#InternationalHolocaustRemembranceDay #lestweforget

Conforme alla Gloria: Una giornata normale

Demetrio Paolin    

La pelle ha una strana caratteristica. Quando l’ago, uno spillo minuscolo che lacera solamente lo strato più superficiale, le entra dentro, essa trattiene come una spugna l’inchiostro che viene rilasciato. Quando Enea infila l’ago nella spalla del giovane, vede la pelle colorarsi poco alla volta. Ci vuole pazienza e precisione, bisogna subito pulire il sangue. È uno dei rischi maggiori: il sangue che si mischia con l’inchiostro e manda tutto all’aria.  
Le prime incisioni sono le più difficili. Enea si concentra, non parla, non fiata neppure. Trattiene i movimenti in modo che seguano la decalcomania che ha realizzato sulla spalla del giovane. In quei momenti nello studio risuonano solo alcuni accordi. Un plettro tocca le corde di una chitarra, sempre le stesse tre, e una viola ripete ossessiva il medesimo accordo, la grancassa della batteria dà un colpo sordo, ritmato, e una voce maschile canta una nenia lunga milioni di anni. La mano di Enea buca la spalla del giovane con lo stesso ritmo della canzone. Il ragazzo sente un leggero dolore che gli intorpidisce il braccio. Ha sempre immaginato il dolore come qualcosa di attivo, una molla pronta a far ritrarre la parte colpita. Il dolore che lo pervade adesso genera necessità. Il dolore, quello dell’ago dentro la pelle, ha una superficie lucida di desiderio che attraversa la sua carne. Simile alla droga quando entra in circolo: la sostanza aliena prende possesso del corpo e provoca il dolore; poi si disfa poco alla volta, rallenta, penetra, satura ogni singola cellula e dona una sorta di beata inconsistenza prossima alla felicità e al bisogno.  
Mentre Enea incide e la musica suona, il giovane chiude gli occhi e rivede l’ingresso dello strano studio. In questa giornata di primavera, luminosa e calda, la luce è entrata non appena Enea ha aperto la porta e ha reso luminose le pareti del negozio. Nel bianco accecante si intravedono scritte che l’occhio abbacinato fatica a decifrare. Quando la pupilla si abitua e prende le misure della luminosità e del riverbero, il giovane, che ha aspettato fuori l’arrivo di Enea, riconosce lettere e parole. Le pareti della Pelle del latte sono zeppe di scrittura. Le lettere sono chiare, ben disegnate e precise. Non sono semplice decorazione, trovata artistica e nulla più, sono leggibili.  
Solitamente gli studi dei tatuatori sono stipati di immagini di loro tatuaggi, fotografie, ingrandimenti di particolari. Alla Pelle del latte non ci sono quadri né poster di gruppi rock, né foto anni ’50 che ritraggono criminali americani con le spalle tatuate. Il negozio è lindo, di una pulizia che sfiora l’ossessione. Il bianco è ovunque: non solo alle pareti. Bianchi sono I mobili e le sedie nella sala d’attesa. Lo stesso Enea, che ora gli sta incidendo il braccio con l’ago, è pallido, magro, longilineo, non più giovanissimo. Ha la pelle rosa, il corpo senza nessun tatuaggio.  
Solo sull’avambraccio dell’uomo il giovane può indovinare una cicatrice. In quel punto, esattamente a metà tra il polso e il gomito, la pelle ha un’increspatura che ricorda un tumore. I tumori non sono che cellule impazzite che cominciano a duplicarsi, a riprodursi fuori controllo. Forse a Fergnani è successa una cosa simile: le cellule morte, invece di essere eliminate, sono rimaste attaccate alla pelle a formare questa protuberanza.  
Il dolore adesso è acuto. Il giovane chiude gli occhi e le palpebre si stringono.  
“Abbiamo finito” dice Enea.  
“Sì?” domanda incredulo il giovane, e si gira verso l’uomo che ora gli sta massaggiando la spalla con una crema. Il dolore precedente scema, e la spalla sembra riacquistare una certa sensibilità. Con una garza Enea asciuga il sangue che ancora esce da alcuni minuscoli fori. Fa una leggera pressione, in modo che le fibre si impregnino bene, e infine la getta nel cesto dell’immondizia.  
“Come è venuto?” chiede il giovane.  
“È venuto bene.”  

Il tono di Enea tradisce un senso di fastidio. La colpa non è del ragazzo venuto allo studio con il suo bel disegno da realizzare sulla spalla, ma dell’articolo sul giornale. Mentre tatuava, Enea ha dovuto sforzarsi per non voltarsi a riprendere in mano quelle colonne di piombo nero e la foto mezza sgranata.  
Enea torna a guardare il ragazzo e a occuparsi del suo lavoro, non sa fare altro, l’hanno costretto a imparare: ha iniziato a tatuare a Mauthausen e non ha più smesso.  
“Ho dovuto apportare una piccola modifica” dice infine Enea.  
“Al disegno…”  
“No. C’erano dei numeri, una data, e io non tatuo numeri” riprende Enea.  
“Ma…” il giovane sta per rispondere quando vede chiaramente cosa c’è scritto alle pareti.  

È PROIBITO FARSI TATUARE NUMERI
 
Il medesimo divieto è poi scritto in altre lingue

VOUS N’ÊTES PAS AUTORISÉ AUCUN NUMÉRO TATOUÉ  

SIE SIND NICHT ERLAUBT BELIEBIG VIELE TÄTOWIERTE  

YOU’RE NOT ALLOWED ANY NUMBER TATTOOED

NO SE LE PERMITE CUALQUIER NÚMERO TATUADO
 
Il ragazzo perciò non dice niente. Si morde le labbra, la sua protesta non avrebbe senso. Lo indovina dallo sguardo di Enea che lo fissa ostinato, come se il suo accenno di disappunto lo avesse toccato nel profondo. Glielo avevano detto tutti: quel tipo è bravissimo ma è particolare. È stato in un campo di concentramento, o di prigionia, insomma è uscito di testa, e certe cose non le vuole fare.   Il giovane si limita a guardarsi la spalla. Il disegno che Enea ha eseguito è perfetto, solo che la data è scritta a lettere, e fa una sorta di cerchio intorno al disegno, lo contiene. Non è quello che voleva lui: quel ghirigoro liberty che non lo convince, giorno, mese e anno non si leggono bene perché le parole sono attaccate.  
“Soddisfatto?” chiede Enea, mentre sistema i ferri del mestiere.  
In realtà è totalmente disinteressato alla risposta. Tanto che si volta per mettere tutto in ordine, si toglie i guanti da chirurgo e poi riprende in mano il giornale, lo sfoglia e si ferma. Legge un passo del reportage, legge il nome dell’articolista, Igor Man, e poi ritorna alle frasi: “…a un tratto tutti i curiosi si sono avvicinati, anche il vostro cronista l’ha fatto, e ha sentito un profumo. Il vostro cronista non è un credente, ma si è ricordato dei racconti di sua nonna che diceva che i santi profumavano. E qui, pensa il vostro cronista, c’è un santo, perché c’è un martire…” Dopo aver letto queste righe, Enea richiude il giornale, lo getta sul tavolo con foga e torna a rivolgere la sua attenzione al cliente, che si sta rimettendo la camicia.  
“Un lavoro perfetto…” fa il ragazzo.   “Perché quella data?” chiede Enea.  
“Avevo deciso che per i miei ventisei anni mi sarei fatto un tatuaggio.”  
Enea sorride, gli occhi tornano quieti. Il ragazzo non era nato, non c’era. L’Europa lo ha nutrito del latte nero della morte dei suoi compagni nei campi; fruttificato grazie ai corpi ridotti in niente dai forni. Il giovane ignora tutto questo, felice e in salute com’è.  
“Allora, quanto le devo?”  
“Fanno centoventimila lire” dice Enea, e il ragazzo lo guarda con l’aria dubbiosa.
“Qualcosa non va?” aggiunge il tatuatore.   “Non sei convinto?”  
“No, no, tutto bene…”  
“Facciamo centomila con fattura.”  
“Grazie.”  
“È un piccolo sconto come regalo di compleanno” Enea sorride.  
Il giovane tira fuori i soldi. Enea li prende e li mette subito nella cassetta di sicurezza. I soldi del suo lavoro, la paga del mestiere che ha imparato nel lager. I soldi sono soldi del lager.   Enea prova fastidio nel tenerli in mano, come se bruciassero. E così li ripone e se ne distacca. Il giovane recupera le sue cose e se ne va, inconsapevole e marchiato.  
In Conformance with Glory: A Normal Day
 
Demetrio Paolin    

Skin is a strange thing: when the needle, a tiny needle which only punctures the outermost layer, penetrates it and releases the ink, the skin withholds it, acting like a sponge. When Enea slips the needle into the young man’s shoulder, he sees the skin change color a little at a time. It takes patience and precision, and the blood needs to be wiped off immediately. That’s one of the biggest risks: if the blood mixes with the ink, the whole thing is ruined.  
The first punctures are the hardest. Enea concentrates on what he’s doing, in silence, hardly breathing. He controls his movements so that he can trace what he sketched on the kid’s shoulder. The only sounds that can be heard are notes. A pick brushes the chords of a guitar, always the same three, and a viola obsessively repeats the same chord, the bass drum sounds out with a thud, rhythmically, and a male voice intones a million-year-old hymn. Enea’s hand punctures the kid’s shoulder in time with the music. The kid feels a dull pain that numbs his arm. He had always imagined pain as something vibrant, a spring that retracts when touched. The pain he feels now generates need. The pain, the one caused by the needle puncturing his skin, has the shiny surface of want as it penetrates the flesh. Like a drug that flows through your system: the foreign substance takes over his body and causes pain; then it wanes a bit at a time, slows, penetrates, fills every single cell and gives him a sort of blissful nothingness that is very similar to joy or longing.

While Enea is tattooing and the music is playing, the kid closes his eyes, envisioning the entrance to the strange tattoo parlour. It’s a warm, luminous spring day. He had waited outside for Enea to arrive, and when they entered the shop, the light had flooded in, illuminating the place so brightly that he could barely decipher the writing on the wall. Only when his pupils adjusted, calibrating light and reflections, could the kid make out letters and words. The walls of The Milk Skin are filled with writing, pale letters, but precise and clearly legible; letters which are not mere decorations, artistic virtuosity and nothing more.  
Tattoo shops are usually covered in sketches of tattoos, pictures, and close-ups of particulars, but there are no frames, no posters of rock bands, no ‘50s pictures of American gangsters with their arms covered in tattoos in The Milk Skin. The shop is spotless, almost obsessively so. White everywhere, not just the walls, but also the furniture and the chairs in the waiting room. And even Enea, who’s tattooing his arm now, is pale. A thin, long-limbed, no longer young man with a fair complexion and not the trace of a tattoo.  
There is, however, a hint of a scar on his inner arm. Right there, exactly halfway between his wrist and his elbow, the skin is puckered, like a tumor. Tumors are just cells gone crazy, cells that begin to multiply, growing out of control.
Maybe Fergnani had something like that, and the dead cells, instead of falling off, had stuck to his skin, creating that lump.
 
The pain is awful now. The kid closes his eyes and squeezes his lids tight.  
“We’re finished,” says Enea.  
“We are?” asks the young man shocked, and he turns towards Enea, who is now massaging his shoulder with cream.
The pain subsides, and his shoulder seems to get some feeling back. Enea dries the blood that’s still seeping through the tiny pores with a bandage. He applies a little pressure, so that the fibers soak up the blood, and then throws it away.  
“How does it look?” asks the kid.  
“Looks good.”  
   
There’s a hint of irritation in Enea’s voice. It’s not the kid’s fault. He just came in to have his sketch tattooed on his shoulder. It was that newspaper article. While he was tattooing, Enea had to keep himself from turning around and picking up the newspaper with its columns of black lead and that blurred picture straight from his past.  
Enea turns back to the kid and to his work; he doesn’t know how to do anything else. It’s what they made him do there: He started tattooing in Mauthausen, and he just never stopped.  
“I had to make some minor changes,” he says in the end.  
“To my drawing…”  
“No. There were some numbers, a date, and I don’t do numbers,” concludes Enea.  
“But…” the young man is about to say something but he looks at the writing on the walls.  

YOU’RE NOT ALLOWED TO HAVE NUMBERS TATTOOED  

The same thing is written in other languages.  

VOUS N’ÊTES PAS AUTORISÉ AUCUN NUMÉRO TATOUÉ  

È PROIBITO FARSI TATUARE NUMERI  

SIE SIND NICHT ERLAUBT BELIEBIG VIELE TÄTOWIERTE  

NO SE LE PERMITE CUALQUIER NÚMERO TATUADO
 
So the kid doesn’t say anything. He bites his lip. It would be no use complaining anyways. He can tell this by the look on Enea’s face, as if the trace of disappointment in his voice had hurt him. They’d told him the guy was good but strange. He’d been in a concentration camp or prison camp or something, and had gone off the deep end; and there were things he just wouldn’t do.   The kid just glances at his shoulder. The drawing is perfect, but the date is written in letters, and it sort of runs outside the drawing, framing it. It’s not what he wanted: those flowery letters don’t convince him. The day, month and year aren’t discernable: the words all run together.  
“Satisfied?” asks Enea as he puts the tools of his trade away.  
He really couldn’t care less about the answer, and even turns his back to the kid as he peels his surgeon’s gloves off. He picks up the newspaper, flips through the pages and stops. He reads a passage from the article, the name of the author, Igor Man, and then that sentence: “…all of a sudden the onlookers moved closer, and so did I, and I smelled perfume. I am not a religious man, but I remember the tales my grandmother used to tell me about how the corpses of saints gave off a pleasant scent. And, I think, it had to be a saint, because there is no doubt he was a martyr…” After reading the lines, Enea closes the paper, throws it on the table with force and turns back to his client, who is putting his shirt back on.  
“Great job…” says the young man.  
“What’s the date mean?” asks Enea.  
“I decided I’d get myself a tattoo for my twenty-sixth birthday.”  
Enea smiles, and his eyes soften again. The boy wasn’t even born then, he didn’t even exist. Europe nurtured him with the black milk of his dead companions in the camps; he was fructified by the bodies turned to nothing in the ovens. But the kid ignores all this: he’s happy, healthy.  
“So, how much do I owe you?”  
“It comes to one hundred twenty thousand lire,” says Enea, and the kid looks at him dubiously.
“Something wrong?” asks the tattooist, “… is there some kind of problem?”  
“No, no, it’s fine…”  
“How about a hundred, including tax?”  
“Thank you.”  
“A small discount, because it’s your birthday,” smiles Enea.  
The kid pulls out the money. Enea takes it and puts it directly inside his safe. It’s money for his job, payment for his skill, the skill he’d acquired in the work camps. It’s the money of the prison camps.   Enea can’t stand to hold it in his hands, as if it were burning hot. The kid takes up his things and leaves, oblivious and branded.    


Translation ©Matilda Colarossi

The excerpt was first published in Ilanot Review, here.

Demetrio Paolin lives and works in Turin. He writes for Corriere della Sera. He has published both fiction and nonfiction. His novel Conforme alla gloria (Voland) was a finalist in the Premio Strega 2016. Anatomia di un profeta (Voland, 2020) is his second book.

Another excerpt from the book can be found here.

 You can view the book here.

I would like to thank the author for permission to post.

All rights reserved.

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