Un libro che gioca con le dimensioni letterarie

Marilú Oliva

 

Un’Odissea minuta di Daniel Di Schüler richiama già dalla figura retorica del titolo l’ossimoro che troverete all’interno: la discrasia tra un abbraccio totale all’esistenza e la cura ossessiva per il particolare. Il viaggio metaforico e l’immobilità di uno spazio solo apparentemente circoscritto. La concentrazione su un presente costituito da un inizio – l’inizio di giornata, col suo risveglio, il suo annebbiamento, i suoi riti- e l’espansione a un tempo molteplice, retrocesso, scandagliato attraverso le note.

Grande mossa di apertura alle possibilità dei lettori, da parte dell’editore Baldini & Castoldi, che ha voluto pubblicare il volume (in uscita oggi) nella collana romanzi e racconti , accogliendo questo esempio di letteratura potenziale in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, in cui l’editoria tende a sbarrare le porte a quelli che non sono prodotti di mercato o a quelle che non sono opere di immediata catalogazione. Ecco, questo libro non è catalogabile.

Tre livelli narrativi -quattro, se contiamo anche le appendici, come l’Indice degli istituti, delle aziende, dei negozi e dei marchi commerciali o l’Indice dei nomi geografici -si snodano per oltre 600 pagine che tengono piacevolmente incastrato il lettore fino alla fine e il tutto prende avvio dalle prime 20 pagine iniziali, dove risiede la narrazione canonica: quella che parrebbe la vicenda principale, raccontata dal protagonista, Rag. Alberto Cappagalli, che scrive a Di Schüler e al proprio cognato Scolari per sottoporre loro la lettura della porzione di opera che è riuscito a scrivere. E con questa variante in versione elettronica -alternativa al “ritrovamento del manoscritto”- si apre un espediente letterario già rodato nei secoli precedenti (Manzoni, Scott, per citare i primi due nomi che mi vengono in mente), senza dubbio destinato a incuriosire. Nella mail Cappagalli spiega anche cosa l’abbia spinto a scrivere:

Una decina d’anni fa credo di aver attraversato la più classica delle crisi di mezza età. Come tanti, mi sono messo a scrivere. Una decisione meditata e sofferta. Per almeno una serata. Un romanzo? No, ci ho pensato su per una bella mezz’ora, ma non mi è venuta in mente nessuna trama. Un’autobiografia? Esatto, una specie. Il racconto di una mia giornata. La descrizione minuziosa, scientificamente precisa, di ogni mio gesto, di ogni mio pensiero, dal risveglio al momento in cui avrei spento la luce.

Il racconto della quotidianità, però, a un certo punto s’interrompe ed è qui che entrano in gioco altre dimensioni narrative, perché subentrano due momenti di approfondimento, connotati anche da una scelta grafica che li rende ben distinguibili: le note dell’autore e quelle del cognato. Ogni nota dell’autore è quasi un piccolo racconto a sé, ma -al contempo- un’integrazione a un nuovo, ulteriore romanzo. Una metaletteratura strabiliante, con un andamento che rammenta Musil, Proust, ma anche Joyce e Svevo, perché il ricordo si fa nitido pur attraverso le nebbie del passato e si cristallizza in un gesto, in una ricorrenza, nell’abitudine di una persona cara:

Di Papà davanti allo specchio e con il rasoio in mano non ha una vera memoria, un’immagine di cristallina chiarezza, magari da contemplare a occhi chiusi; piuttosto un mosaico di ricordi elementari, disseminati tra l’infanzia e la prima adolescenza, che ha i colori tenui e i contorni sfumati del sogno.
Il Papà di cui ha nostalgia è sempre allegro mentre si sbarba. Non usa la schiuma da barba delle bombolette, che forse allora neppure esisteva, ma quella che ottiene strofinando, su un pezzo di sapone, un pennello dalle setole lunghe e morbide con cui se la distribuisce poi sul volto. E canta con una voce bellissima, che Alberto non è affatto sicuro fosse davvero la sua, anche mentre solleva e spinge in avanti il mento per cominciare a radersi.

Schüler, già segnalato alla XXVI edizione del Premio Italo Calvino «per la torrenziale creatività linguistica e la paradossale comicità di una bislacca avventura ambientata nell’Italia della ricostruzione, tra ansia di denaro e mito comunista», padroneggia qui con disinvoltura i tre registri diversi con cui traccia una mappa mentale che trapassa dal conscio all’inconscio, dall’immagine alla sensazione, dal flashback al contingente. E l’impressione è che ogni comparsa, ogni incontro, abbia un suo valore prezioso e irrinunciabile nel puzzle intricato della vita:

Anche la Vecchina, abitava in quel palazzo.

La incontrava tutte le mattine, andando al lavoro, e qualche volta, nella bella stagione, anche la sera, al ritorno. Piccolissima, non molto più alta di un metro, con due occhi tanto azzurri perennemente stupiti e un volto tondo e grinzoso come un mandarino rinsecchito. Se la ricorda con addosso un impermeabile o uno spolverino beige e sulla testa un cappellino rosso che la faceva somigliare a certe anziane signore che compaiono, di solito come testimoni, in alcuni telefilm polizieschi ambientati nella campagna inglese.

Letteratura potenziale, dicevamo all’inizio: quindi metatesto, sentore di Queneu, Perec e Calvino, a ogni pagina il lettore resta piacevolmente meravigliato vedendo come la narrazione possa spaziare dalla storia della vicenda -essenziale, di 20 pagine- all’infinito delle percezioni, dal romanzo al racconto, e così possa compiere la magia: manipolando la materia narrativa dal foglio alla vita intera, il romanziere ci fa rintracciare, in questo caleidoscopico magma narrativo, anche la nostra quotidianità.

A book that plays with literary dimensions

Marilú Oliva

 

The rhetorical figure found in the oxymoronic title Un’Odissea minuta [A minute Odyssey] by Daniel Di Schüler immediately calls our attention to what we will find inside its pages: the discrepancy between an all-embracing existence, and an obsessive attention to detail. It is both metaphorical voyage and immobility in a space that is only apparently circumscribed. The attention paid to a present comprised of a start – the start of the day, with its awakening, its fading, its rituals – and the expansion to a time that is multifarious, relegated, sounded out through the notes.

Taking up this example of potential literature in a time of crisis, in a time in which publishers tend to close their doors to anything that is not strictly a product of the market, or to anything that is not easily categorized, is a brilliant initiative by Baldini & Castoldi, who have decided to publish the volume (out today) in the series entitled novels and short stories. And well, this book cannot be categorized.

There are three levels of narrative – four, if we count the appendixes, like, for example, the index of the associations, companies, shops and brand names, or the index of the geographical names – which unravel in the over 600 pages, keeping the reader pleasantly spellbound until the very end. It starts out like your average narrative, twenty pages with what seem to be the principal events, recounted by the protagonist, Alberto Cappagalli, Esq., who submits the pages of the book he was able to finish to Di Schüler and to his brother-in-law, Scolari. And it is through the use of this electronic variant – an alternative to the “recovery of the manuscript” – that the literary expedient employed successfully in the past (Manzoni and Scott, for example, are the first authors that come to mind), will no doubt pique the reader’s curiosity. In his e-mail, Cappagalli describes what inspired him to write:

Ten years ago or so, I think, I went through your average mid-life crisis. Like so many other people, I started to write. It was a pondered, and very painful decision. For at least one night. A novel? No, I mulled over it for a good half hour, but couldn’t come up with a plot. An autobiography? Yes, something like that. An account of my day. A detailed description, scientifically precise, of every gesture, of every thought, from the moment I got up to the moment I turned off the light.

The account of his daily routine, however, ends at a certain point, and that is where other narrative dimensions come into play, because they are succeeded by two moments of in-depth analysis, formatted in a style that makes them easily distinguishable: the author’s notes; and his brother-in-law’s. Each and every note written by the author is a short story in itself, but – at the same time – a supplement to another, different story.  A fantastic metanarrative, with a pace that calls Musil and Proust to mind, but also Joyce and Svevo, because each memory is distinct, even through the mist of a distant past, and it is crystalized in a gesture, in a recurrence, in the habits of someone dear:

He has no real memory of Daddy holding a razor in front of a mirror, a crystal clear image, something to think back on with his eyes closed perhaps; what he does have is a mosaic of elementary memories, disseminated from childhood to early adolescence, made of soft colours and the faded contours of a dream.

The father he misses is always happy when shaving. He doesn’t use shaving cream from a can, which probably didn’t even exist then, but the kind you lather by rubbing, on a piece of soap, and a brush with long soft bristles to apply it with. And he sings with a beautiful voice, which Alberto isn’t sure is actually his, even when he is sticking his chin out to shave it.

Schüler, who also distinguished himself in the 26th edition of the Calvino Prize for his “torrential linguistic creativity and the paradoxical hilarity of an odd adventure set during the reconstruction in Italy, amid the constant drive for money and the communist myth”, brilliantly handles the three different styles that trace the mental map that goes from the conscious to the unconscious, from image to emotion, and from flashback to contingency. And my impression is that every bit player, every encounter, has its own precious, fundamental importance in the intricate puzzle that is life:

Even the Old Lady lived in that building.

He ran into her every morning on his way to work, and sometimes, when the weather was good, even in the evening, on his way home. Tiny, not much more than a metre tall, she had two bright blue eyes that always seemed amazed, and a round wrinkled face that looked like a shrivelled tangerine. He remembers her wearing a raincoat, or a beige overcoat and a red hat on her head that made her look like one of those old women who appear, as witnesses, in crime films set in the English countryside.

Potential literature, we were saying; and, therefore, metanarrative, and an inkling of Queneu, Perec and Calvino. With every page the reader is pleasantly surprised to see how the narrative moves freely from the events in the story – essential, of a mere twenty pages – to an infinity of insights, novel to short story. And so magic is made: by manipulating the narrative element from the written page to the whole of life, the story-teller helps us trace, in this kaleidoscopic volcanic narrative, our own daily lives.

Translation ©Matilda Colarossi

The article, Un libro che gioca con le dimensioni letterarie/A book that plays with literary dimensions, by Marilú Oliva was originally published here.

The book can be found here.

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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