Una chiacchierata con Demetrio Paolin

Paolo Zardi

E’ abbastanza raro trovare un romanziere che decida di assecondare una grande ambizione; ancora più raro trovarne uno che la assecondi con mezzi adeguati. Demetrio Paolin è sicuramente uno di questi. Sette anni dopo il suo romanzo d’esordio, Il mio nome è legione (Transeuropa, 2009), è uscito da poco Conforme alla gloria per i tipi della Voland, e ha trovato un primo, importante riscontro nella candidatura, a mio parere meritatissima, allo Strega del 2016.

Conforme alla gloria affronta la parte più dolorosa della storia dell’uomo; quegli anni tra il 1939 e il 1945 che posero in modo ineludibile il problema del male; lo fa intrecciando le storie di Rudolf, Ana, Enea: mette in scena “vite” capaci di porre domande, e resiste alla tentazione, mortale per chi scrive romanzi, di fornire una qualsiasi risposta, e, perfino, una qualsiasi forma di consolazione. Il male rimane là, al centro, e sfugge a ogni tentativo di semplificazione, riduzione, o semplice comprensione.

Qualche giorno fa ho chiesto a Demetrio Paolin aveva voglia di rispondere a un po’ di domande emerse dalla lettura del suo romanzo; lui ha gentilmente ha accettato e questo è il risultato.

Quando un lettore inizia a leggere un libro, ha, di fronte a sé, solo due opzioni: continuare fino alla fine, o abbandonare la lettura. L’autore, invece, inventa, pagina dopo pagina, parola dopo parola, un mondo del quale è l’indiscusso creatore: può decidere, insomma, fino a dove vuole spingersi. Nel caso di “Conforme alla gloria”, viene esplorato, tra altre cose, il male nella sua forma più assoluta. Quale forza, quale determinazione, quale coraggio ti sono serviti per procedere in un viaggio così doloroso – lungo un percorso che, in qualche modo, ti sei imposto?

La parola che vorrei provare a usare è devozione. Credo che la mia scelta sia stata un atto di devozione. Quando ho immaginato la storia, quando poco per volta, negli anni, si è formata nella mia testa questa caterva di immagini, quando le ho districate ho capito di avere davanti un lavoro lungo di studio e scrittura, molto diverso da quello che avevo fino ad allora pensato che fosse lo scrivere storie, ho capito che l’unico modo per arrivare al fondo fosse la devozione. Certo avevo scritto saggi critici e sapevo l’uso delle fonti, le citazioni, la ricerca della concordanza, ma diversa era la tensione nell’inserire il tutto in un testo “d’invenzione”. Ero anche convinto che ciò che cresceva nelle mie pagine fosse decisamente un libro “della vita” quello a cui, al di là dell’esito finale, dedicherai più tempo e cure. Ho dovuto pagare pegno a questa devozione, un esercizio di scrittura di questo genere e di questo tipo,  protratto per anni, non lascia nessuno intonso: penso ai miei familiari, al fatto di vedermi giorni e giorni, le mattine e le sere a scrivere di questo libro, a studiare questo libro. Ogni cosa era il libro che scrivevo, tipo: “Facciamo una gita fuori porta?”. “Andiamo al cimitero dei tedeschi alla Futa, che mi serve per il libro”.

Tutto questo è legato anche a un senso etico, la scrittura per me ha un livello alto di responsabilità, io non posso prendere alla leggera nessuna parola che scrivo – neppure queste -. Ecco perché visto il tema, vista l’enormità e l’oscenità del tema che trattavo, ho deciso di prendermi tutto il tempo che mi serviva, di strappare agli altri parti della nostra vita in comune per dedicarla alle pagine. Sono soddisfatto di ciò che ho fatto, ma so che questo mi è costato.

Flannery O’Connor, forse la più grande scrittrice americana di racconti, aveva messo il suo essere cattolica al centro della scrittura: la gran parte dei suoi racconti parla del raggiungimento (o del mancato raggiungimento) della grazia, per raggiungere la quale spesso è necessario entrare in quello che lei chiamava il “territorio del diavolo”.

Anche in “Conforme alla gloria” la storia di Rudolf, Enea ed Ana viene raccontata attraverso categorie che appartengono all’immaginario cattolico, se non alla sua teologia – la purezza, il male, la vergogna, il sacrificio. In che rapporto sta il Paolin scrittore con il cattolicesimo? Ti consideri uno scrittore intrinsecamente cattolico, come Flannery O’Connor, o il cattolicesimo ti è stato necessario per raccontare questo particolare pezzo di mondo

L’ho detto spesse volte, che io debbo più a Gerusalemme che ad Atene. Nel senso che il mio immaginario, primario, quello su cui si fondano buona parte delle strutture più “profonde” delle mie storie è appunto cattolico. Prima di leggere i poemi omerici, prima di leggere i classici, io ho letto la Bibbia e credo che questo abbia profondamente mutato il mio modo di sentire il mondo, il mio modo di starci e, in subordine, il mio modo di scrivere romanzi.

Mi sembra corretta la tua distinzione tra immaginario e teologia. Il male, la colpa la salvezza agiscono in Conforme alla gloria come “meccanismi” narrativi e non come concetti. Non mi interessava fare una disquisizione sul male, in primo luogo perché non ne ho le competenze e gli studi, e in seconda battuta perché sostanzialmente io sono un narratore, uno che inventa immaginazioni per provare a dire qualcosa che sente dentro. Per dire cosa penso io del male, preferisco far agire dei personaggi che pubblicare un trattato.

Per venire alla seconda parte della tua domanda. Io sono uno scrittore visceralmente cattolico. Per quanto riguarda il mio rapporto con il cattolicesimo è un rapporto difficile, come tutti i miei rapporti con il mondo. Giocando con le parole io sostengo di non essere un credente, ma uno sperante: io spero nella resurrezione dei morti, nella salvezza della mia carne e delle carne delle persone che amo. E per questo motivo non posso che stare in attesa, fino a quando questo mondo e l’universo intero si sfalderà e allora si vedrà o la Gloria o il niente.

“Conforme alla gloria” è un libro nel quale si riconosce una grande ambizione, sostenuta da grandi mezzi. La devozione di cui parli, quella che ti ha portato a dedicare molto tempo alla realizzazione di questa opera, presuppone, credo, ma potrei sbagliarmi, una fiducia forte nel potere della letteratura, nella sua capacità di incidere nel mondo contemporaneo. Quale impatto può avere un romanzo nella cultura, nel dibattito delle idee (ammesso ne esista ancora uno), nella definizione di noi stessi? E’ ancora un motore capace di produrre domande e riflessioni?

Come dico spesso io non sono un critico letterario o un teorico della letteratura, ne un sociologo, e credo che una domanda come la tua avrebbe bisogno per una risposta, che tenga insieme tutti questi punti di vista. Io credo che lo scrivere un romanzo sia sempre un atto politico. Perché scrivere, in un modo o in un altro, agisce sul vissuto tuo di scrittore e sul quello del lettore. Questa sorta di relazione, di interferenza minima nelle vite altrui, credo che sia un modo in cui il romanzo può incidere nella cultura e nel dibattito delle idee. Ovvio che in questo periodo non esistono più gli “scranni” ideali in cui lo scrittore prende la parola. I motivi per questa scomparsa sono tanti e tali e appunto avrebbero bisogno secondo me di una intervista a parte. Io posso dire che nel mio piccolo produco immaginazioni che spero possano disturbare e creare cortocircuiti nella gente che li legge, mi auguro che dopo la lettura di Conforme alla gloria sentano il bisogno di tornare sui temi della deportazione e di quel periodo terribile che fu 1939-1945. Già questa modificazione di interesse, questo dirsi “quel periodo mi riguarda, mi riguarda come cittadino e come uomo”, secondo me potrebbe essere la spia che il romanzo può incidere nella vita sociale delle persone.

Domanda doverosa. “Conforme alla gloria” è candidato allo Strega. Che ne pensi?

Io penso che sia una cosa bella, un riconoscimento al romanzo. Mi pare che spesso e volentieri si dimentichi parlando di Strega che si parli di testi e non di autori. A me piace sottolineare che non sono io il candidato ma il mio testo, che è cosa ben diversa. Per quello che ho potuto conoscere l’ambiente del premio, a partire da Stefano Petrocchi, è molto vivace e vivo. Quindi per ora posso dire che mi piace e mi diverte. Non sono mai stata una persona competitiva, quindi vivo questa cosa per quello che è ovvero la possibilità per me di conoscere nuove persone e per il mio libro di essere più visibile in libreria. Il resto si vedrà.

A chat with Demetrio Paolin

Paolo Zardi

It is rather uncommon to meet a novelist who decides to give in to a great ambition; it is even more uncommon to find one who actually has the means to do so. Demetrio Paolin is surely one of these. Seven years after his debut novel, il mio nome e’ legione (Transeuropa, 2009), his book Conforme alla Gloria [In conformance with glory], which has just been published by Voland, has received its first, important acknowledgement: it has been nominated – and rightly so, in my opinion – for the 2016 Strega Prize.

In conformance with glory deals with the most painful part of the history of man, the years that went from 1939 to 1945, years in which the problem of evil was inevitably raised; and it does so by interweaving the stories of Rudolf, Ana and Enea: it presents “lives” that are capable of encouraging questions, and resists the temptation, deadly for anyone who writes novels, to provide any kind of solution, and, even, any kind of consolation. The evil remains, front and centre, and shakes off any attempt to be simplified, diminished, or simply understood.

A few days ago, I asked Demetrio Paolin if he would answer some of the questions that came to me while reading his book; he was kind enough to say yes and this is the result.

When a reader starts to read a book, he has, before him, two options: to read it through to the end, or abandon it along the way. The author, on the other hand, invents, page after page, word after word, a world of which he is the undisputed creator: he can decide, that is, just how far he wants to take it. In ‘In conformance with glory’, you explore, among other things, evil in its most extreme state. What strength, what determination, what courage was necessary to embark upon such a painful journey – along a path that, in some way, you forced yourself to take?

I’m going to try to use the word devotion. I believe that my choice was an act of devotion. When I imagined the story, when, a bit at a time, through the years, this mountain of images took shape in my mind, when I was able to disentangle them, I knew immediately that long years of research and writing lay before me. It was something very different from what, until that moment, I had imagined writing stories was. I came to understand that the only way to get to the end was through devotion. I had, of course, written critical essays before, and I was familiar with using sources, quotes, with verifying coherence, but it’s quite another thing to bear the stress of having to insert all this in an “imaginary” text. I was also sure that what was taking shape on the pages was unquestionably a book “about life” and that, despite the outcome, my time and effort would go towards that. I paid dearly for that devotion. This sort of writing, this genre of writing, which took years, does not leave anyone unscathed: think of my family and the fact that they had to watch me dedicate myself day after day, mornings and nights to writing this book, researching this book. Everything was about the book I was writing, for example: “Do you want to take a daytrip somewhere?” “Let’s go to the German Cemetery at the Futa Pass: I need to go for my book.”

This is very much linked to my code of ethics: writing is, for me, a great responsibility, and I can take none of the words I write lightly – not even these. That is why, given the theme, given the enormity and obscenity of the theme I was dealing with, I decided to take all the time I needed, to take time away from those around me and use it for the book. I’m satisfied with the result, but I know I paid dearly for it.

Flannery O’Conner, perhaps the greatest American short story writer, put her Catholicism at the centre of her writing: the vast majority of her short stories deal with receiving (or the failure to receive) grace, a state which must sometimes be reached by entering what she calls the devil’s territory. In ‘In conformance with glory’, too, the story of Rudolf, Enea and Anna is told through categories that pertain to a Catholic vision, if not to its theology – the purity, the evil, the shame, the sacrifice. What is the author Paolin’s relationship with Catholicism. Do you believe you are an intrinsically Catholic writer, like Flannery O’Connor, or was Catholicism needed to tell the story of this particular corner of the world?

I’ve said this many times: I owe more to Jerusalem than I do to Athens. In the sense that my vision, my primary vision, on which a good part of the more “profound” structures of my stories are based, is Catholic. Before reading Homeric poems, before reading the classics, I read the Bible; and I think this greatly changed my way of seeing the world, my way of living it, and, later, my way of writing novels.

I think your distinction between vision and theology is correct. In In conformance with glory, evil, guilt and salvation are narrative “devices” and not concepts. I wasn’t trying to write a paper on evil, first of all because I have neither the preparation nor the training, and secondly because, substantially, I am a narrator, someone who invents images to try to say something they feel inside. I prefer to express what I feel about evil through the actions of my characters rather than in a treatise.

And now, for the second part of your question: I’m a profoundly Catholic writer. As for my relationship with Catholicism: it’s a difficult one, like every relationship I have with the world. Using a bit of wordplay, I would say that I am not a believer but a hoper: I have the hope of the resurrection of the dead, of the salvation of the body, mine and that of those I love.  And it is for this reason that I can do nothing but wait, until this world and the whole universe falls apart and we discover either Glory or the void.

“In conformance with glory” is a greatly ambitious book supported by great means. The devotion of which you speak, the devotion that made you spend so much time on the realization of this book, presupposes, I think, but I could be wrong, a firm belief in the power of literature, in its ability to make a difference in the world today. What impact can a novel have on culture, in the exchange of ideas (supposing they still exist), in the definition of who we are? Is it still a mechanism that is able to encourage questions and considerations?

As I have stated often, I am not a literary critic or theorist, nor a sociologist, and I think that this kind of question calls for an answer that is comprehensive of all these viewpoints. I think that writing a novel is always a political action, because writing, in one way or another, touches both your life, as the author, and the reader’s. This sort of relationship, the lowest possible intrusion in the lives of others, is, I believe, a way of influencing culture and the exchange of ideas. Obviously, there are no ideal “chairs” from which the author talks today. The reasons for this are many and call for, as I have already stated, another type of interview.  I try to create images I hope will disturb people, cause short-circuits in the readers; and I hope that after reading Conforme alla Gloria, they will feel the need to take up the theme of deportations and that whole terrible period that went from 1939 to 1945. Even just this shift in interest, saying  “that period regards me, regards me as a citizen and as a man”, would be an indication, in my opinion, that a book can have an impact of a person’s social life.

A question that must be asked: “Conforme alla Gloria” was nominated for the Strega Prize. What do think about that?

I think it’s a wonderful thing, recognition for the book. I believe that sometimes when we talk about the Strega Prize we forget that we aren’t talking about the author, but about the book. I like to underline the fact that I am not the nominee, the book is, and this is something quite different. For what I know about the Prize, it is, starting with Stefano Petrocchi, alive and well. So, for now, I can say that I am pleased and amused. I have never been competitive, so I’m taking it for what it is, a way to meet new people and to make the book visible in book shops. Whatever comes after, we’ll see.

Translation ©Matilda Colarossi

The original interview can be found here: https://grafemi.wordpress.com/2016/04/11/una-chiacchierata-con-demetrio-paolin/

The book Conforme alla gloria can be found here.

Demetrio Paolin lives and works in Turin. He has published poetry, papers, short stories and novels. He has written for Corriere della Sera; writes for Il manifesto, Metropolis Zero, con Vibrisse and the web-site BookDetector. Essays and short stories can be found in Nuovi Argomenti, Nuova Prosa and Nazione Indiana.

Other works by Demetrio Paolin:

2005, Il pasto grigio, Untitl.Ed.

2008, Una tragedia negata – il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale

2009, Il mio nome è Legione, Transeuropa

2011, La seconda persona, Transeuropa

2014, Non fate troppi pettegolezzi, LiberAria

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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