eat, and I had to bear the insults, and I was cold, and all around me was the devastating landscape which was known as the Birchenau camp in Auschwitz.

 

Translation © Matilda Colarossi 2019

We can learn from a voice, and we can learn from Liliana Segre’s voice. What is for some a “story” becomes reality through her words. And we must struggle to make sure this horror never happens again…to anyone.

Again, I would like to thank #LilianaSegre, whom I admire greatly, for permission to translate this account. I will be forever grateful.- M.C.

Part 1 and 2 can be found here: https://paralleltexts.blog/2019/10/27/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thirteen-part-1/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/28/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auscwitz-at-thirteen-part-2/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/29/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thrirteen-part-3/

This article was first printed in Italian here: https://www.azionenonviolenta.it/ad-auschwitz-tredici-anni-racconto-liliana-segre/

Picture from: https://www.ilcittadino.it/cronaca/2019/06/07/liliana-segre-avevo-solo-otto-anni-mi-dissero-non-andrai-pi-a-scuola/aOvfPppfRPizMiJgMxUux3/index.html

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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