Solo-Pane

Maria Messina

 

 

Solo-Pane era il divertimento dei ragazzi, che gli tiravano sassi fra le gambe o bucce di fichi d’India su’ piedi scalzi, ed anche lo spasso delle donne che, specie d’estate quando sedevano sugli usci, s’ammiccavano vedendolo comparire alla cantonata.

Egli restava un po’ lontano dai crocchi e chiedeva con una risata larga e falsa che gli aggrinziva il viso scarno:

— Che mi date, donne?

— Lo vuoi un giubbone? ti darò quello di velluto buono, di mio marito!

— Non t’accostare! — strillavano le ragazze.

— Datemi qualche cosa, per l’amor di Dio! — chiedeva Solo-Pane.

— Prima canta!

— Non ho più voce, creature! Risparmiatemi…

— Di dove vieni?

— Dal quartiere di Santa Caterina!

— Canta! se non vuoi cantare peggio per te!

Solo-Pane principiava con voce chioccia e roca, dondolandosi tutto, e scuotendosi i cenci color di terra:

Sugnu pizzenti, e sugnu mischinu,
’Un c’è ’na fimmina che mi talìa!

— Vorrei vedere un po’ lo sfacciato! puh! — gridavano le ragazze, mentre Solo-Pane seguitava a dondolarsi e a berciare fiaccamente le sguaiate canzoni che più le eccitavano in quelle ore afose.

Poi, come temevano che pigliasse troppa confidenza, gli davano un pezzo di pane, dicendogli bruscamente:

— Vattene, adesso. Non ci stonare più.

Egli si chinava a raccattare il pane; lo baciava umilmente, si segnava e, nascondendoselo in petto, ripigliava la via nell’arsura, con passo stracco, a testa bassa, per ricominciare i suoi lazzi al primo crocchio che sorgeva nell’ombra delle case.

Certe volte, se gli dicevano: — Canta! — egli alzava le spalle allargando le braccia, tutto sconsolato. Non poteva. Dagli occhi stralunati e dall’andatura stramba si capiva subito che aveva avuto il male. Allora lo scacciavano, buttandogli un pezzo di pane, ed egli se ne andava quasi in fretta.

Quando lo coglieva il male, le ragazze scappavano e qualche uscio si chiudeva: solo i monelli si fermavano a guardarlo, da lontano, mentre si contorceva come una ritortola, girando gli occhi fino a mostrarne il bianco, smaniando con la bava sulla bocca. Calmato l’accesso, restava a giacere lungo disteso, senza un tremito, come se fosse morto. Pareva che un demonio si fosse divertito a straziare il suo misero corpo.

Quando, dopo un pezzo, si levava lentamente, guardandosi intorno e barcollando, s’appoggiava al muro; a passi incerti s’incamminava cercando la via della sua catapecchia. Il più delle volte non la ritrovava. Girando per tutto il paese, arrampicandosi fino al «Castello», passava davanti al suo uscio senza riconoscerlo. Spesso si lasciava cadere sui gradini d’una chiesa e vi restava giornate intere, dormicchiando e guardando dinanzi a sé, con occhio spento, senza vedere.

Solo-Pane andava a tutte le fiere. Andava fino a quella di Nicosia, fermandosi ad accattare lungo la strada, riposando presso i paracarri; ricompariva fra le brune casupole del «Castello», coi piedi sbuccicati, il viso più sparuto, e qualche brandello di più nei panni cenciosi.

Un anno, la mattina dell’Assunta, si avviò per la strada di Santo Stefano, affollata di gente che, a piedi, a cavallo, sui carretti, andava alla festa.

Improvvisamente si sentì male e cadde.

Lo tirarono sul margine dello stradale, che qualche carrettiere ubriaco non l’arrotasse. Poi se n’andarono, di qua e di là per la via maestra e per le scorciatoie: quando uno ha il mal della luna non c’è che cosa fargli.

Ma due giovanotti coi berretti a sghembo e le mani in tasca si fermarono a curiosare.

— A momenti — esclamò uno dei due che portava delle enormi scarpe gialle, — arriva al ciglione e si dirupa.

— E tu lascialo dirupare. Non vedi com’è sudicio!

Avevano una parlata forestiera, mezzo smozzicata.

Solo-Pane era a un palmo dal ciglio.

Quello dalle scarpe gialle si slanciò a trattenerlo: l’altro sorrise, senza cavare le mani di tasca.

Dove cominciava il paracarri scendeva una gran buca erbosa.

— Dammi una mano. È un’opera di carità che non ci costa niente.

L’altro si decise, e, con una risatina beffarda, si chinò a trattenere per un braccio il mendicante che sguisciò alla stretta indolente; nell’agguantarlo per il petto della giacca trasalì. Guardò il compagno con occhi ingranditi dall’avidità e dalla sorpresa e senza più temere d’insudiciarsi afferrò vigorosamente, per il busto, il mendicante e lo calò.

Erano tutti e tre nella buca.

Solo-Pane, nel poco spazio fondo, si contorceva stralunando gli occhi.

— Aiutami a tenerlo — sussurrò il giovanotto, continuando a palpare i luridi cenci senza ripugnanza.

— Lascialo stare — balbettò il compagno non sapendo lui stesso di che si spaventasse un poco. — Sarà qualche reliquia.

Ma l’altro, rosso, acceso, si affrettava a sdrucire i fitti punti spiando gli occhi vitrei del mendicante, spiando in alto l’orlo della buca.

Solo-Pane non si divincolava più: il suo corpo era scosso a tratti da lievi tremiti.

Il giovanotto stracciando irosamente la fodera, strappò un cartone piegato e cucito.

Saltarono fuori, nello stradale, infilarono una viottola sassosa e chiusa.

Si nascosero senza dirselo dentro una specie di grotta; lacerato il cartone apparve una borsa di cenci: conteneva monete di rame e logori fogli da cinque e dieci lire.

Contarono, ricontarono, badando di non fare rumore; fecero due parti uguali, che intascarono senza discutere. Buttarono borsa e cartone in un botro vicino.

— …del resto, gli abbiamo dato la vita… — concluse quello dalle scarpe gialle.

Solo-Pane vedeva la gente che tornava dalla festa: i lumi accesi, lontano; i carretti che risalivano carichi di uomini avvinazzati che berciavano a squarciagola: non rammentava perché fosse venuto, perché si trovasse dentro una buca, e non sapendo dove andare non aveva il coraggio di mescolarsi alla folla.

All’alba cominciò a rammentarsi di esser venuto per la festa e pensò:

— Il male mi avrà colto qui.

Si stirò, sbadigliando, e si palpò i panni, come soleva fare sempre riavendosi. Si lamentò, nel sentire la fodera a brandelli.

Tremando tutto, capì.

Certo qualcuno aveva approfittato della sua disgrazia: forse qualche vicina del «Castello» che l’aveva spiato, che sapeva il suo tesoro.

Si mise a correre verso il paese, gemendo.

Forse l’aveva lasciato nel pagliericcio, lui che non lo cambiava mai di posto…

Trascinando le gambe che non volevano salire, con gli occhi pieni della sua catapecchia, rientrò, sprangò l’uscio; mandò sossopra la paglia del giaciglio, guardò sotto il focolare, dentro le scarpe buttate in un canto.

Si buttò faccia bocconi sulla paglia e s’arrovellò e singhiozzò, imprecando forte.

Aveva patito la fame e il freddo, s’era trascinato per tutto il paese, sulla neve e sotto il sole, pigliando le sassate, era andato ad ogni fiera, s’era fatto scacciare dai servi dei signori senza bestemmiare mai, pur di mettere un centesimo sull’altro.

Era denaro suo. Non l’aveva rubato. L’aveva custodito come una reliquia. Non ne aveva ricavato altra gioia fuor che quella di sentirselo sul petto come un abitino della Madonna.

Era suo.

— Che ti diventi serpe velenosa tra le mani — gemeva, quasi che il ladro gli fosse venuto davanti, — in serpe che ti succhi il sangue…

Si levò stralunato, barcollante: uscì guardando sospettosamente ogni vicina. Aveva fame.

— Canta! — gli risposero. Egli alzò le spalle.

Una donna gli buttò un seccarello. Andò a bagnarlo alla fontana, per poterlo mangiare, e restò accoccolato, col mento fra le mani. I ragazzi gli si misero attorno, molestandolo. Solo-Pane si riparò, senza lasciare il suo posto. Non sentiva altro, fuor che la disperazione. Vedendo venire due carabinieri pensò:

— Lo dirò a loro. Se io avessi rubato qualche cosa essi saprebbero arrestarmi. Son pagati per questo.

Intanto i carabinieri s’allontanavano col loro passo cadenzato.

A sera si presentò in caserma: condotto davanti al maresciallo si cavò il berretto spiegando con voce affannata:

— Eccellenza, mi hanno rubato certi soldi…

— A te?

— Sissignore. Vede… — fece mostrando la fodera strappata.

— Tu? Ah! Ah! Vattene, pover’uomo! Vattene!

— Eccellenza, dico la santa verità…

Solo-Pane fu fatto uscire.

Ma sulla soglia si voltò verso il maresciallo, e implorò rapidamente, spaventato:

— La giustizia è come un confessore, Eccellenza. Non mi darebbero più un tozzo di pane…

Da quella sera osò fermare il maresciallo quando passeggiava con la moglie, e osò rivolgersi ai carabinieri che incontrava sulla via maestra.

— Ma vattene! — gli rispondevano alzando le spalle, senza fermarsi.

Il maresciallo, per liberarsi da quella noia, lo fece arrestare sotto l’accusa di aver simulato un furto. Vennero a cercarlo all’alba, nella sua catapecchia; e Solo-Pane passò davanti alle casupole del «Castello», davanti le botteghe del paese, ammanettato fra due carabinieri, gli occhi a terra, pieno d’ira e di vergogna.

— Sono povero — ripeteva umilmente — ma non ho mai rubato… Non dovevo rivolgermi alla giustizia io?!

Le vicine mormoravano:

— Hanno portato Solo-Pane a San Francesco!…

— Pare che abbia derubato un contadino, per la festa dell’Assunta.

— Chi se l’aspettava, con quella faccia da scemo?…

Dopo che lo rimisero in libertà, Solo-Pane non osò più rivolgersi ai carabinieri, né fermare il maresciallo. Si limitava a fissarlo da lontano, con quei suoi occhi strabuzzati che parevano bianchi; e rimaneva un pezzo immobile, girando fra le mani il berretto piccolo e unto, che non aveva mai spiccicato dai capelli fitti e corti, incollati sul cranio come una pàtina bruniccia.

Qualche volta il maresciallo gli buttava un soldo, e si allontanava subito, poi che il mendicante non avrebbe avuto il coraggio di raccattare la moneta davanti a lui.

La moglie del maresciallo, una biondina continentale, si spaventava di quegli occhi stralunati che la facevano ripensare a brutte storie di briganti e di falsi pezzenti.

— È un uomo innocuo — la rassicurava il marito, — un povero malato. Ha la fissazione che gli abbiano rubato cento lire…

— Fa male vedersi guardati a quel modo… — si lagnava la signora.

E però un carabiniere dette ordine a Solo-Pane di battere il tacco quando vedeva il maresciallo, se non voleva tornare a San Francesco.

Solo-Pane non dette più noia ad alcuno. Domandava la carità, senza lazzi e senza canzoni; se glie la facevano, bene; e se no, tirava innanzi, senza insistere, a testa bassa, con la faccia torva.

Le donne, indignate, pel fatto delle cento lire, non gli davano niente. Se l’avevano rimesso in libertà, era segno che i quattrini glie li avevano rubati per davvero!

Sedendo sugli usci, e vedendolo comparire, si dicevano:

— Guardate Solo-Pane! Era cencioso, pareva un morto di fame, e portava cento lire nel giubbone. Vedrete che finirà per ammazzare qualcuno. È nero da far paura.

I ragazzi seguitavano a tirargli bucce di fichi d’India, fuggendo felici e schiamazzando allorché lo vedevano chinarsi a raccattare un sasso per lanciarlo rabbiosamente, disperatamente davanti a sé, senza colpire alcuno.

Solo qualche vecchietta – dei buoni cristiani c’è sempre! – continuava a dargli qualche tozzo di pane o una manata di frutta, per carità della sua pazzia.

E veramente Solo-Pane, col suo incomprensibile borbottare e col suo gesticolare, pareva impazzito.

Prima campava per quella sudicia borsa. La sera, buttandosi sul giaciglio, s’addormentava beato nel pensiero di non essere poi uno che non possiede proprio niente…

Perciò non gl’importava delle sassate e degli scherni. Di nulla gl’importava. Se gli dicevano — Canta! — egli cantava, pure fioco, pure sfinito da non poterne più, per buscare un altro tozzo di pane… e anche, perché no?, perché con quei lazzi poteva prendere parte, qua e là, alle risate e alle chiacchiere delle donne.

Oramai era come un cane, un cane senza padrone, scacciato da tutti.

E pure sarebbe stato così contento di mandar fuori quel poco di fiato che gli restava, solo se una ragazza gli avesse detto: — Canta! — come prima.

Ma gli usci gli si chiudevano sul viso, le donne lo scacciavano duramente, il male lo prendeva più spesso, lasciandolo delle mezze giornate steso sul margine delle vie, o rattrappito sui gradini d’una chiesa. Quando non aveva il male, e la sera tornava lentamente alla sua catapecchia, arrampicandosi a piccoli passi ineguali lungo le casupole buie del «Castello», pareva davvero un cane senza padrone.

 

Abitofbread

Maria Messina

 

 

Abitofbread was the laughingstock of the town: children threw stones at his legs or prickly-pear skins at his naked feet; and women, who, especially in summer, spent their time sitting on their doorsteps, winked slyly at each other the minute they saw him turn the corner.

He would stand a fair distance away and, with a wide fake laugh that made his skinny face crinkle, ask:

-What can you give me, ladies?

-Want a coat? I can give you my husband’s Sunday coat, the velvet one!

-Don’t you dare come close! –the girls would yell.

– Give me something, for the love of God! – Begged Abitofbread

-Sing first!

-I’ve lost my voice, dears! Be kind…

-Where are you from?

-From Santa Caterina!

-Sing! Sing if you know what’s good for you!

Abitofbread would start singing in his low, raspy voice, swaying and shaking in his soil-coloured rags.

I’m a beggar and unhappy you see. There’s not a lady who’d take to me!

-And no wonder, what cheek! Yuck! –the girls would yell, while Abitofbread continued to rock back and forth bellowing his slow, uncouth songs, songs that only added to his distress in the stifling heat.

Then, as if they were afraid he might get too chummy, they would toss a bit of bread at him, adding gruffly:

– Get out of here. Stop bothering us.

He would bend down to pick up the bread, kiss it humbly, make the sign of the cross and, hiding it under his coat, go on his way in the sweltering heat, dragging his feet, head held low, only to repeat the scene all over again with the next group of people he found sitting in the shade.

Sometimes, when they said – Sing! – he’d just shrug his shoulders and stretch out his arms, crestfallen. He couldn’t. Everyone knew, from his vacant stare and his strange way of walking, that he’d had the curse. So they’d shoo him away, throwing bread at him, and he’d scurry off.

When the curse took hold of him, the girls would run away, and the doors would slam shut; only the brats in the street would stop to look on, at a distance, as he twisted and spun like a top, eyes rolled back in his head so that only the whites showed, thrashing about, frothing at the mouth. As soon as it was over, he would remain lying perfectly still, as if he were dead. It was almost as if a demon had had fun torturing his wretched body.

When, after a bit, he got slowly up again, he would lean up against a wall looking around unsteadily; and, stumbling hopelessly, he would make his way back to his lowly shack. Most of the time, he couldn’t find it. He would roam the streets of the town, climbing all the way up to the “Castello”, passing in front of his own door without recognizing it. Often, he would topple onto the steps of a church and stay there for days, dozing, his vacant eyes staring without seeing.

Abitofbread went to all the fairs. He would go all the way to Nicosia, stopping along the way to beg, and resting at the guardrails. He would return to the dusky houses of “Castello” with raw feet, a pinched face, and clothes that were even more tattered than before.

One year, on the morning of the Assumption, he set off for Santo Stefano, on a road crowded with people who, on foot, on horse-back and on carts, were going to the fair.

On his way, he fell suddenly ill and dropped to the ground.

They pulled him onto the side of the road so that no-one, a drunk driver possibly, would run him over, and continued on their way, travelling along the main roads and the lanes: there’s nothing that can be done when a man has the curse.

But two young men wearing stylish berets, hands tucked in their pockets, stopped.

– Any minute now – cried the young man wearing big yellow shoes – he’ll reach the edge and drop down.

– Let him drop wherever he wants to. Look how filthy he is!

You could tell from the way they slurred the words that they weren’t from the area.

Abitofbread was just a few inches from the edge.

The man with the yellow shoes leaned over to keep him from falling; the other man smirked, hands still firmly in his pockets.

From the guardrail, a grassy slope descended to the ditch.

– Give me a hand, will you? It won’t hurt to do a good deed.

The other man finally made up his mind, and, with a sneer, bent down to grab the beggar’s arm, which slipped from his lazy grip. When he clutched at the beggar’s jacket, he jumped. Wide-eyed, he looked up at his companion, overcome with surprise and greed. No longer afraid to dirty his hands, he grabbed the beggar by the chest and dragged him down.

All three men were now in the ditch.

Abitofbread, lying in the tight space at the bottom, wriggled, rolling his vacant eyes.

– Help me hold him – murmured the young man, fingering his lurid rags, not at all repelled.

– Leave him alone – stuttered the other man, not quite sure why he was afraid.   – It’s probably a memento.

The other man, however, red-faced and heated, continued to finger the lining of the jacket, looking from the beggar’s glassy eyes to the edge of the road above.

Abitofbread no longer tried to wriggle away, but his body was shaken with light tremors. The young man tore angrily at the lining and pulled out a folded, sewn piece of cardboard.

They jumped onto the road, scampering towards a closed gravel path. They hid in a sort of cave, and, tearing the cardboard open, found a tattered purse; it held copper coins and dirty five and ten lire bills.

They counted and counted again, trying not to make noise. They split the money evenly, pocketing the sum without a word. They threw the purse and the cardboard in a nearby ditch.

– …well, we saved his life, didn’t we?… – concluded the man with the yellow shoes.

Abitofbread could see people coming home from the fair, the lamps in the distance, and the carts that returned heavy with drunken, boisterous men. He couldn’t remember why he had come and why he was lying in the ditch, and, unsure which way to turn, didn’t have the courage to mix with the crowd.

At dawn he began to remember that he had come to the fair and thought:

– I must have fallen ill here.

He stretched, yawning, and patted his clothes, as he always did upon waking. A sigh escaped him as he felt the torn lining of his jacket.

Trembling visibly, he understood.

Certainly someone had taken advantage of his unfortunate state: maybe a neighbour from “Castello” who had been spying on him, and who knew about his treasure.

He started running towards the town, groaning.

Maybe he, who never moved it, had left it in his straw mattress…

Dragging his heavy legs up the slope, his eyes on his shack, he went inside and locked the door. He turned the straw mattress upside-down, looked under the fireplace, inside a pair of shoes that were thrown in a corner. He threw himself face-down on the straw; racking his brains he whimpered, then swore loudly.

He’d suffered hunger and the cold, had travelled the town in the snow and in the sun, had been hit with stones, had gone to every fair, and had been shooed away by the servants of many nobles without ever using coarse language just so he could save his pennies.

That money was his. He hadn’t stolen it. He’d safeguarded it like he would a memento. He had never had any other joy than that of knowing it was near his breast, like the robes of the Madonna.

It was his.

– May it become a poisonous snake in your hands – he whimpered, as if the thief were standing right in front of him, – a snake that drains your blood…

He got up dazed and shaken; he left his shack looking suspiciously at his neighbours. He was hungry.

– Sing! – They said. He shrugged his shoulders.

A woman threw him a bit of dry bread. He went to dunk it in the fountain to soften it, and stayed squatting there, his chin resting in his hands. The children gathered around him, playing tricks. Abitofbread turned away, but didn’t budge. He felt nothing but despair. He watched as two carabinieri approached and thought:

– I’ll report it to them. If I stole anything, they would surely arrest me. It’s what they’re paid for.

Meanwhile the carabinieri marched past him.

That night he went to the police station. When they accompanied him to the maresciallo, he took his hat off, explaining breathlessly:

– Excellency, they have stolen my money…

– You?

– Yes sir. Look… – he said showing him the torn lining.

– You? Ha-ha! Get out of here, you poor devil! Go away!

– Excellency, I swear it’s God’s honest truth…

Abitofbread was led outside.

But on the threshold, he turned to the maresciallo and, worried, added hastily:

– The law is like a confessor, Excellency. They wouldn’t even give me piece of bread…

From that night on, he had the nerve to speak the maresciallo when he met him strolling on the main road with his wife.

– Get out of here! – was the response that was delivered with a shrug, and without even stopping.

The maresciallo, to rid himself of that nuisance, had him arrested for simulating a theft. They came for him at dawn, to his shack; and Abitofbread had to pass in front of the other houses in “Castello”, in front of the shops, between two carabinieri, hand-cuffed. His eyes were downcast, full of rage and shame.

– I’m a poor man – he repeated humbly – but I’ve never stolen a thing…Why shouldn’t I have gone to the police?!

His neighbours whispered:

–   They took Abitofbread to San Francesco jail!…

– They say he stole from a farmer, during the feast of the Assumption.

– Who would have thought that someone who looked so stupid could be up to it?..

When they released him, Abitofbread didn’t dare go back to the police station, and never again stopped the maresciallo in the street. He merely stared at him from a distance, his bulging eyes so wide they looked almost white; and he would stand perfectly still, twisting his filthy little cap in his hands, a cap which rarely left his short, thick hair, glued as it was like a brown patina to his head.

Sometimes the maresciallo would throw a coin at him, and then rush off, because he knew the beggar would never have the courage to pick it up with him there.

The maresciallo’s wife, a blonde from the main land, was afraid of those empty eyes, which reminded her of the terrible stories she’d heard of bandits and fake beggars.

– He’s harmless – her husband would say – a poor, sick devil. He’s fixated that someone has robbed one hundred lire from him…

– It’s awful the way he looks at me…- she complained.

And so a carabiniere told Abitofbread that if he didn’t want to go back to San Francesco, he had better scoot when he saw the maresciallo on the street.

Abitofbread didn’t bother anyone anymore.

He would ask for alms, but without acting out or singing. If they gave him something fine, if not, he would go on his way without insisting, head bowed, scowling.

The women, outraged at the thought of the one hundred lire, refused to give him anything. They had let him out of jail, which meant someone really had robbed him!

Sitting on their doorsteps, as soon as they saw him, they said:

– Look at Abitofbread! Filthy and dressed in rags as if he were penniless, and he had one hundred lire in his jacket. He’ll end up killing someone. He’s wild with rage.

The children continued to throw prickly pear skins at him, running off happily and laughing when they saw him bend down to pick up a stone and throw it angrily without hitting anyone.

 

Just some old women – there is always someone with a kind heart! – continued to give him a bit of bread or a handful of fruit for the sake of his madness.

And, in fact, Abitofbread, what with his incomprehensible muttering and his gesticulating, did seem mad.

He lived for that dirty purse. At night, when he lay down on his mattress, he would fall asleep happy to know that he wasn’t penniless…

He could take the stones and the scorn. He didn’t care. If they said – Sing! – he’d sing for a piece of bread, even if he felt faint, even if he was dead tired…and, well, why not?, if it meant he could participate, by playing the part, in the women’s laughter and their chatter.

Now he was nothing more than a dog, a stray dog that no-one wanted around.

And yet, he would have been so happy to let out the little voice he still possessed, if only a girl would say – Sing! – the way they used to.

But the doors slammed shut in his face, and the women shooed him away angrily, and the curse came over him more often now, leaving him lying on the sides of the roads for half a day, or stock-still on the steps of a church. When the curse struck, and in the evening he climbed slowly up to his shack, moving in small uneven steps, past the dark houses of “Castello”, he really did look like a stray dog.

 

 

Translation ©Matilda Colarossi

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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