Luoghi, e senso dei luoghi nella narrativa di Giorgio Bassani

Giuseppe Magurno

Il tema dei luoghi è sicuramente centrale nella narrativa di Giorgio Bassani (1916-2000), «uno scrittore da ritrovare» dopo le incomprensioni critiche dei primi anni Sessanta, in tempi di neoavanguardia e di sperimentalismo. Ed è centrale non soltanto in chiave identitaria e antropologica, se si pensa a Ferrara, la sua città d’origine, ma anche (e soprattutto) dal punto di vista ideativo e genetico, con tutti i risvolti storici e simbolici del caso.

Si può partire, per esemplificare, da due citazioni poetiche dello stesso Bassani, il quale amava definirsi ‘poeta’ piuttosto che narratore o romanziere (e sempre scrisse poesie, prima durante e dopo la sua esperienza di prosatore). La prima è tratta dalla lirica La porta Rosa, che appartiene alla raccolta Epitaffio, del 1974.

«Quando mi rimproveri di non occuparmi nei

miei libri

che di Ferrara e del territorio immediatamente limitrofo

Reno e Po a sud e a nord non osando io varcarli che di rado e di straforo

  e l’Adriatico ad est non facendocela in pratica

giammai a raggiungerlo

 

dovresti ricordarti della nostra gita dell’estate scorsa alle rovine

di Velia…».

In questi versi Bassani delinea la mappa dei luoghi in cui si muovono e agiscono i personaggi del Romanzo di Ferrara, ‘summa’ della sua produzione narrativa, e ne perimetra, come un geometra, l’estensione complessiva, con i relativi punti cardinali: a sud il Reno, a nord il Po, fiumi di ben diversa portata d’acqua, varcati soltanto raramente e casualmente dall’autore; e poi, l’Adriatico, quasi irraggiungibile, e mai raggiunto (anche se ciò non corrisponde pienamente a verità: vedi alcuni personaggi del Romanzo di Ferrara in vacanza a Riccione e sulle spiagge romagnole, oppure a caccia come Limentani, nell’Airone, sul delta del Po, di fronte al ‘salso mare’).

E si serve, per questa rampogna indirizzata – in ultima analisi – a se stesso, di un ‘tu’ ben delineato, di sesso femminile («alta e bionda e straniera e di roseo sangue / pura»), che si lamenta dell’angustia geografica e spaziale dei libri dello scrittore, sempre contrassegnati da una stessa, monotona topografia.

Pertinenti al nostro assunto, e programmatici dal punto di vista della ‘poetica’ dello scrittore, risultano anche i versi finali della medesima lirica:

«Non lasciarmi solo a scavare nella mia città a resuscitare

grado a grado alla luce

ciò che di lei sta sepolto là sotto il duro

spessore di ventimila e più giorni»

Da questi versi emerge l’ethos della ricerca narrativa di Bassani, lo scopo del suo continuo, inesorabile, ‘fatale’ (in qualche modo) lavoro di scavo nella memoria, la sua e quella collettiva, per più di cinquant’anni (ventimila e più giorni). Tale lavoro di scavo, doloroso come ogni rievocazione memoriale (tanto più nel caso di questo scrittore, segnato da una immedicabile ferita d’origine per la sua diversità, ebraica e culturale) ha luogo a Ferrara, città che si configura metaforicamente come un (ungarettiano) ‘porto sepolto’, dove lo scrittore si immerge per riportare alla luce, nuovo palombaro, storie, volti e luoghi su cui il tempo potrebbe, altrimenti, depositare una patina di oblio definitivo.

Ciò che egli vuole scongiurare è appunto l’oblio, l’inaccettabile dimenticanza di fatti e vicende che hanno mostrato il volto orrendo del  «male radicale»  (i lager e lo sterminio degli ebrei, anche di quelli ferraresi), cause e responsabilità comprese: il fascismo, le leggi razziali, la guerra; ma anche la connivenza e la complicità della borghesia locale con i carnefici; la sottovalutazione del pericolo che si addensava sulla testa degli ebrei (anche fascisti), all’interno della stessa comunità israelitica di Ferrara; certa diffusa indifferenza; la voglia di rimuovere in fretta, post eventum, le atrocità e gli orrori commessi, per voltare pagina e inaugurare un futuro diverso.

E in un’intervista rilasciata ad Anna Folli nel 1979, Bassani ribadiva con forza questa necessità di ricordare: «… il pericolo che incombe sui giovani d’oggi è che si dimentichino di ciò che è accaduto, dei luoghi donde tutti quanti siamo venuti. Uno dei compiti della mia arte (se l’arte può avere un compito), lo considero soprattutto quello di evitare un danno di questo tipo, di garantire la memoria, il ricordo. Veniamo tutti quanti da una delle esperienze più terribili che l’umanità abbia mai affrontato. Pensi ai campi di sterminio. Niente è stato attuato di più atroce e di più assoluto. Ebbene i poeti sono qua per far sì che l’oblio non succeda. Un’umanità che dimenticasse Buchenwald, Auschvitz, Mauthausen, io non posso accettarla. Scrivo perché ci se ne ricordi».

   La seconda citazione è cavata dalla poesia Dove vivi?, che appartiene alla raccolta, In gran segreto, del 1978.

Dove vivi? – mi chiede corrugando la

fronte e stringendo le palpebre – Dov’è

che diavolo stai?

 

A Roma? A Ferrara? Laggiù

a Maratea? Oppure nuovamente

altrove?

 

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più

piccolo posto un po’ tuo – conclude – proprio tu che fino

all’altro ieri soltanto

non ne hai abitato in fondo che

uno

In tale testo, articolato in tre strofe  di diversa lunghezza (rispettivamente, 3, 3, 6 vv.) sfilano alcuni dei luoghi dove lo scrittore è vissuto o ha abitato in anni diversi e per periodi di differente durata: Roma, dal 1943 al 2000; Ferrara, dal 1916 al 1943; Maratea[5], dal 1967 al 1981, in tempo d’estate.  C’è inoltre – sia pure con la ripetuta formula interrogativa – lo snobistico, continuo spostarsi del poeta, ebreo errante, che non riesce ad accasarsi in modo definitivo e cerca sempre un altrove, dopo l’unico posto percepito come veramente suo, fino ad epoca recente (l’altro ieri) e mai veramente abbandonato: Ferrara.

Notevole è, per il nostro discorso, la differenza tra ‘vivere’ e ‘abitare’: il primo verbo ha a che fare con ciò che è effimero, caduco, provvisorio, e costituisce, come la vita terrena, un’esperienza destinata a finire; il secondo si connette invece a un’idea di stabilità, di permanenza, perfino di eternità, se ci si riferisce ai morti, i quali «non vivono nei cimiteri, ma li abitano», come ricorda la studiosa Paola Frandini [1]. Ella aggiunge che, «se è possibile guardare senza vedere, è possibile vivere senza abitare»; e poi, citando Joseph Roth, in Hotel Savoy («Noi, dovunque siamo, abbiamo la patria dove sono i nostri morti»), sottolinea che la città d’origine diviene, per Bassani, oltre che per altri suoi personaggi, culla e bara, casa  e tomba, con una letterale e simbolica sovrapposizione di ruoli.

Places, and the sense of place in the narrative of Giorgio Bassani (excerpt)

Giuseppe Magurno

The theme of place is certainly central to the narrative of Giorgio Bassani (1916-2000), “a writer to be rediscovered” after the critical misunderstandings of the early 60s, in a time of neo-avant-garde and experimentalism. And it is not only central in an identitary and anthropological key— when we consider Ferrara, his hometown—but also (and most importantly) from an ideational and genetic point of view, with the relative historical and symbolic implications.

We can start, in order to exemplify, with two poetic quotations by Bassani, who loved to refer to himself as a “poet” rather than a narrator or novelist (and he would always write poems: before, during, and after his works in prose). The first is taken from La porta Rosa, which is from the collection Epitaffio (1974).

“When you reproach me for not writing in

my books

about anything but Ferrara and the territory

immediately surrounding it

Reno and Po to the south and north not daring I to cross them but rarely and furtively

and the Adriatic to the east never being in fact able

to reach it ever

 

you should remember our trip last summer to the ruins

of Velia…” 

In these verses Bassani makes a map of the places in which the characters of Romanzo a Ferrara—“summa” of his narrative production—move and act, and, like a surveyor, he drafts the perimeter of the overall area, including the relative cardinal points: to the south the Reno, to the north the Po, different rivers in size and water flow, which the author only crosses rarely and coincidentally; and then, the Adriatic, almost unreachable, and never reached (even if this is not completely true, for example, some of the characters in Romanzo di Ferrara take holidays in Riccione and on the beaches of Romagna, and others, like Limentani in the Airone, hunt on the Po River delta, opposite the “salty sea”).

And in this reprimand, which, ultimately, he directs at himself, he uses a specific “tu”, a femminine “tu” (“alta e bionda e straniera e di roseo sangue / pura») that is complaining about the  geographic and spacial anguish of the author’s books, identified, always, by the same monotonous topography.

What is relevant here—and programmatic from the point of view of the author’s “poetic”—is the last part of the poem:

“Don’t leave me alone to delve into my city to bring back

little by little to the light

what of her’s is buried there under the hard

crust of more than twenty thousand days ” 

The ethos of Bassani’s narrative research, the aim of his continuous, inexorable, and “fatal” (to some extent) task of delving in the memory—his own, and shared—for over fifty years (more than twenty thousand days). This delving—which is as painful as any memorial re-enactment (more so in the case of this author, who was scarred by an untreatable original suffering brought on by his Jewish and cultural diversity)—happens in Ferrara, a city that is, metaphorically, a sort of “Porto sepolto/buried port” (Ungaretti), into which the writer, like a novel diver, plunges to bring to the surface stories, faces, and places which, with the passing time, could otherwise be hidden under a patina of definite oblivion.

What he wants to prevent is, in fact, oblivion, the unacceptable forgetting of the facts and events that have exposed the horrible face of the “male radicale/radical evil” (the prison camps and the extermination of the Jews, even those from Ferrara), including the causes and responsibilities that led to it: fascism, racial laws, and war; but also the local bourgeoisie’s connivance and collusion with the executioners; the underestimating, even within the Jewish community of Ferrara, of the pending danger to the Jews (including members of the fascist party); a certain widespread indifference; and the desire to quickly remove, post eventum, the atrocities and horrors that were committed in order to turn the page, and welcome a different future.

In an interview with Anna Folli in 1979, Bassani strongly emphasized this need to remember: “…the danger young people face today is that they will forget what happened, forget the places we have all come from. One of the responsibilities of my art (if art can have a responsibility), is, I believe, exactly that of preventing this sort of danger, of securing the remembrance, the memory. We all derive from one of the most terrible experiences humanity has ever faced. Think of the death camps. Nothing more atrocious or more absolute has ever been carried out. Well, poets are here to make sure that oblivion does not occur. I cannot accept a humanity that is willing to forget Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen. I write so that we shall forever remember.”

The second quotation is derived from the poem Dove vivi?, which is part of the collection, In gran segreto (1978).

Where do you live? —they ask wrinkling their

brow and squinting their eyes—Where

the hell exactly are you?

 

In Rome? In Ferrara? Down there

in Maratea? Or elsewhere

again?

 

No one when thinking of you could give you today even

the tiniest place that’s a bit yours—they conclude—precisely you who

until just the other day

have in fact never inhabited any place but

one

 In this poem, articulated in three stanzas of different lengths (3,3,and 5 verses, respectively) we find some of the places where the author lived in different years and for different periods of his life: Rome, 1943-2000; Ferrara, 1916-1943; and Maratea during the summer months, 1967-1981. This is also—albeit repeated in an interrogative form—the snobbish, continuous relocation of the poet, the wandering Jew, who is unable to settle indefinitely, and is always in search of an elsewhere to come after the only place he felt was truly his, until not long ago (just the other day) and never really forgotten: Ferrara.

It is important to mention here the difference between “live” and “inhabit”: the first verb has to do with the ephemeral, transitory, and temporary, and is, like life on earth, an experience that is destined to come to a close; the second is, instead, connected to an idea of stability, of permanence, and even of eternity, when referring to the dead who “do not live in a cemetery, but inhabit it,” as the scholar Paola Frandini states.[1] She adds that, “if it is possible to look and not see, it is also possible to live and not inhabit”; and then, citing Joseph Roth, in Hotel Savoy (“ to us, home is above all where our dead live”) underlines the fact that the city of origin is, for Bassani, as well as for his protagonists, cradle and coffin, home and tomb, with a literal and symbolic overlapping of roles.

Translation ©Matilda Colarossi 2020

[1]  Cfr. P. Frandini, Giorgio Bassani  e il fantasma di Ferrara, Lecce, Manni, 2004, p. 25

I would like to thank the author, Giuseppe Magurno, and the author of the blog, Francesca Rennis, for their kind permission to translate this excerpt. The original can be found at: https://con-fusioni.jimdofree.com/libro-aperto-agli-amici/luoghi-e-senso-dei-luoghi-in-bassani-magurno/

The complete article is very exhaustive, highly interesting, and, I find, so very important in these times of racial unrest: #Lestweforget, which was for Bassani himself, as is evident in his work and this enlightening excerpt, the most important thing.

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

2 thoughts on “Giuseppe Magurno: Places, and the sense of place in the narrative of Giorgio Bassani

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