“And the railwaymen who were driving those trains did not ask—or did not ask themselves—why the cars came back empty…” – Liliana Segre

Part 3

… Non fu così.

Ma la cosa che mi ricordo di più di San Vittore è un’altra: la Gestapo chiamava gli uomini per gli interrogatori, feroci: torturavano, davano botte, martoriavano. Restavo sola nella cella, aspettavo che tornasse mio padre. Non avevo una spalla su cui piangere, purtroppo non l’ho mai avuta. Restavo sola e non avevo un libro, non ero credente, avevo solo mura di disperazione: vi erano scritte indimenticabili, graffite, in cui c’erano addii, saluti, maledizioni, benedizioni, che io leggevo, per ore imprimevo nella mente quell’intonaco scrostato. Aspettavo un’ora, due ore, tre ore, poi il mio papà tornava, ci abbracciavamo, in silenzio, eravamo insieme, eravamo insieme, eravamo insieme.

Ho avuto da mio padre e a lui ho dato così tanto amore che mi è bastato per cercare la vita in ogni momento. Lui mi ha dato insegnamenti di vita e non di morte, insegnamenti di pace e non di vendetta. Papà mi ha lasciato un patrimonio di una tale importanza che non ho mai smarrito nel mio ricordo pur avendo perso, quando avevo solo 13 anni, lui come persona.

Restavo da sola, un’ora, due ore, tre ore, e diventavo vecchia. Quando lui tornava e ci abbracciavamo io non ero solo la sua bambina, ero sua sorella, ero sua madre.

Ho tre figli e mio figlio maggiore, che si chiama Alberto come si chiamava mio padre, oggi è più vecchio di quanto fosse papà allora: perché mio figlio oggi ha 49 anni, papà ne aveva 43. Mi succede qualche cosa di così particolare che è anche difficile da spiegare: c’è più che uno sdoppiamento nel mio ricordo, quando guardo mio figlio alto, quasi vecchio ormai, perché un uomo di 49 anni è un uomo maturo, assolutamente, con ben altri problemi di quelli che aveva l’altro Alberto, si sovrappongono in me i due uomini e provo una sensazione dolcissima nel ricordo perché è amore, è puro amore.

Nessuno fu risparmiato

Arrivò il momento della deportazione annunciata. Entrò un Tedesco nel raggio e lesse un elenco di più di 600 nomi fra cui i nostri. Ci dovevamo preparare a partire. Ci preparammo a partire. Nessuno fu risparmiato: non c’erano intrasportabili, non c’erano malati, non c’erano neonati al seno della propria madre, non c’erano donne incinte. Tutti, per la colpa di esser nati, dovevano partire. E così uscimmo: lunga fila di personaggi borghesi, messi in ordine per la partenza.

Uscimmo dal carcere di San Vittore.

Ricordo sempre come si comportarono in modo splendido altri detenuti di un altro raggio, detenuti comuni, forse assassini, forse delinquenti comuni, forse ladri, forse rapinatori, forse truffatori. Furono straordinari, furono uomini, furono uomini che ebbero pietà di altri uomini che non avevano altra colpa che quella di esser nati. Quando attraversammo il raggio dove stavano questi detenuti affacciati alle loro celle – avevano forse l’ora d’aria a noi negata – questi uomini ci urlarono benedizioni, saluti, incoraggiamenti: «Che il Signore vi benedica». «Abbiate coraggio». C’era chi ci buttava una mela, chi un fazzoletto, un paio di guanti, una sciarpa, una cosa qualunque… Loro ebbero pietà. Non voltarono la faccia dall’altra parte. Furono gli ultimi uomini noi incontrammo.

Ce ne volle poi, un anno e mezzo, per incontrare altri uomini: fu un viatico eccezionale.

All’uscita da San Vittore, fummo spinti a calci e pugni e bastonate sui camion, portati alla stazione Centrale. A un incrocio, io, che ero stretta a mio padre, in fondo al camion dove il telone si apriva, vidi la mia casa di un tempo, pensai mai più, mai più, mai più, mai più, mai più, pensai di colpo che la tappezzeria era gialla, pensai a com’era fatta una certa stanza, pensai che c’era un corridoio… Mai più, mai più, mai più. Arrivammo alla Stazione Centrale e lì… dai sotterranei partimmo: non si partiva certo dai binari, per non mostrare quella vergogna agli altri passeggeri, si partiva dal ventre nero della grande stazione di Milano che è ancora oggi un punto di raccolta di quelli arrivati all’ultima spiaggia: tossici, alcolizzati, senza fissa dimora… Là era preparato non il treno, ma un vagone… Ma noi allora non l’avevamo capito, me lo raccontò molti anni dopo Liliana Picciotto Fargion, la storica che ha scritto Il libro della memoria. Non c’era il treno completo, c’erano due vagoni, ma noi in quel buio, i fari, il terrore del momento, l’incredulità di quello che ci stava succedendo, i cani che abbaiavano, le bastonate, i fischi, non capivamo che i vagoni erano due per volta, man mano che il vagone era riempito di umanità dolente, veniva sprangato e portato con un elevatore – che ancora esiste – al binario di partenza, e in fondo agganciato.

Dentro un vagone piombato

Come ci si pone con l’altro, che sia uno sconosciuto, che sia tuo padre, che sia tuo marito, che sia tua sorella, che sia tuo figlio, dentro un vagone piombato? Come ci si guarda intorno, cosa si dice, cosa si fa, come si piange, come si urla, come si sta zitti. Che modo c’è? Perché per ogni cosa c’è un modo, ma non c’è un modo per essere dentro a un vagone piombato con un po’ di paglia per terra, un secchio per gli escrementi, subito pieno… Come ci si pone, come ci si guarda?

Poi il treno si muove. E cominciano le ruote ad andare. E ogni rumore di queste ruote ti porta lontano dalla tua casa, dai tuoi odori, dai tuoi sapori, dai tuoi affetti… io lo racconto, come sono capace, perché non ho certo la vena poetica di Primo Levi, di Hetty Hillesum… anche loro, in realtà, non sono riusciti a rendere cos’è questo viaggio verso il nulla, questo viaggio verso ignota destinazione. E i ferrovieri che guidavano questi treni non si chiedevano – o se lo chiedevano – come mai i vagoni tornavano indietro vuoti… C’erano i capistazione, c’erano quelli ai passaggi a livello, c’erano quelli che avevano le case che davano sulla ferrovia, e vedevano passare in tutta Europa questi treni. Perché sono stati deportati sei milioni di uomini, donne, bambini, bambine? Non una volta tanto un viaggetto, no! Era un via vai continuo…

Mi ricordo le tre fasi: la prima del pianto, che apparteneva a tutti, grandi, piccoli, uomini, anche giovanotti forzuti, tutti piangevano. Quando poi il treno passò il confine e ai ferrovieri italiani subentrarono quelli Austriaci e poi Tedeschi, e si vide il treno andare verso nord, allora veramente i pianti arrivarono… Da nessuna parte, perché nessuno ci ascoltava. Nessuno ci diede un bicchiere d’acqua alle stazioni. Quelle fotografie di repertorio in cui si vedono visi dolenti che si affacciano a grate di finestrini dei carri bestiame… ci rappresentano, fanno sì che non si possa più girare la faccia dall’altra parte: eravamo come i vitelli che vanno a morire. Chi si interessava di noi? Dopo se ne è parlato, quando già erano morti i vitelli… Dopo s’è tanto parlato di Shoah, ma al momento nessuno diede un bicchiere d’acqua.

Alla prima fase del pianto subentrò una seconda fase rarefatta, kafkiana, importante: gli uomini religiosi, i pii, più fortunati, si riunivano nel centro del vagone e, dondolandosi, salmodiavano, lodando Dio anche in quel momento. Pregavano anche per noi, che non sapevamo pregare. Il vagone era buio, la gente appoggiata alle pareti del vagone e quegli uomini, al centro, si dondolavano pregando, con lo scialle di preghiera: era una visione straordinaria.

La terza fase fu quella del silenzio: quando si è già detto tutto, quando non c’è più niente da dire, ma è il momento di massima comunicazione con l’altro. Non è solitudine quando si è con l’altro a cui vuoi bene e non dici una parola. Io e il mio papà non avevamo più niente da dire, in realtà avevamo parlato sempre pochissimo io e lui, perché non avevamo bisogno di tante parole. Ma il momento massimo è il momento di comunione, così profondo, così silenzioso.

Allora l’ho capito: quando la vita è piena di rumore, di auricolari, di musica che sovrasta gli altri suoni, persino quelli delle casse al supermercato, non è mai un momento importante della nostra esistenza. Un momento importante della vita è sempre di silenzio assoluto, quando la coscienza e il cuore e la mente hanno la loro massima espressione.

Part 3…That is not what happened.

But what I remember of San Vittore is something else: the Gestapo would call the men to be interrogated. They were ferocious: they tortured them, beat them, brutalised them. I remained alone in the cell, waiting for my father to return. I didn’t have a shoulder to cry on, unfortunately I never have had. I would remain alone, and I didn’t have a book, and I wasn’t religious. All I had was those walls of desperation: there were unforgettable writings, graffiti that held good-byes, greetings, curses, blessings. For hours and hours, I learned that peeled plaster by heart. I would wait one hour, two hours, three hours, and then my father would return; and we would hug each other, in silence. We were together. We were together. We were together.

I received from my father, and I gave my father so much love that it was enough to make me want to live every instant. He gave me lessons on life, not on death, lessons on peace and not on vengeance.  Papà left me an immense wealth of knowledge, which I never lost, even though I lost him at merely 13.

I would remain alone one hour, two hours, three hours, and I became old. When he returned and we hugged, I was not just his little girl, I was his sister, and I was his mother.

I have three children, and my eldest son, whose name is Alberto like my father, is older than my father was then: because my son is now 49, and my father was only 43. Something so strange happens to me that it’s difficult to explain: In my memory, there is more than one dissociation. When I look at my tall son—who is almost old now, because he’s a 49 year old man, a mature man, certainly, with things on his mind that are nothing like the other Alberto’s— well, the two men overlap, and I am overwhelmed by the sweetness of that memory, because it is love, pure love.

No one was spared

The moment of the much talked of deportation came. A German came into the ward and read a list of more than 600 names, including ours. We had to prepare to leave. We prepared to leave. No one was spared: there was no one who could not be transported, no infirm, no infants at their mothers’ breasts, no pregnant women. All of us, guilty only of being born, had to leave. And so we left: a long line of middle-class characters, put in line for the departure.

We left San Vittore prison.

I’ll always remember how wonderfully the prisoners of another ward behaved. They were common prisoners, assassins perhaps, thieves perhaps, con-artists perhaps. They behaved extraordinarily, like men, like men who felt pity for other men who were guilty of nothing more than being born. When we walked through the ward where these men stood looking out of their cells—perhaps they got the yard time we did not— they cried out blessings, good-byes, reassurances: “May God bless you.” “Be strong.” Some threw apples, some handkerchiefs, or a pair of gloves, a scarf, anything they had…They felt pity. They did not look the other way. They were the last men we encountered.

It took a while, a year and a half, to encounter other men: it was an exceptional viaticum.

As we exited San Vittore we were kicked and punched and beaten onto the trucks, and taken to the Central station. At a cross-road I, who was holding on tightly to my father at the back of the truck where the canvas flapped open, saw my old house, and thought never again, never again, never again, and thought that the upholstery was yellow, and thought about how a certain room was furnished, and thought that there was a hallway…Never again, never again, never again. We reached Main Station and there…from underground we departed: of course, we did not leave from the platform, where the other passengers could witness that ignominy; we left from the black belly of the Grand Milano station, which is still today a gathering place for those who are the end of their tether: drug addicts, alcoholics, the homeless…Waiting there was not a train, but a boxcar…

But we didn’t know that yet. Years later Liliana Picciotto Fargion, the historian who wrote Il libro della Memoria, told me. It was not a whole train: there were just two boxcars; but in that darkness, with the headlights, the terror we felt, the disbelief of what was happening, the barking dogs, the beatings, the whistles, we didn’t understand that there were two boxcars. As the boxcar filled with suffering humanity, it was locked and bolted and lifted on an elevator—which still exists—to the departure platform, and hitched on the back.

 

In a packed boxcar

How do we behave towards others—whether they are strangers, our father, our husband, our sister, or our son—inside a packed boxcar? How do we lift our eyes, what do we say, what do we do, how do we cry, how do we scream, how do we remain quiet? How do we behave? Because there is a way of doing everything, but there is no way to be inside a packed boxcar with just a bit of straw on the floorboards, a bucket for the excrements, which was immediately filled…How do we behave? How do we look at each other?

Then the train moves. And the wheels start to turn. And with every sound of the wheels we move farther from home, from the smells you know, the tastes you know, the people you love…I recount it as best I can, because I certainly do not have the poetic vein of Primo Levi, of Hetty Hillesum…and they too, in truth, were not able to explain this journey towards the nothingness, this journey towards the unknown destination. And the railwaymen who were driving those trains did not ask—or did not ask themselves—why the cars came back empty…There were the stationmasters, the people stopped at the railroad crossings, the people whose houses looked onto the railroad tracks and saw those trains pass all through Europe. Why were six million men, women, boys, and girls deported? Not just one train, every now and then, no! Trains coming and going continuously…

I remember the three phases: the first was of tears, which did not spare anyone, old, young, men, and even burly youngsters. Everyone cried. Afterwards, when the train crossed the border and the Italian railwaymen were replaced by Austrian and German ones, and we saw the train move north, then we really wept…From nowhere, because no one was listening. No one gave us a glass of water at the stations. Those stock photos in which you see stricken faces looking out from behind the bars of the windows in the boxcars…represent us, and they would make looking the other way impossible forevermore: we were like calves going to the slaughter. Who cared about us? They talked about it afterwards, when the calves were already dead…They talked and talked about the Shoah afterwards, but at the time, no one gave us a glass of water.

The first phase of tears was followed by a second rarefied one, Kafkaesque, important: religious men, pious men, more fortunate men, came together in the centre of the cars and, rocking, chanted, praising God even under those circumstances. They prayed for us too. For we did not know how to pray. The boxcar was dark, people leaned against the walls, and those men stood in the centre; rocking, they prayed wrapped in their prayer shawls: it was an extraordinary sight.

The third phase was one of silence: when everything has been said, when there is nothing more to say; but it is the moment of maximum communication. When you are with a person you love and are silent, that is not solitude. My father and I had nothing more to say. In truth we had always spoken very little, because we did not need many words. But the greatest moment is the moment of communion, a moment so profound, so silent.

And I understood it then: when life is full of noise, of earplugs, of music that drowns out the other sounds, even those of the check-outs in the supermarket, it is never an important moment in our lives. An important moment in life is always a completely silent one, when our conscience and heart and mind express themselves to their fullest.

 

Translation ©Matilda Colarossi 2019

 

Again, I would like to thank #LilianaSegre, whom I admire greatly, for permission to translate this account. I will be forever grateful.- M.C.

Part 1 and 2 can be found here: https://paralleltexts.blog/2019/10/27/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thirteen-part-1/

and

https://paralleltexts.blog/2019/10/28/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auscwitz-at-thirteen-part-2/

This article was first printed in Italian here: https://www.azionenonviolenta.it/ad-auschwitz-tredici-anni-racconto-liliana-segre/

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

2 thoughts on “Liliana Segre: da Ad Auschwitz a tredici anni/ In Auschwitz at thirteen – Part 3

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