“The evacuation and death march began because our persecutors were running from the Russians, and they didn’t want to leave prisoners (they hadn’t had the time to kill us all) or witnesses of that atrocious place called Auschwitz.” – Liliana Segre

Part 5Avevamo una fame terribile

Avevo intorno a me le mie compagne, erano il mio specchio: il loro volto senza espressione, i loro occhi come dei gusci vuoti erano lo specchio che non avevamo… Imparammo a non piangere più. Imparammo a non raccontare più: «La mia casa era così, la mia mamma era così, mia sorella era così» perché anche l’altra aveva lo stesso dolore, anche l’altra aveva la stessa fame…

Fratellanza, amicizia, solidarietà… muoiono di morte violenta anche loro in quei contesti.

Non avevo una spalla su cui piangere e non sono stata una spalla su cui piangere. Quelli che sono stati spalle su cui piangere sono diventati santi. Sono santi. Noi eravamo povere ragazze che parlavano solo di cibo. Il mangiare era diventato una fissazione: oggi non si può capire, oggi è difficile, quasi impossibile raccontare la fame alle nuove generazioni abituate ad aprire il frigorifero e a scegliere, abituate a buttare nella spazzatura alimenti scaduti perché non piaciuti abbastanza.

Noi avremmo mangiato qualunque cosa. E parlavamo solo di cibo. E inventavamo ricette succulente, e immaginavamo torte megagalattiche poste nel centro del piazzale dove c’erano invece le forche. Avevamo una fame terribile e diventavamo scheletro giorno dopo giorno.

All’alba venivamo svegliate da una bastonata, non avevamo orologio, non avevamo radio, non sapevamo mai che giorno fosse, che ora fosse. Venivamo inquadrate all’appello e poi portate al lavoro. Uscivamo dal campo e incontravamo sulla strada per Auschwitz, per andare in fabbrica, quasi tutti i giorni, ragazzi della Hitlerjugend: nostri coetanei, pasciuti che stavano a casa propria. Ci vedevano passare e, non contenti di essere carnefici e figli di carnefici, ci sputavano addosso e ci dicevano parolacce che avrei capito solo in seguito e che mi sarebbero sembrate assurde e ingiuste. Li odiavo allora, con tutte le mie forze, ed è stato liberatorio per me, nella mia età matura, diventata la donna di pace che sono, rielaborare quei ricordi, e avere pena di quegli adolescenti di allora e dei Naziskin di oggi.

Proseguivamo la strada, arrivavamo in fabbrica, lavoravamo tutto il giorno. Non c’erano sindacati e gli industriali tedeschi erano ben contenti di avere manodopera schiava in grande quantità, subito sostituita dopo la morte. Lavoravamo tutto il giorno, a sera tornavamo al campo. Eravamo fortunati: è stata una delle ragioni per cui io sono sopravvissuta quella di aver lavorato al chiuso, le mie compagne, infatti, che lavoravano all’aperto in quei climi e senza mangiare non resistevano a lungo.

Jeanine, francese, andata al gas

In quell’anno che trascorsi ad Auschwitz, Birchenau, tre volte passai la selezione. Non era quella della stazione. Era la selezione annunciata, quando c’erano troppi nel campo e bisognava mandare a morte quelle che non ce la facevano più a lavorare.

E io mi ricordo: nude, in fila indiana, nel locale delle docce, dovevamo passare da un’uscita obbligata dove un piccolo tribunale di tre assassini decideva con un sì o con un no se potevamo ancora lavorare. Come ci si presenta davanti a questo tribunale di vita e di morte quando si è nudi e inermi? Io sceglievo l’indifferenza, sceglievo di non essere lì. Il cuore mi batteva come un pazzo dentro il mio petto scarno e macilento, arrivavo davanti a quei tre, criminali. Mi guardavano davanti, dietro, in bocca, i denti (se c’erano ancora) e poi con un gesto mi lasciavano andare.

Mi ricordo la prima volta che passai la selezione. Il medico, sempre quello, mi fermò e mi mise un dito sulla pancia lì dove ho la cicatrice dell’appendicite per cui avevo subito un’operazione due anni prima. Il terrore, il panico: «È il momento, ecco, adesso perché ho una cicatrice mi manda a morte».

No… lui tutto soddisfatto, prima mi chiese di dove fossi e quando risposi tutta terrorizzata: «Italienerin» mi disse: «Che cane di chirurgo italiano» – e mi indicava ai suoi compari – «Un cane. Una ragazza così giovane! Le ha lasciato una brutta ferita che si porterà per tutta la vita, invece io lascio un striscia sottilissima, così quando una donna diventa adulta, anche se è nuda non si vede alcuna cicatrice».

E poi fece quel gesto, con cui indicava che avevo passato la selezione. Ero viva, ero viva, ero viva, ero viva, e non mi importava del luogo dove mi trovavo, della mia solitudine, della mia condizione psicofisica, ero viva, ero felice, per quella volta ero felice, ero viva, ero viva, ero felice, non mi voltavo, ero vigliacca… Non mi sono voltata – lo racconto sempre, non posso fare a meno di raccontarlo – quando fermarono dietro di me Jeanine, giovane francese che lavorava con me in fabbrica, non mi sono voltata. La macchina in quei giorni le aveva tranciato due falangi. Lei era nuda. Con uno straccio aveva cercato di coprire quella mano. Gli assassini l’hanno vista. Ovviamente. E io ero appena passata e godevo di questa felicità infinita di essere viva… Sentii che fermavano Jeanine e che la scrivana, prigioniera anche lei, era obbligata a prendere il numero, io non mi voltai, non fui come i detenuti di San Vittore. Non le gridai: «Coraggio. Ti voglio bene». Qualche cosa, una parola qualunque! Lavoravo con lei da mesi alla macchina e non sopportai altri distacchi. Io non mi voltai, io volevo vivere. Descrivo Jeanine, perché devo espiare, nel presente, una reazione così vigliacca e spaventosa che nessuno conoscerebbe se io non la raccontassi. Jeanine è andata al gas per la colpa di essere nata, e solo io sono testimone di me stessa e dell’abisso a cui ero arrivata. Jeanine, per un attimo le rendo la vita, raccontando di lei alle intelligenze e ai cuori di chi legge: Jeanine, francese, ventidue, ventitré anni, bionda, due centimetri di ricciolini che erano ricresciuti, occhi celesti, voce dolce, andata al gas, in quella mattina, ad Auschwitz, colpevole di essere nata. Io non mi sono voltata. Io ero viva.

La marcia della morte

Dopo un anno di questa vita, ero diventata una prigioniera dura, diversa da quella ragazzina tenera scesa dal treno, una prigioniera scheletrita che non sentiva neanche più la fame, una quattordicenne – li ho compiuti ad Auschwitz i miei 14 anni – che non voleva morire, ma vivere a tutti i costi.

Il mio corpo non reclamava vita, la morte sarebbe stata una grande liberazione, ma la mente voleva vita, vita, vita…

Improvvisamente cominciammo a sentire i rumori della guerra che si avvicinava. Non sapevamo niente, ma sentimmo rumori, vedemmo aerei che passavano e non capivamo che cosa stesse succedendo. Verso la fine di gennaio del 1945 i nostri persecutori fecero saltare gran parte del campo di Auschwitz, come è così ben descritto ne La tregua da Primo Levi il quale racconta l’arrivo di quattro soldati russi allucinati, che vedono le vestigia di quella che fu una grande fabbrica di morte.

Quelli di noi, che stavano ancora in piedi, già da giorni erano stati obbligati a cominciare la marcia, che fu giustamente chiamata Todesmarsch, la marcia della morte: cinquantottomila erano i prigionieri che come me fecero la marcia della morte, dati che io certo allora non sapevo, perché non sapevo niente. Non sapevo numeri, non sapevo dove fossi geograficamente. Queste sono tutte informazioni che ho conosciuto in seguito…

Cominciò la marcia di evacuazione, perché i nostri persecutori avevano i Russi alle costole e non volevano lasciare né prigionieri (non avevano fatto in tempo a ucciderli tutti) né testimonianze di quell’orrore che era Auschwitz.

Ma non fecero in tempo a farlo saltare completamente, perché i Russi ruppero il fronte e arrivarono prima del previsto. Noi, avviati sulle strade della Polonia e della Germania, fummo obbligati a marce sempre più forzate verso il nord, man mano che i nostri aguzzini si sentivano sempre più in trappola. Era una marcia allucinante. Non so, me lo chiedo tante volte vedendo quella Liliana di allora nei miei ricordi, come abbiamo fatto a marciare. La forza della disperazione.

Si camminava soprattutto di notte… Città e paesi deserti, i civili, asserragliati nelle loro case, non uscivano, nessuno ci diede mai un pezzo di pane o un bicchiere d’acqua.

Attraversammo città e paesi deserti.

Sono essenzialmente due le cose che mi ricordo di quella marcia: i bordi della strada e gli immondezzai.

Nessuno poteva permettersi il lusso di cadere, non dovevano restare feriti o persone stanche. Erano morti senza tomba quelli che sui bordi della strada venivano uccisi, finiti dalle guardie della scorta e la neve era rossa.

Sapevamo che non si doveva cadere, che nessuno poteva appoggiarsi all’altro.

Nessuno aveva la forza per camminare. Dopo mesi o magari un anno come era nel caso mio di prigionia le forze fisiche erano allo stremo. Era la forza del nostro desiderio di vivere e la forza delle nostre menti che ci reggeva obbligandoci a camminare, camminare, camminare. Era una strada con la neve rossa e questa è la cosa che dal punto di vista visivo mi ricordo di più.

Gli immondezzai che incontravamo sulla strada, erano la nostra felicità. Erano letamai, grandi nel mio ricordo, si stagliavano nelle notti terse di gennaio e noi ci gettavamo come piranha, come pazze, sugli schifi che c’erano nei letamai: bucce di patate crude, sporche di terra, torsoli di cavolo marcio; tutti gli avanzi avariati dei civili tedeschi – che avevano veramente poco in tempo di guerra e che tuttavia potevano buttare – per noi erano la felicità. Ci riempivamo lo stomaco di questi orrori, sapendo perfettamente che il giorno dopo puntuali vomito e diarrea ci avrebbero servito, ma intanto, in quel momento, lo stomaco era pieno e il cervello poteva comandare alle gambe: «Cammina, cammina, cammina, cammina…».

Part 5

We were terribly hungry

My companions were all around me and they were my mirror: their expressionless faces, their eyes, as empty as eggshells, were the mirror we did not have…We learned not to cry anymore. We learned not to tell our stories anymore: “My house was like this, my mother was like that, my sister was like this” because we had the same pain and we had the same hunger…

Brotherhood, friendship, solidarity…they, too, die a violent death in such conditions.

I didn’t have a shoulder to cry on, and I did not lend a shoulder to cry on. The ones who lent shoulders to cry on have become saints. They are saints. We were poor girls who talked only about food. Food had become an obsession: we don’t understand today; it’s difficult to understand today, almost impossible to explain to modern generations—who are used to opening the fridge and picking and choosing, who are used to throwing away food that expired because they didn’t like it—what hunger is.

We would have eaten anything. And we talked only about food. And we would invent tasty recipes, and we would imagine humungous cakes in the middle of the square where, in fact, the gallows stood. We were so terrible hungry, and became more and more skeletal every day.

They would wake us up at dawn with a bludgeon. We didn’t have clocks. We didn’t have radios. We never knew what day it was, what time it was. We were inspected at roll call and then taken to work. We left the camp, and almost every day on the road that led to Auschwitz on our way to the factory, we met the Hitlerjugend: they were our age, well-fed, living in their own homes. They watched us pass and, not content with being our assassins, and the children of assassins, they would spit at us and say swear words that I would only understand much later and that would seem absurd and unjust. I hated them then, with all my might, and it was liberating for me, in my old age, when I had become the peace-loving woman I am today, to elaborate those memories, and to feel pity for those adolescents then, and the Neo-Nazi today.

We moved along the road, reached the factory, and worked all day. There were no unions, and the German industrialists were more than happy to use great numbers of slave labourers who were immediately replaced with other slaves as soon as they died. We worked all day, and at night we returned to the camp. We were lucky: working indoors is one of the reasons why I survived; in fact, my companions who worked outside in that weather, and with no food did not last long.

Jeanine, French, sent the gas chamber

The year I spent in Auschwitz, in Birchenau, I passed the selection three times. It was not like the one in the station. It was a declared selection that took place when we were too many in the camp, and they needed to send those who couldn’t work anymore to die.

And I remember: naked, in single file, in the shower room, we had to pass through a door where a court of three assassins decided, with a yes or no, if we were still able to work. How do we stand before this court of life and death when we are naked and helpless? I chose indifference. I chose not to be there. With my heart beating uncontrollably in my thin, emaciated chest, I stood before the three criminals. They looked at my front, at my back, in my mouth, at my teeth (if I still had any), and then with a wave of the hand, they’d let me go.

I remember the first time I passed the selection. The doctor, always the same one, stopped me and put his finger on my belly where the scar from my appendicitis, an operation I got two years before, was. I felt terror, panic: “Here we go. The time has come: they’ll send me to die because I have a scar.”

No…he was looking pleased with himself. First he asked me where I was from, and when I, terrified, replied, he said: “Italienerin. Such a dog that Italian surgeon”, and he pointed my scar out to his buddies, “A dog. Such a young girl! He left that ugly scar that she’ll have for the rest of her life. I, on the other hand, leave only very thin lines, so that when the woman ages, even if she is naked, you cannot see the scar.”

And then he gestured to say that I had passed the selection. I was alive, I was alive, I was alive, and I didn’t care where I was, about my loneliness, about my psychophysical condition, I was alive, I was happy, I was happy, and I didn’t turn around, I was a coward…I didn’t turn around—I tell this story all the time, I can’t help but tell it—when they stopped Jeanine, a young French girl who worked with me in the factory, I didn’t turn around. Those last days, the machinery had cut two of her fingers off. She was naked. She had tried to cover her hand with a rag. The assassins noticed it. Obviously. And I had just passed the selection and was so happy to be alive…I heard them stop Jeanine, and the scribe, who was also a prisoner, was forced to write down her number. I didn’t turn around to look: I wasn’t like the prisoners in San Vittore. I didn’t shout: “Be strong. I love you.” Anything, any word. I had worked at the machine with her for months, and I couldn’t bear another loss. I didn’t turn around: I wanted to live. I will describe Jeanine because I must make amends, today, for such a cowardly, pitiless act that no one would know about if I didn’t tell the story. Jeanine was sent to the gas chamber for being born, and I alone am the witness of the depths I had reached. I will, for a moment, give Jeanine her life back by describing her to the minds and hearts of those who are reading this: Jeanine, French, twenty-two or twenty-three years old, blue eyes and a soft voice, was sent to the gas chamber that morning in Auschwitz for being guilty of being born. I did not turn around to look. I was alive.

The death march

After a year of that life, I had become a hardened prisoner, much different than the sweet young girl who got off the train. I was a skeletal prisoner who didn’t even feel hunger, at just fourteen—I had turned fourteen in Auschwitz—and who didn’t want to die, but to live, at all costs.

My body did not desire life; death would have been a liberation, but my brain wanted life, life, life…

We suddenly started hearing rumours of an oncoming war. We didn’t know anything, but we heard rumours, we saw airplanes overhead, and we couldn’t understand what was happening. Towards the end of January 1945, our persecutors blew up most of the camp in Auschwitz—a fact that is brilliantly described by Primo Levi, who writes about the four dazed Russian soldiers as they look at the remains of that enormous death factory.

Those of us who were still standing, had been forced, for some days, now, to begin our march. It was, rightly so, called Todesmarsch , the death march: there were fifty thousand prisoners who, like me, went on the death march. I certainly had no idea how many of us there were then, because I knew nothing at all. I didn’t know how many we were, and I didn’t know where we were, geographically speaking. This is information I gathered only afterwards…

The evacuation and death march began because our persecutors were running from the Russians, and they didn’t want to leave prisoners (they hadn’t had the time to kill us all) or witnesses of that atrocious place called Auschwitz.

But they didn’t have the time to destroy it completely, because the Russians broke through the lines and arrived sooner than expected. We, who had started marching along the roads of Poland and Germany, were forced to move more and more quickly north as our assassins felt more and more trapped. It was an incredible march. I have no idea—I ask myself often, when I remember the Liliana I was then—how we were able to keep marching. Perhaps, it was the strength of despair.

We walked mostly during the night…Deserted cities and towns. The inhabitants, bolted inside their homes, didn’t come out. No one ever gave us a crust of bread or a glass of water.

We walked through deserted cities and towns.

There are two things, basically, that I remember about that march: the sides of the roads and the dumps.

No one was allowed to fall down: no wounded or tired prisoners were to be left along the roads. Along the roadsides lay only tombless bodies that had been killed, executed by the guards who were escorting us, and the snow was red.

We knew we could not fall, and that no one could lean on anyone else.

None of us had the strength to walk. After months or a year of imprisonment, like in my case, all strength had abandoned us. It was the strength of our desire to live, and the strength of our minds that upheld us and pushed us forwards, forcing us to walk, walk, walk. The road was covered in red snow, and this is what I remember most, visually.

The dumps along the road made us happy. There were rubbish dumps along the road, which I remember to be huge, rising towards that clear night sky in January; and we would throw ourselves—like piranhas, like crazy people—onto the disgusting rubbish in those dumps. Raw potato skins dirty with soil, rotten cabbage cores, all the rotting leftovers the civilised Germans—who, in fact, didn’t have much themselves in that time of war, but who had leftovers nonetheless—threw away were, for us, pure joy. We would fill our stomachs with that disgusting garbage, knowing full well that the next day we would vomit and have diarrhea. But at least in that moment our stomachs would be full, and our brains could command our legs: “Walk, walk, walk, walk…”

 

Translation ©Matilda Colarossi 2019

Again, I would like to thank #LilianaSegre for permission to translate this account. I will be forever grateful.- M.C.

Part 1 and 2 can be found here: https://paralleltexts.blog/2019/10/27/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thirteen-part-1/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/28/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auscwitz-at-thirteen-part-2/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/29/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thrirteen-part-3/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/30/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thirteen-part-4/

This article was first printed in Italian here: https://www.azionenonviolenta.it/ad-auschwitz-tredici-anni-racconto-liliana-segre/

Picture from: https://www.ilcittadino.it/cronaca/2019/06/07/liliana-segre-avevo-solo-otto-anni-mi-dissero-non-andrai-pi-a-scuola/aOvfPppfRPizMiJgMxUux3/index.html

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

3 thoughts on “Liliana Segre: da Ad Auschwitz a tredici anni/ In Auschwitz at thirteen – Part 5

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