Da Conforme alla gloria

 di Demetrio Paolin

Mauthausen, febbraio 1945 Scheisse. È la prima parola che Enea ha imparato al campo. È la parola chiave. Scheisse lo benedice all’arrivo, quando gli scalzano le scarpe dai piedi e sente che la melma in cui affonda ha una consistenza diversa da quella del fango. Quello in cui si trova è il regno della merda. I crampi lo stanno uccidendo, le fitte sono lame a lacerare la pelle, mentre il vento gelido soffia senza ritegno sulle sue membra rattrappite. Spinge e deposita un liquido semidenso dall’odore acido, che striscia lungo le gambe già smagrite. Tutto è Scheisse. Merda. Non ci sono specchi, ma gli basta guardare i compagni per vedersi riflesso. La pelle è cosparsa di lebbra; quando Enea e i suoi compagni la grattano, perché dà un prurito fastidioso, una parte resiste sotto le unghie, come fosse ruggine. Hanno ossa smunte, i ventri come la cava di Mauthausen. Le braccia e le gambe sono rami spezzati. I deportati sono pezzi di legno, destinati alle stufe e a bruciare. Alcuni sono rami di pioppi, altri sono castagni selvatici, quelli là in fondo un tempo sono stati querce solide e ora sono tronchi incavati. Tutti finiscono nel fuoco ardente, salgono lungo il camino e ricascano giù nella merda. Finisce tutto così. Il vero Dio del lager è la merda. È una forza nascosta che li morde, mentre il cielo grigio della mattina, ampio e arido come un campo di stoppie, si riempie dei compagni che a uno a uno vanno in fumo. In questo momento Enea è fortunato. Ha certi pensieri perché è al caldo, e fuori c’è il vento freddo e cade la solita neve spessa e bagnata. I pensieri si fanno solo quando il caldo ti consola le ossa, quando il corpo non è alle prese con il tentativo di resistere. Guarda dalla finestra e vede una parte del campo. Lui è al caldo. Fuori, in mezzo alla neve, c’è Vasilij. Vasilij è un soldato dell’Armata Rossa che è caduto prigioniero insieme ai suoi commilitoni. Il fatto che fossero soldati ha creato qualche problema ai responsabili del campo, che hanno deciso di murarli dentro una baracca e lasciarli morire di stenti. Tutti hanno sentito le urla strazianti provenire da quella baracca, posizionata proprio al centro del campo, la numero 30. La mattina durante l’appello e la sera per la conta, ogni prigioniero buttava l’occhio in quella direzione. Nei primi giorni le voci si erano sentite forti: non c’era disperazione, ma scherno. Poi erano arrivate le grida che parevano strepiti e versi di uccelli. Poi nessuno ci aveva fatto più caso, e quando i rantoli erano diventati flebili e infine erano spariti, nessuno si ricordava più della baracca 30, tranne le ss, che precise e metodiche avevano dato l’ordine di smurare la porta. Così si erano visti i corpi accatastati, bloccati nel rigor mortis, le bocche spalancate, gli occhi sgranati. I cadaveri erano una massa indistinta che nessuno riusciva a sbrogliare. Erano simili agli strati di pietre che si vedevano nella cava, confuse le gambe dell’uno con quelle dell’altro. L’odore di decomposizione non era arrivato subito; appena dissigillata la porta si era sentito il puzzo di chiuso, simile a quello di una casa disabitata. Poi il tanfo era diventato tremendo, non appena avevano cominciato a caricare sulle carriole i corpi, che alla luce del sole mostravano il loro segreto: come le blatte che si mangiano le une con le altre, così i russi allo stremo avevano iniziato a mangiare i compagni. Alcuni avevano inciso le cosce e i ventri dei cadaveri per mangiarne la carne cruda. Poi, dal fondo della baracca esce una nenia: è un corpo ancora vivo. Vasilij sa di piscio e di merda. La sua magrezza mostra le vertebre della spina dorsale e le costole. La schiena è il dorso di un insetto. Anche gli occhi sono diventati quelli di una mosca. Immobili e neri. Qualcuno gli rivolge la parola. Lui continua con il suo cicaleccio noioso. Lo portano fuori dalla baracca e non sanno che farne. Vasilij crea un problema ai burocrati del campo. Non è morto, ma non è neanche vivo, perché non può lavorare. I tedeschi decidono che rimarrà senza cibo e acqua, esposto alle intemperie. Lo stendono fuori dal blocco numero 30, su un linoleum di due metri per due. E lo lasciano così per giorni e notti. Enea guarda Vasilij nel suo letto di neve e merda. Vasilij troneggia puzzolente e ripete la sua nenia come un Dio a cui nessuno si inginocchia.

Excerpt from In conformance with glory

 by Demetrio Paolin

 Mauthausen, February 1945, Scheisse. It’s the first word Enea learns in the camp. It’s the key word. Scheisse welcomes him upon his arrival, when they remove his shoes from his feet, and he can feel the muck he is sinking into doesn’t have the consistency of mud. He is now in the reign of shit. The cramps are killing him, and the pangs are blades that slash at his skin, while the freezing wind blows madly on his stiff appendages. He strains and deposits a semi-dense liquid with an acidic smell that runs down his already emaciated legs. Everything is Scheisse. Shit. There are no mirrors, but all he has to do is look at his companions to see his own reflection. He is covered with leprosy; when Enea and his companions scratch themselves, because it can be terribly itchy, bits remain under their nails, as if they were rust. Their bones are shrunken, their bellies like the mines of Mauthausen. Arms and legs are broken branches. The deported are pieces of wood, destined for the ovens and to burn. Some are poplar branches, others are wild chestnut, and those there in the back used to be solid oak, but now they are just hollow trunks. Everyone ends up in the burning flames, ascends the chimney and falls back down in the shit. That’s how it all ends. The real God of the concentration camp is the shit. It is a hidden force that gnaws at them, while the grey morning sky, as vast and as arid as a field of stubble, fills with the companions who, one by one, go up in smoke. For the moment, Enea is lucky. He gets these thoughts because he’s in a warm place, and outside there’s a cold wind, and the usual wet and heavy snow is falling. Thoughts collect only when your bones are comforted by the heat, when your body is not busy trying to resist. He looks outside the window and sees a part of the camp. He’s in a warm place. Vasilij is outside, in the snow. Vasilij is a soldier of the Red Army who was taken prisoner with his comrades. The fact that they were soldiers created some problems for the directors of the camp, who decided to wall them up inside a hut and leave them to die of starvation. Everyone heard the heart-wrenching cries that escaped that hut, positioned right in the middle of the camp, hut number 30. In the morning during roll call and in the evening for the head count, each prisoner glanced in that direction. During the first few days, you could hear the voices clearly: there was no desperation, just scorn. Then the screaming began, which was something like the clamour and cawing of birds. Then no-one noticed it anymore, and when the rasping had become weak and then disappeared, no-one remembered hut number 30 anymore, except the SS, who, so precise and methodical, ordered the door to be unwalled. So they saw the bodies piled up, frozen in a state of rigor mortis, mouths open, eyes wide. The bodies were an indistinct mass that no-one could disentangle. They were like the layers of rock in the mine, indistinguishable the legs of one and those of another. The stench of decomposition did not reach them immediately; the first thing they smelled, when the door was first unsealed, was a musty odour like the smell of a house that’s been closed up. Then the stink became unbearable, as soon as they started loading the wheelbarrows with the bodies, which in the sunlight bared their secrets: like cockroaches are known to do, the famished Russians had started eating their companions. Some had cut the thighs and bellies of the corpses to eat the raw flesh. Then, from the back of the hut comes a dirge: someone is still alive. Vasilij smells like piss and shit. His thinness exposes his backbone and ribs. His back is the hind-part of a bug. Even his eyes are those of a fly. Motionless and black. Someone addresses him. He continues muttering annoyingly. They lead him outside the hut, but don’t know what to do with him. Vasilij poses a problem for the bureaucrats in the camp.  He isn’t dead, but he isn’t alive either, because he can’t work. The Germans decide he will have to remain without food and water, exposed to the elements. They lie him down outside hut number 30, on a two metre square piece of linoleum. And they leave him there for days and nights. Enea looks at Vasilij in his bed of snow and shit. Vasilij, reigning fetid, repeats his dirge like a God to whom no-one will kneel.

Translation ©Matilda Colarossi

More about the author, Demetrio Paolin:

https://paralleltexts.blog/2017/01/05/about-conforme-alla-gloria-an-interview-with-demetrio-paolin-by-paolo-zardi/

https://grafemi.wordpress.com/2016/04/11/una-chiacchierata-con-demetrio-paolin/

The book can be found here.
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s