In 1932, Gramsci wrote to his sister: “I translated from the German, for practice, a series of folk stories that were just like the ones we liked so much when we were children.”

I really believe folk stories are very much the same in every part of the world: so why do peoples think they’re so different?

Il lupo e i sette caprettini

Antonio Gramsci

C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sé i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete ugualmente dalla voce rauca e dalle zampe nere».
I caprettini risposero: «Cara madre, staremo attentissimi, puoi allontanarti senza preoccupazione».
La vecchia belò teneramente e tutta consolata si mise in cammino.
Non passò molto tempo, qualcuno bussò alla porta di casa gridando: «Aprite, cari figli, vostra madre è qua ed ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma i caprettini capirono dalla voce rauca che era il lupo. «Non apriamo – gridarono, – tu non sei nostra madre; la sua voce è bella e amorevole, mentre la tua è rauca, tu sei il lupo».
Il lupo andò lontano, da un merciaio, e comprò un grosso pezzo di gesso: lo mangiò e così
rese sottile la sua voce. Poi tornò indietro, bussò alla porta della casa e gridò: «Aprite, cari figli, vostra madre è qui e ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma il lupo aveva posato le sue zampe nere sulla finestra; i caprettini le videro e gridarono:
«Non apriamo, nostra madre non ha i piedi neri come te, tu sei il lupo».
Allora il lupo corse da un panettiere e disse: «Mi sono fatto male alle zampe, stendici sopra un po’ di pasta».
Quando il panettiere ebbe steso la pasta sulle zampe, il lupo corse da un mugnaio e disse:
«Spargi della farina bianca sulle mie zampe».
Il mugnaio pensò: «Il lupo vuole ingannare qualcuno» e si rifiutò, ma il lupo gli disse: «Se
non lo fai, ti mangerò».
Il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò le gambe. Sì, così sono gli uomini!
Allora, per la terza volta, il malvagio bussò alla porta della casettina e disse: «Apritemi, figli, la vostra cara mammina è ritornata e ha portato dalla foresta qualcosa per ognuno di voi».
I caprettini gridarono: «Mostraci prima le tue zampe, perché sappiamo che tu sei la nostra
cara mammina».
Il lupo posò le zampe sulla finestra e quando quelli ebbero visto che erano bianche, credettero fosse tutto vero ciò che il lupo aveva detto e aprirono la porta. Ma chi entrò fu il lupo.
Essi ne furono terrorizzati e cercarono di nascondersi: uno saltò sotto il tavolo, il secondo
nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto nella tinozza del bucato, il settimo nella cassa del pendolo.
Ma il lupo li trovò tutti, e non fece troppe cerimonie, uno dopo l’altro li trangugiò nelle sue
fauci; solo non scoprì il più piccolino che si era nascosto nella cassa del pendolo.
Quando il lupo ebbe così soddisfatto la sua ingordigia, se ne andò a sdraiarsi fuori sul verde
prato sotto un albero e si addormentò.
Non molto tempo dopo la vecchia capra ritornò a casa dalla foresta. Ah! che cosa le toccò
vedere! La porta della casettina era spalancata, il tavolo, le sedie e le panchine erano rovesciati, la tinozza del bucato era in pezzi, coperte e cuscini erano stati strappati dal letto. Ella cercò i suoi figlioletti, ma non li trovò in nessun luogo. Li chiamò uno dopo l’altro per nome, ma nessuno rispose.
Infine, quando giunse al più piccolino, una voce sottile sottile gridò: «Cara madre, sono nascosto nel pendolo».
Ella lo trasse fuori ed egli le raccontò come fosse venuto il lupo e avesse mangiato tutti gli
altri. Potete pensare come la vecchia capra pianse per i suoi poveri figlioletti.
Infine ella uscì tutta angosciata e il caprettino più giovane le corse dietro. Quando giunse al prato vide il lupo che, sdraiato sotto l’albero, russava così fragorosamente che i rami ne tremavano.
Ella lo guardò da tutte le parti, e vide che nella sua pancia piena qualcosa si muoveva e si dimenava. Dio mio – pensò, – che i miei poveri figlioletti, che egli ha divorato come cena, siano ancora vivi?
Allora fece correre fino alla casettina il caprettino a prendere forbici, ago e filo. Quindi aprì la pancia al mostro e appena ebbe fatto il primo taglio, un caprettino allungò fuori la testina, e quando continuò a tagliare, tutti e sei saltarono fuori, uno dopo l’altro, ed erano tutti in vita e non
avevano sofferto nessun male, poiché il mostro li aveva inghiottiti d’un colpo nella sua ingordigia.
Fu una grande allegria! Essi abbracciarono la loro cara madre e ballarono come se andassero a nozze.
Ma la vecchia disse: «Adesso andate a cercare delle grosse pietre, con cui riempiremo la pancia alla bestia scellerata, mentre è immersa nel sonno».
I sette caprettini trascinarono in tutta fretta delle pietre e le misero nella pancia del lupo, tante quante ne poteva contenere. Quindi la vecchia ricucì il taglio in un momento in modo che lui non
si accorgesse di nulla e non si muovesse.
Quando il lupo finalmente si svegliò, si levò sulle zampe e poiché le pietre nello stomaco gli
avevano suscitato una grande sete, volle andare ad una fontana a bere. Ma appena cominciò a camminare e a muoversi qua e là, le pietre si urtarono l’un l’altra nella sua pancia. Il lupo gridò:
«Cos’è che rimbomba e rimbalza e m’indolenzisce il pancione? Sei caprettini ho mangiato nel gozzo ho un quintale di sassi».
E appena arrivò alla fontana si curvò sull’acqua per bere, ma le pesanti pietre lo spinsero giù ed egli affogò miseramente.
A quella vista i sette caprettini corsero in tutta fretta, gridando: «Il lupo è morto! Il lupo è morto!» e danzarono dalla gioia con la loro mamma intorno alla sorgente.
The wolf and the seven little goats

Antonio Gramsci

Once upon a time there was an old nanny-goat, and she had seven little goats. And she loved them like all mothers love their children. One day she had to go to the forest to look for food; she called her little ones and said: “My dear little goats, I must go to the forest to look for food, beware of the wolf because if he comes in, he’ll eat you all up wool and hide and everything. The mean thing sometimes wears a disguise, but you’ll recognize him all the same because of his deep voice and his black paws.”
The little goats answered: “Dear mother, we will be very careful. You go now and don’t worry about us.”
The old nanny-goat baaed lovingly and, comforted, she went on her way.
Not much time had passed when someone knocked on the door of the hut and shouted. “Open up, my dear ones, your mother is here and has brought you each something special.”
But the little goats heard his deep voice and knew it was the wolf. “We won’t open,” they shouted, “you aren’t our mother: her voice is beautiful and loving while yours is deep. You’re the wolf.”
The wolf went far away to a shop, and he bought a huge piece of chalk: he ate it and his voice became softer. Then he returned to the little goats’ hut, knocked on the door and shouted: “Open up, my dear ones, your mother is here and has brought you each something special.”
But the wolf had leaned his black paws on the windowsill. The little goats saw them and shouted:
“We won’t open. Our mother doesn’t have black feet like yours. You’re the wolf.”
So, the wolf ran to the baker’s and said: “I hurt my paws, could you stretch some dough on them?”
When the baker placed the dough on the wolf’s paws, he ran to the miller and said:
“Put some white flour on my paws.”
The miller thought: “This wolf is out to trick someone,” and he refused to help, but the wolf said: “If you don’t do it, I’ll eat you up.”
The miller was afraid and put the white flour on his paws. (Yes, that’s what men are like!)
So, for the third time, the evil wolf knocked on the door of the little hut and said: “Open up, little ones, your dear mother is back and she has brought something from the forest for each of you.”
The little goats shouted: “Show us your paws first so that we will know that you are our dear mother.”
The wolf laid his paws on the windowsill, and when the little goats saw that they were white, they believed everything the wolf said and opened the door. But it was the wolf who entered the hut.
They were terrified and tried to hide: the first jumped under the table, the second into the bed, the third into the stove, the fourth into the kitchen, the fifth into the armoire, the sixth into the laundry basin, and the seventh into the clock-case.
But the wolf found them all, and he gulped them down in his big mouth. But he couldn’t find the youngest little goat who was hiding in the grandfather clock.
When the wolf was all full up, he went to lie down outside in the green meadow under a tree and fell asleep.
Not much time later, the old nanny-goat returned home from the forest. Ah! What a sight! The door to the little hut was wide open, the table, the chairs, and the benches were overturned, the laundry basin was in pieces, and the blankets and pillows had been torn off the bed. She looked for her little goats but couldn’t find them anywhere. One by one, she called them by name, but no one answered.
Finally, when she got to the youngest’s, a tiny little voice shouted: “Dear mother, I’m hiding in the clock-case.”
She helped him out, and he told her the story about the wolf and how he had eaten all his brothers and sisters. You can imagine how the old nanny-goat cried and cried for her poor little goats.
Finally, totally distraught, she went outside with the baby goat following after her. When she got to meadow, she saw the wolf under a tree, snoring so loudly that the branches were shaking.
She looked at him carefully, and she saw his big stomach moving and pitching this way and that. My god, she thought, are my poor little goats, which he devoured for dinner, still alive?
So, she sent the baby goat to the house to fetch the scissors, a needle and some thread. She sliced the wolf’s tummy, and at the first cut a little head poked out, and when she finished cutting, all the little goats jumped out one after the other. And they were all alive, and they hadn’t suffered one little bit because the monster was so gluttonous, he had swallowed them whole.
Oh, what joy! They hugged their dear mother and danced and danced as if they were having a ball.
But the old nanny-goat said: “Now go find some big stones to fill this wretched beast’s tummy while he’s still sleeping.”
The seven little goats quickly brought their mother the stones, and they put as many as they could into the wolf’s stomach. Then the old nanny-goat stitched the wolf back up quickly so he wouldn’t notice anything and wouldn’t move.
When the wolf finally woke up, he stood up on his hind legs; and since the stones in his stomach made him terribly thirsty, the wolf wanted to go to the well to drink. But as soon as he started walking and moving about, the stones knocked around in his stomach. The wolf shouted:
“What is booming and bouncing and bruising my tummy? Six little goats I ate, a ton of stones in my stomach.”
And as soon as he got to the well, he bent over to drink. But the stones were so heavy they dragged him down and down, and he drowned miserably.
At the sight, the little goats ran around shouting: “The wolf is dead! The wolf is dead!” And together with their mother, they danced round and round the well joyfully.

Translation ©Matilda Colarossi 2022

While in prison in Turi, Gramsci translated 24 fables (actually 23 plus one unfinished one) by Jacob and Wilhelm Grimm (Kinder- und Hausmärchen): he wanted to send them to his nieces and nephews in Sardinia, but the prison authorities wouldn’t allow it. His translation is exactly the same as the one I read as a child. The only difference is the missing rhyme when, at the end, the wolf speaks (“What rumbles and tumbles/ Against my poor bones?/ I thought ‘t was six kids,/ But it’s naught but big stones.”)

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