Il viaggio

Di Matilda Colarossi

Sedeva sotto la betulla bianca. Non so se riconosceva chi fossi o cosa fosse una betulla. Fissava il lago che si estendeva, piatto e freddo, davanti a lei.

Un’alga lunga, imbrunita dal sole, s’avvicinò lenta su un’onda poca decisa.

La guardammo insieme. Andò ad appoggiarsi a pochi passi da noi tra i ciocchi di legno levigati dalle onde e i ciottoli che brillavano nel sole di fine settembre.

Aspettai in silenzio che i ricordi fluissero nel buco nero che aveva, oramai, risucchiato i pensieri di mia madre.

“Chissà che fine hanno fatto i miei capelli?”

Ecco. Mi sfuggì un sospiro. Non risposi. Non era una domanda ma punteggiatura. Un punto esclamativo nella vacuità di un cervello quasi del tutto spento. Un punto e virgola nel filo di un pensiero oscillante.

Stringeva forte i braccioli della vecchia Muskoka mangiata dal sole e dagli anni. Misi una mano sulla sua. Soffice nonostante fosse tagliata da finissime linee. Marna grigia di scaglie argillose.

Mi guardò. Trattenni il fiato. Era sempre un momento speciale, questo. Il momento in cui alzava gli occhi su di me. E io capivo subito se esistevo o no.

“Chissà che fine hanno fatto i miei capelli, Sandra?”

Sorrisi. Esistevo. Ero sua figlia, Sandra, non una sconosciuta.

“Chi lo sa, mamma?”

“C’avranno fatto una parrucca! Magari oggi qualcuno ha indosso i miei capelli!”

“Dubito. Sono passati tanti anni.”

“Tu non eri ancora nata!”

“Appunto.”

“Quanti anni hai tu?”

La luce si spegneva. Non come la lampadina che si fulmina, ma come il lento spegnersi del LED. Sempre più fievole, e poi nulla.

Sottrasse la mano da sotto la mia. E la luce si spense del tutto.

Sedemmo in silenzio guardando il lago. Una corrente fredda galleggiava sulla superficie dell’acqua come una coperta gelida. Un sospiro di vento mosse l’alga.

“Chissà che fino hanno fatto i miei lunghi capelli?” sussurró.

,

Camminavo dietro a Cesare con gli occhi bassi. Passeggiando lungo lo stretto ponte della nave vedevo solo scarpe. Scarpe di tutte le misure, consunte, lucide, piccole, grandi. E, a volte, delle calze così fini che non si vedevano neppure, non come le mie, spesse e grigiastre.

E di fianco, il mare nero. Non lo guardavo mai. Era troppo grande. Meglio le scarpe, ben salde sul pavimento in legno, le gambe, i corpi che mi sfioravano passeggiando in attesa di un porto che non conoscevo in una terra che non conoscevo.

Stiamo emigrando, mi dicevo. Stiamo emigrando. E la parola, per me, non aveva niente a che fare con lo spostamento, ma con la speranza di una vita nuova, soldi, forse, un futuro.

“Ci sediamo, Agata?”

“Come? Come dici, Cesare?”

“Ci sediamo qui sul ponte? Si sono liberate due sedie.”

Mi guardai intorno.

“Si può?”

“E perché no? Abbiamo pagato. I nostri soldi non sono come quelli degli altri?”

Sentii la tensione nella voce di mio marito. Sorrisi. Ostentava sicurezza, per me. Lo capivo da come reggeva forte il corrimano quando il mare era mosso, da come si fermava, a volte, indeciso sul dove girare. Per quasi nove giorni avevo seguito le scarpe consumate di mio marito che calcavano il ponte senza sosta, era la prima volta che mi offriva di sedermi.

Ci mettemmo l’una accanto all’altro, senza toccarci. Lo schienale della sedia era alto. La pesante treccia avvolta in una crocchia alla nuca mi costringeva a stare in una posizione scomoda. Un po’ mi pesava. Sotto quella massa arrotolata, sudavo.

Alzai gli occhi sul via vai di passeggeri. Interi per la prima volta. Corpi, facce e chiome. Ma non era come nel paesello. Le donne non avevano i capelli raccolti in una crocchia. Qui nessuno gareggiava per vedere chi li aveva più lunghi, più folti. Le donne portavano i capelli corti, come gli uomini. Ricci, lisci, con la frangetta o senza, con bellissimi fermagli in osso o senza.  Cercai una posizione più comoda. Tirai giù la crocchia. Cercai di accomodarla tra le stecche dello schienale della sedia con Cesare che mi osservava.

Per la prima volta quei capelli, che per me, e per Cesare, erano stati motivo di vanto, mi sembravano insopportabili. Una cordone che mi legava al passato.

“C’è un parrucchiere a bordo,” disse all’improvviso, “L’ho visto.”

Guardai mio marito stupita.

“Pensavo ti piacessero i miei capelli.”

Abbassò gli occhi sulle scarpe. Capii che per Cesare quelle chiome, che io vedevo per la prima volta, non erano nuove. Non aveva camminato a testa bassa come me. Erano nove giorni che vedeva quelle donne con le calze fini e i capelli corti civettare come se il futuro fosse già loro.

“Va bene.”

“Va bene?”

“Certo. Voglio essere una donna moderna anch’io. Non siamo più nel paesello.”

Un sorriso illuminò il suo viso. E un po’ questo mi ferì. Mi ferì che volesse tagliare quel cordone col passato quanto lo volessi io. E non sapevo perché.

“Gli ci vorrà un bel po’ a liberarmi da tutti questi capelli,” dissi, “Chissà cosa ci faranno?”

“Forse una parrucca!”

The voyage

By Matilda Colarossi

She sat under the silver birch. I don’t know if she knew who I was, or what a birch was. She stared at the lake that extended, flat and cold, before her.

A stringy weed, brown from the sun, sailed in on an uncertain wave.

We both watched it. It settled a few steps from us, among driftwood that had been smoothed by the waters and pebbles that twinkled in the late September sun.

I waited in silence for the memories to flood the black hole that had, by now, taken back my mother’s thoughts.

“I wonder what they did with my hair?”

There. I sighed. But I didn’t answer. It wasn’t a question. It was punctuation. An exclamation mark in the emptiness of a brain that was almost totally shut down. A semi-colon in a hiccoughy train of thought.

She grasped the arms of the old Muskoka chair, worn by the sun and the years. I placed my hand on hers. Soft, notwithstanding the thin veins that lined the surface. Argillaceous limestone flakes of lithified marl.

She looked at me. I held my breath. It was always a special moment. The moment she looked up at me. And I knew immediately if I existed or not.

“I wonder what they did with my hair, Sandra?”

I smiled. I existed. I was her daughter, Sandra, and not a stranger.

“Who knows, mamma?”

“They probably made a wig! Maybe someone’s wearing my hair right this minute!”

“I doubt it. It was such a long time ago.”

“You weren’t even born yet!”

“I know.”

“How old are you again?”

The light was going out. Not like a light bulb that blows, but like a slowly dimming LED. Fainter and fainter, and then darkness.

She removed her hand from under mine. The light was now out.

We sat silently watching the lake. A cold breeze drifted over the surface like an icy blanket. A puff of wind moved the weeds.

“I wonder what they did with my beautiful long hair?” she sighed.

,

I walked behind Cesare, eyes cast down.

Walking along the narrow deck of the ship, all I could see was shoes. Every size and make, worn, shiny, small, big. And, sometimes, stockings that were so fine you could hardly see them, not like my thick grey tights.

And on all sides, the black sea.  I never dared look at it. It was too vast. Much better to look at the shoes, well planted on the wooden planks of the ship, and the legs, the bodies that brushed past me, passing the time until they reached that unknown port in that unknown land.

I’m emigrating, I would tell myself. We’re emigrating. And that word, to me, had nothing to do with movement, and everything to do with hope, the promise of a new life, money, perhaps, and a future.

“Let’s sit down, Agata?”

“What? What is that you say, Cesare?”

“Let’s sit down here on the deck. There are two empty chairs.”

I looked around me.

“Will they let us?”

“Why not? We paid for the trip, didn’t we? Our money is as good as anyone else’s.”

I could hear the tension in my husband’s voice. I smiled. The show of bravery was for my sake. I knew this from the way he held on to the deck-rails when the sea was choppy, or from how he stopped, at times, unsure which way to turn. For nine days I had followed my husband’s scuffed shoes as he paced the planks of the deck incessantly, and this was the first time he asked me to sit down.

We sat, without touching each other. The back of the deck chair was high. My heavy braid was twisted in a bun at the nape of my neck, and it made sitting straight impossible. It was heavy. Under that mass, I was sweating.

I looked up for the first time and saw the other passengers. Whole. Bodies, faces and hair. But it wasn’t like back in our village. The women didn’t wear their hair in buns. They weren’t competing to have the longest, thickest hair. Their hair was short, like men’s. Curly, straight, with or without bangs, with or without beautiful bone barrettes. I tried to find a comfortable position. I pulled on my bun. I tried to fit it between the crossbars of the back frame as Cesare watched on.

For the first time in my life, I found my hair, which for me, and for Cesare, had always been a source of pride, unbearable. It was a chain, tying me to my past.

“There’s a hairdresser’s on board,” he said suddenly, “I saw it.”

I stared at my husband.

“I thought you liked my hair.”

He looked down at his shoes. I realized then that the hairdos I saw all around me were not new to Cesare. He had not walked with his head hung low like I had.  He had been watching those women with the fine stockings and the short hair strut as if the future was already theirs.

“All right.”

“You’ll do it?”

“Yes. I want to be modern too. We aren’t in our little village anymore.”

A smile lit his face. And this hurt me. It hurt me that he wanted to sever that bond as much as I did. And I didn’t know why.

“It’ll take them a while to free me of all this hair,” I said, “I wonder what they’ll do with it?”

“Maybe they’ll make a wig.”

Translation by ©Matilda Colarossi

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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