Rarely do I translate a book and cry as I am doing so. Rarely do I reread it and cry anew. Rarely do I yearn so to share it with others. But this is Giona’s winter. -M.C.

L’inverno di Giona

Filippo Tapparelli      

Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure devo essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto dentro niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.
Non so perché mi sia venuto da pensare ai ricordi proprio adesso. Forse perché la mente si distrae quando le mani sono impegnate a lavorare, e i pensieri saltano fuori da soli. Come in questo momento, mentre tengo in equilibrio il secchio pieno d’acqua che mio nonno Alvise mi ha detto di portare dabbasso, nello scantinato.
Ho acceso la lucerna quando ho chiuso la porta della cucina alle mie spalle e ho messo il piede sul primo gradino. Con la schiena appoggiata alle assi di legno, tengo il secchio d’acqua infilato sull’avambraccio e la lucerna in una mano; con l’altra controllo che la porta sia ben chiusa, come vuole lui.
Il chiarore della lampada si spande sulle pietre che si immergono nel buio e le ricopre di una tonalità arancione. Immagino che questo colore disegni percorsi che mi precedono silenziosi mentre, un passo alla volta, scendo. È una luce calda, che mi racchiude in un cerchio. Le mie mani, di solito pallide, si tingono di un colore più morbido mentre le ombre si ammassano attorno a me.
Avanzo lentamente, attento a non far cadere nemmeno una goccia d’acqua. So che Alvise controllerà ogni singolo gradino, dopo. Quando arrivo nella stanza appoggio la lucerna a terra e la fiamma, in risposta al mio gesto, manda un guizzo seccato. Uno sbuffo di nerofumo si alza in protesta fino a toccare il soffitto non molto più alto di me, poi scompare nel buio, andandosi a perdere nella fuliggine che ricopre le assi annerite.
Sto per mettere giù il secchio quando un soffio d’aria che arriva dalle scale fa tremare la luce. Dev’essersi aperta la porta, forse non l’ho chiusa bene. Mi volto di scatto ma il ginocchio intercetta il manico del secchio e lo manda a rotolare sul pavimento. Mi giro in tempo per vederlo mentre si appoggia su un fianco, in un ampio cerchio incompleto, e riversa l’acqua sull’argilla. La luce della lampada danza sulla terra bagnata che, prima di farsi opaca, per un istante riflette l’ombra del mio volto. Cerco di osservare la mia espressione ma il pavimento la beve, insieme all’acqua che ho rovesciato. La paura mi paralizza. Non so fare altro che rimanere immobile ad aspettare che l’errore che ho commesso venga inghiottito dallo scantinato. So che è inutile sperare che il nonno non se ne accorga, eppure mi illudo che accada. Che il tempo si riavvolga, che quello che ho fatto non sia mai accaduto. L’ultima goccia d’acqua viene assorbita dal terreno e rimane un alone più scuro come unica prova del mio sbaglio. La speranza non serve a nulla qui, se non a peggiorare la situazione. Il nonno mi punirà perché per ogni azione, giusta o sbagliata, c’è sempre una lezione che io devo imparare.
Appendo la lucerna al gancio che pende dal soffitto e resto fermo a lungo, in cerca del coraggio di tornare di sopra. Poi raccolgo il secchio e risalgo le scale. Apro la porta, illudendomi di essere diventato trasparente. Mi avvicino al barile che sta di fianco all’acquaio e immergo il secchio per riempirlo di nuovo. Seduto al tavolo, Alvise sta sistemando una piccola fascina di rami. Forse non mi ha sentito arrivare. Forse sono invisibile davvero. Affondo il secchio e faccio un mezzo giro per nasconderlo con il mio corpo alla sua vista, poi in silenzio mi dirigo di nuovo verso le scale.
«Togliti il maglione, Giona». La sua voce priva di colore mi entra nelle orecchie e il mio corpo si blocca. Guardo le mie gambe piegarsi, e la mano aprirsi mentre appoggia il secchio per terra. Poi, come se appartenessero a un altro, le braccia si incrociano, le dita stringono il bordo sfilacciato della maglia e lo sollevano in alto, sfilandomelo dalla testa. Vedo tutto quello che il mio corpo ha imparato a fare per conformarsi ai comandamenti di Alvise.
Tengo la maglia tra le mani e guardo per terra fino a quando l’ombra di mio nonno non annulla la mia, proiettata sulla porta.
«Voltati» dice e io obbedisco. Poi allunga le mani verso la maglia. Osservo le sue unghie farsi strada attraverso la trama della lana come se fossero lame e separarla, recidendone i fili. Ci affonda dentro le dita. Poi, con lentezza, le ritrae. Dieci buchi si aprono sul mio maglione, uno per ogni dito. Alza lo sguardo e me lo restituisce.
«Adesso porta giù il secchio come va fatto».
«Sì, nonno» rispondo e scandisco le parole una a una, come vuole lui, mentre comincio a scendere ancora una volta le scale.
Avverto la sua forza che mi segue lungo i gradini, il suo respiro che preme contro la mia nuca fino a quando non arrivo al centro della stanza. Lancio di nascosto un’occhiata al pavimento. Ora è asciutto. Forse non si sarebbe mai accorto dell’acqua rovesciata se solo fossi riuscito a tornare di sotto senza che mi vedesse. Cosa che, so bene, era impossibile. A lui non sfugge mai niente. Appoggio il secchio nel mezzo e vado verso l’angolo dove sono impilati il mastello, la sedia di Alvise e il mio sgabello. So che non posso sbagliare l’ordine e il modo con cui devo disporli nella stanza. Uno alla volta.
Compio tre viaggi sotto lo sguardo del nonno. In ognuno di essi sposto un oggetto e lo dispongo per terra secondo un rito compiuto tante volte: prima il mastello, poi la sua sedia e infine lo sgabello. Il nonno vuole che tutto sia sempre fatto allo stesso modo. Vuole che ogni cosa stia sempre allo stesso posto. In ordine. In ultimo, prendo la piccola scatola di legno che contiene gli aghi e il filo. Quando ho finito di disporre le cose, lui prende il secchio e versa l’acqua nel mastello. Senza farne uscire nemmeno una goccia. Come sempre. Poi immerge i rami di castagno e si siede.
«Siediti e lavora, Giona. Aggiusta ciò è stato rotto a causa tua» dice. E io obbedisco.
I raggi che escono dalla lucerna si muovono sulle pareti fino a toccare il soffitto mentre io infilo l’ago e inizio a chiudere i buchi. Ogni gugliata porta con sé la consapevolezza di avere sbagliato.
Ecco, ora il maglione è rammendato. Non so nemmeno se le mie dita stanno ancora stringendo l’ago, tanto sono fredde e rigide. Hanno preso lo stesso colore grigio delle pareti dello scantinato. Questo cencio di lana rossa come il sangue, talmente rattoppato da aver perso la sua forma originaria, è guarito dall’ennesimo buco. Come ogni cosa, anche lui ha preso l’odore che c’è quaggiù. Lo stesso odore che si sente nel bosco quando l’aria sa di pioggia vecchia e le foglie marciscono, e che qui dentro si mescola a quello dell’argilla. Eppure Alvise si ferma spesso in questa stanza sottoterra e costringe anche me a starci. È così tanto tempo che tengo la testa chinata a cucire che mi sembra di non averla mai avuta sollevata. Vivrò il resto dei miei giorni a rimirarmi le punte dei piedi. Imparerò tutto sulle ginocchia, sui sassi e sui pavimenti degli scantinati. Ormai c’è più rammendo che lana in questo maglione, ma non ho nient’altro di caldo da indossare.
«La montagna è spietata se non ti ci adatti. Non parlo del freddo, Giona. Quello sai cos’è, e sai come combatterlo. Parlo della solitudine».
Il nonno, come spesso accade, mi è entrato nei pensieri. Ci riesce perché conosce tutto di me. Ogni mio gesto, ogni battito del cuore, ogni paura. Io, come è giusto che faccia, rimango in silenzio stando attento a non guardarlo in faccia, perché lui non vuole che lo fissi. Lo osservo di sottecchi mentre intreccia la gerla. Alvise ha mani come pinze e denti come quelli di una sega. Flette i rami di castagno usando solo le dita e li trancia infilandoseli in bocca senza bisogno di attrezzi.
Quattro, sedici trentadue. Spirale. Salti tre, poi due, poi uno e sali. Lo schema è sempre lo stesso, ripetuto fino a quando il cesto non prende forma. Fino a quando i rami non sono stati piegati per ottenere il risultato voluto.
«Ora posso rivestirmi? Ho freddo».
«No, Giona. Dovevi pensarci prima di rovesciare il secchio dell’acqua» dice senza guardarmi.
La voce di Alvise è piatta, monotona mentre afferma la sua verità. L’unica che conta. Il mio sguardo si abbassa appena in tempo per non incrociare il suo.
«Hai sbagliato e queste sono le conseguenze. Lo sai benissimo. Io ti spiego come fare ma tu continui a sbagliare. Non impari. Ecco perché ti punisco. La sapienza, Giona, si acquisisce attraverso la sofferenza» dice.
«Deve essere così. Diffida di chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica».
Alvise mi ripete sempre che bisogna avere consapevolezza di tutto per riuscire a cambiare le cose, ed è per questo che è costretto a picchiarmi. Per inchiodare la consapevolezza nelle mie ossa. E che deve continuare a farlo perché, dopo che la conoscenza mi ha raschiato la carne e il dolore ha cominciato a placarsi, è giusto che la pelle continui a ricordare.
«Lo so» gli dico, «ma perché deve fare così male?» e mi accorgo che gli ho già fatto questa domanda tante volte prima di adesso. Lui, come sempre, mi risponde ripetendo le stesse parole.
«Guarda il ciliegio. Quello vicino a casa. Sai come nasce un albero che sa fare i frutti? Non in modo spontaneo, non secondo natura. Non da solo. Scegli una pianta selvatica resistente, gli spacchi il legno e gli innesti dentro un ramo buono, con le gemme. Poi la mutili per anni con la potatura, lasci solo i rami più forti e li deformi per renderli adatti alla raccolta. Con il dolore, Giona. Solo con il dolore si impara».
Lo schioccare dei rami che si piegano attorno alla struttura della gerla accompagna le parole di Alvise. Colpi secchi e pieni, regole antiche.
Quattro, sedici trentadue. Spirale. Salti tre, poi due, poi uno e sali.
Mi affascina la maestria con la quale riesce a flettere i rami fino alla curva massima, senza mai spezzarne la corteccia resa scura dall’acqua. Non devo guardarlo, eppure non riesco a distogliere lo sguardo da lui, come se le sue mani forgiassero il destino o, solo muovendosi, piegassero al suo volere tanti serpenti che sbucano dall’acqua del mastello.
«Il ciliegio lo pianti vicino a casa perché tiene lontane le disgrazie» dico, mentre Alvise prende un altro ramo.
Le sue mani si fermano. Lo sento prendere un respiro profondo. Le mie spalle si irrigidiscono in risposta alla vibrazione quasi impercettibile che scuote il ramoscello.
«Sei stupido, Giona. Stupido e irrazionale».
Alvise infila il ramo tra le centine del cesto e ricomincia a intrecciare.
Eppure me lo ha insegnato lui, ne sono sicuro. Vorrei dirglielo, ma se lo facessi mi toccherebbe farmi mostrare un’altra volta cos’è il rispetto a furia di botte. Almeno il freddo riesco a sopportarlo se riesco a non pensarci. Se riesco a non pensare che me ne sto seduto nel gelo dello scantinato in pantaloni e maglietta. Le scarpe e le calze di lana non riescono a bloccare il freddo acquoso che sale dal pavimento di ciottoli e terra battuta e si insinua nelle ossa. Eppure il vecchio sembra non farci caso, anche se non è molto più vestito di me. Si mette sempre gli stessi pantaloni di tela e, quando fa più freddo, infila sopra la maglia una camicia di lana a quadri, la stessa che usa da anni. Non mi pare di avergliene mai vista una diversa. Continua a intrecciare il suo cesto come se il mondo non fosse altro che un mucchio di rami di castagno da piegare e modellare. Come se ripetesse a voce alta una storia già scritta. Immerge la mano nel grosso mastello pieno di acqua ghiacciata, estrae un ramo, lo incastra alla fine del cerchio di legno e ricomincia a salire lungo le centine.
Quattro, sedici trentadue. Spirale. Salti tre, poi due, poi uno e sali.
Un movimento circolare, che non ha inizio né fine. Che non ha esitazioni o pause a rivelare la soddisfazione per l’abilità con cui riesce a fabbricare le cose.
Non ho mai visto sorridere Alvise. Secondo me non ne è capace. In lui tutto è schema, precisione, definizione. Ogni suo gesto è misurato, identico allo stesso che ha usato in precedenza per compiere quella funzione. Parlare, guardare. Intrecciare cesti, tagliare, mangiare. Alzarsi e sedersi. Picchiarmi.
Anche il suo corpo racconta una storia di precisione e di esattezza. Di controllo.
Ha i capelli candidi, senza interferenze di grigio a interrompere l’assenza di colore. Li accompagna un corpo robusto quel tanto che basta per compiere i suoi lavori e incutere timore. Ha mani grandi ma non sproporzionate, giuste per torcere legna o insegnare. I suoi occhi sono l’unico elemento che fa eccezione. Un blu intenso, che spicca sul pallore del volto. È il blu delle labbra congelate dal freddo. Non c’è anima in quegli occhi. Non c’è rabbia né odio. Gli sono utili solo per vedere, nulla di più.
Una scarica di dolore mi spacca il braccio sinistro quando il ramo di castagno lo morde all’improvviso.
«Se hai finito di pensare, sali e prepara la cena».
Mi sono distratto e il vecchio mi ha punito ancora. Dice che non devo pensare se non alle cose che mi dice di fare.
«Domani ti potrai mettere qualcosa addosso, dopo che avrai avuto tutta la notte per imparare la lezione. Adesso porta di sopra il maglione e approfittane per scaldarti le mani».
Mi alzo dallo sgabello e con lo sguardo conto i ciottoli che mi separano dalla porta. Mi muovo lentamente, ho imparato che non devo fare movimenti bruschi o, peggio, sbadati. Poi mi volto e sento il suo sguardo scavarmi nella schiena mentre mi avvio verso la scala che porta di sopra, in cucina. Quegli occhi mi pesano addosso come il ricordo della vergata che mi ha appena dato, e di tutte quelle venute prima che continuano a bruciare dentro.
Comincio a salire i gradini, consumati da chissà quanti altri che in passato hanno intrecciato cesti o rammendato maglioni quaggiù. Il fatto che siano inclinati sembra rendere più agevole il ritorno in cucina. Sono dodici. Li ho contati così tante volte che il mio piede li conosce uno a uno. Una volta diedi loro anche un nome. Abituino, Abbondino, Accampino, Accertino, Acchiappino, Adagino e altri così, uno per ciascun gradino. Lo feci perché mi tenessero compagnia quando li salivo al buio. Li saluto ancora in questo modo nei giorni brutti, chiamandoli come se fossero amici. Salgo un passo alla volta, stando attento a non toccare con le braccia i lati della scala perché il nonno non vuole che si sporchino con il mio odore. Le pareti di pietre impastate con l’argilla sono così vicine che basterebbe allargare i gomiti per sfiorarle. Vado su lentamente e mi stringo al maglione cercando di scaldarmi, come ha detto Alvise. Anche se la lana è ruvida e infeltrita la sfrego tra le mani in cerca di calore, ma quando sento che comincia a diffondersi nella punta delle dita sono già arrivato in cima alle scale. Alzo il saliscendi e apro la porta di legno.  
In cucina c’è odore di fumo bagnato, nonostante le finestre siano spalancate e il vento abbia già portato il gelo verso i prati sopra al paese. Nulla che appartiene al nonno può uscire dalla casa. Nemmeno il fumo.
Gli angoli della cucina sono scuri di umidità. Se ne stanno rannicchiati ai margini dell’intonaco sporco che ricopre le pareti e creano l’illusione che l’intera stanza sia curva, come se volesse avvolgersi su se stessa per proteggersi. Gli angoli, anche loro come me confinati ai margini. Come me dimenticati e senza utilità, se non per appoggiare ogni tanto qualche bastone che Alvise porta in casa.
Il pavimento, fatto di vecchie assi affiancate di un colore tra il grigio e il marrone, risuona sotto i miei passi. Anche le tavole di legno consumate dall’uso si incurvano verso il centro e rafforzano l’inganno ottico. Sopra ogni cosa aleggia l’odore di Alvise. Sottile, appena diverso da quello della pietra. Così simile al mio, ma non identico. La stanza si chiude attorno al mio corpo mentre faccio quei pochi passi che mi permettono di allontanarmi dalle scale. La madia, il cui ventre custodisce le stoviglie della casa, è sempre pronta a spiarmi e così l’acquaio, le sedie, il tavolo, la stufa e il modesto camino in pietra. Persino la finestra, che buca la parete come l’occhio di un orbo, non ha altra funzione se non quella di riflettere Alvise quando passa. La cucina è sempre buia. L’unica lampadina che pende dal soffitto ha rinunciato da tempo al suo compito di tenere a bada le ombre. Alvise tiene la fiamma della stufa troppo bassa perché gli occhi possano illudersi di vedere il sole, che in paese non brilla mai davvero. Nulla brilla mai, qui. Ogni cosa se ne sta acquattata sotto uno strato di grigio, come se la luce avesse paura di alzare la testa e si fosse rassegnata all’idea di non poter cambiare nulla. Tutto ciò che so sul cambiamento è la parola che lo definisce. Nel paese ogni cosa si svolge sempre allo stesso modo e il mutamento non ha significato. Mi avvicino all’altra rampa di scale, quella di legno che porta al piano superiore, e ho ancora in mano il maglione che devo portare nella stanza di Alvise. Sto per calpestare il primo gradino cercando di ricordare che nome abbia, quando mi fermo e mi volto. Senza sapere cosa sto facendo e perché, appoggio il maglione piegato sulla sedia davanti alle scale. Alvise prima non mi ha picchiato forte. Forse, vedendolo cambierà idea e me lo farà mettere. Sorrido pregustando la lana che mi scalderà le braccia e la pancia. Dura meno di un respiro, poi accantono l’idea del calore e mi guardo intorno. Adesso devo preparare la cena. Sulla madia, coperta da uno straccio, spunta la sagoma triangolare di una grossa fetta di formaggio che gli ha portato uno degli abitanti del paese. Gliene fanno parecchi di doni al nonno. Che siano salami, pani o formaggi non importa. L’unica cosa che conta è che siano utili e che lui possa tagliarli con il coltello. Alvise è l’unico a poterlo usare in casa. Io devo arrangiarmi a fare tutto con le mani perché non vuole che lo tocchi. Dice che uno come me non farebbe altro che danni con quello. Un brivido mi corre sulla pelle. Devo muovermi e non devo pensare a certe cose. Non devo pensare a niente. Quello che devo fare adesso è preparare il pasto del nonno. Non mangia molto ma vuole che io disponga tutto con cura: il piatto esattamente a un palmo dal bordo del tavolo, la forchetta a sinistra, il cucchiaio a destra con la conca all’insù, il bicchiere davanti. Sembra che non gli importi tanto del cibo, quanto che il rito quotidiano del nutrimento si compia. Non mangia mai insieme a me. Non facciamo mai niente insieme. Io mangerò dopo, forse. Quando lui avrà finito.
Porto in tavola il formaggio, poi riempio la brocca dell’acqua, la asciugo e la poso sul tavolo. Spezzo in due la pagnotta e l’appoggio sulla stufa che riscalda la casa e serve anche da fornello. Il camino c’è, ma non l’ho mai visto acceso. Alvise non vuole. Intorno al camino le persone si siedono e raccontano. Questo a noi non succede. In genere lui parla e io ascolto, lui ordina e io obbedisco, lui insegna e io cerco di imparare. Osservo il pane stando attento che non si bruci. Quando è pronto lo avvolgo nello straccio del formaggio e lo appoggio sul tavolo per tenerlo in caldo, poi passo la mano sulla piastra di ferro rovente e tolgo tutte le briciole. Ho imparato a essere veloce per non scottarmi. Basta muoversi in fretta e avere le mani asciutte, questo è il trucco. E stasera serve anche a scaldarmi un po’.
Devo tenere ogni cosa in ordine. Alvise dice sempre che l’ordine è tutto. L’ordine e la giusta sequenza dei gesti. Altrimenti cominci con l’essere lento e disordinato e finisci con lo sbilanciare il mondo. Imparare questa regola mi è costato due unghie nere, indice e pollice della mano destra. Da allora non ho più sbagliato la disposizione delle posate. La forchetta va a sinistra.
Non ci pensare, Giona. E ricordati di non fissarlo negli occhi quando sale.
Ecco la mia voce. Quella che mi tiene compagnia nella testa. Quella che mi aiuta a fare le cose.
Ma lui non è qui, è ancora nello scantinato a intrecciare la gerla.
No, lui c’è. Ti vede sempre. Annusa i tuoi pensieri anche da lontano, lo sai.
Sì. Giusto. Meglio non pensare. Apro la madia, tiro fuori il suo piatto e il suo bicchiere e li appoggio sul bordo del tavolo secondo le regole. Dopo che ho finito di apparecchiare e tutto è pronto, guardo fuori dalla finestra e intravedo le stelle che stanno sorgendo: manca poco al tramonto. Ho imparato a misurare il tempo con gli occhi.
«Nonno, è pronto in tavola».
Mi risponde, come al solito, il silenzio.
A lui piace fare così. Non rispondere, farsi attendere. Dice che in questo modo mi insegna la pazienza e la sottomissione. Resto in piedi accanto al tavolo aspettando che salga. È sempre silenzioso, Alvise. Potrebbe seguirti per mezza giornata e non te ne accorgeresti. Poi al momento giusto farebbe qualcosa, tu ti volteresti di scatto e ti troveresti a fissare quegli occhi. Ci vedresti dentro il tuo riflesso ripetersi mille volte.
Sento i suoi passi sulle scale. Sono quasi impercettibili, ma ho imparato a riconoscere ogni rumore che indichi la sua presenza. Il leggero strisciare delle suole degli scarponi, lo schioccare di legna secca che proviene dalle sue ginocchia, il suo respiro che si fa appena più pesante per lo sforzo di salire. Conosco il silenzio, ecco perché so riconoscere la sua presenza. I movimenti di Alvise sono una piccola modifica del silenzio. La porta delle scale si apre piano e il nonno entra senza dire una parola. Io tengo gli occhi fissi a terra. Lo sento fermarsi, come se esitasse. Dura poco questa interruzione, neanche un battito di ciglia, ma tanto basta per farmi sollevare i peli sul collo. Vorrei guardare cosa sta accadendo, ma so che se lo facessi sarebbe peggio. Allora cerco di rilassare le mani e spero che non si veda il tremore che le agita.
«E questo cosa sarebbe, Giona?».
La sua voce è calma. Piatta come sempre.
Sollevo appena lo sguardo e vedo i suoi occhi correre da me alla sedia davanti alla scala, e dalla sedia al tavolo della cucina.
«Nulla, nonno» rispondo mentre mi volto e cerco di tenere ferma anche la voce.
Perché non hai portato il maglione di sopra? mi domanda la voce.
E io non ho una risposta, né per lei né per Alvise.
«Nulla? Cosa ti avevo chiesto di fare, Giona?» mi domanda Alvise mentre indica il maglione con lo sguardo.
«Di portarlo di sopra» rispondo.
«E lo hai fatto?» chiede ancora. «No, nonno. Ma tu avevi detto di portarlo di sopra, non in camera e io ho pensato che…»
«Bene. La cucina sarà la tua camera da stasera, visto che pensi ma non sei nemmeno in grado di distinguere tra le due stanze».
Le sue parole spezzano le mie. Non è giusto. Lui non aveva detto di portarlo in camera.
Cosa importa, Giona? Sapevi cosa intendeva Alvise quando ti ha ordinato di portarlo di sopra. Tu hai scelto di lasciarlo qui. Gli hai disobbedito e lo sai.  
Il nonno si avvicina al tavolo. Mi passa accanto con lentezza misurata, badando a non toccarmi. Non posso fare a meno di irrigidirmi. Mi aspetto che, da un momento all’altro, si volti di scatto e cominci a picchiarmi. Le sue mani sono abituate a colpirmi sulle orecchie fino a quando non sento nient’altro che un fischio dentro la testa. Invece stavolta non lo fa. Si siede, apre il cassetto del tavolo ed estrae il coltello, lo appoggia di fianco al cucchiaio e inizia a mangiare.
Io devo rimanere in piedi e in silenzio per tutto il tempo della cena. Senza una parola e nemmeno un rumore. Come ogni sera Alvise mangia senza fretta. Spezza il pane in tocchi regolari, gli appoggia sopra una scaglia di formaggio che stacca dalla forma usando la punta del coltello, poi se li infila in bocca. Prepara bocconi piccoli, mastica a lungo. Va avanti così fino a quando il pane non è finito. Solo allora pulisce la lama del coltello con lo straccio e lo rimette nel cassetto. Si alza, quello è il segnale che posso cominciare a sparecchiare la tavola.
Mi osserva portare la forchetta, il cucchiaio, il piatto e il bicchiere nel secchio posto sull’acquaio, appoggiarli piano e poi lavarli senza fare rumore. Uno alla volta. Al contatto con l’acqua gelida le mani mi fanno male e la pelle delle braccia si increspa di nuovo. Non so se Alvise sia ancora seduto, potrebbe essere a un passo da me. Sento le spalle irrigidirsi. Dopo così tanti anni non sono ancora riuscito ad abituarmi alla sua presenza. Mi concentro sulla ceramica del piatto. È vecchia, ma non scheggiata. Ha perso la lucentezza, così come il bicchiere di vetro che non è più trasparente. Sento l’acqua scorrere lungo le braccia, fino ai gomiti. Mi allungo subito contro l’acquaio come se volessi entrarci, per paura di bagnare per terra. Non deve cadere nemmeno una goccia. Quando ho finito di lavare appoggio piatto e stoviglie sul ripiano di pietra, li asciugo e li ripongo di nuovo nella madia. Ognuno esattamente dove era prima.
Solo a quel punto mi volto e Alvise è lì, dietro di me. Faccio correre lo sguardo dai suoi piedi ai miei, infilati dentro un paio di scarponi che ormai ho riparato decine di volte. Salgo con lo sguardo e trovo il bordo dei pantaloni. È corto, mi arriva appena a metà del polpaccio e l’ultima parte in fondo è di una stoffa diversa dal resto. Chissà se ne avrò di nuovi o mi toccherà giuntarli ancora, come ho fatto in passato. Fermo il respiro e aspetto il prossimo ordine.
«Perché non hai portato il maglione di sopra, Giona?» mi chiede di nuovo.
«Perché ho freddo e magari ti eri sbagliato» dico.
Mi accorgo dell’enormità della bestemmia che ho pronunciato solo dopo che le parole mi sono uscite dalla bocca. Vorrei poter allungare la lingua e catturarle, riportarle indietro, ma è troppo tardi. Alvise fa scattare un braccio e mi afferra il mento.
«Guardami, Giona. Ora ti insegnerò cosa è il freddo e cosa è una scelta. Brucia il maglione nella stufa o lascialo dov’è ed esci da questa casa».
Non capisco. Il nonno non hai mai fatto così.
«È facile, Giona. Butta il maglione nella stufa o vai fuori di qui». La sua voce è diversa. Più affilata. Se avesse un colore sarebbe grigia come la lama del suo coltello.
Non sai cosa fare, Giona? È facile. Brucia il maglione, ha detto il vecchio. Brucialo e accucciati per terra vicino alla stufa. Almeno ti scalderai ancora per qualche ora, fino a quando non si raffredda. E domani ci penserai.
Ma così lo perderò e avrò freddo per sempre.
Allora esci dalla porta, passa la notte al gelo e spera che domani gli sia passata. Spera che ti faccia ritornare a casa, spera che ti ridia il maglione. Ma non hai nessuna certezza che lo farà. Quale delle due cose è quella giusta, bambino.
Non lo so.    
Giona’s Winter

Filippo Tapparelli      

I don’t have a single memory from when I was little, not a single one. And yet I too must have been a child; but there is nothing left of those years in me. I remember yesterday, the day before yesterday, and the one before that. I remember the things I do, and how they have to be done but not the moment I learned the most important things. When I learned to walk or to speak. When I hurt myself for the first time and didn’t cry. I live in a time that is immobile, where memories don’t exist, where a before doesn’t exist.
I don’t know why I started thinking about memories. Maybe because my mind begins to wander when my hands are busy working, and thoughts come to me all by themselves. Like now while I balance the bucket of water my grandpa Alvise told me to take down to the cellar.    
I turn on the lamp as I close the kitchen door behind me, and I put one foot on the first step. With my back leaning against the wooden planks, I hang the bucket of water on my forearm and hold the lamp in my hand; I use the other hand to make sure the door is closed just as he says it should be.
The light of the lamp spreads over the stone floor, which is drowned in darkness, and paints it in yellow hues. I image that these colours are guiding my path, which stretches before me silently as I descend one stair at a time. It’s a warm light that envelops me in a circle. My hands, which are usually pale, are tinged in a softer colour as the shadows crowd around me.
I move forward slowly, careful not to spill a single drop. I know that Alvise will check every stair afterwards. When I get to the room, I place the lamp on the floor, and the flame responds with an annoyed waiver. A waft of black smoke rises to the ceiling, which is no taller than I am, in sign of protest, fading into the darkness, losing itself in the soot that layers the blackened beams.
I’m about to set the bucket down when a gust sweeps down the staircase making the light flicker. The door must have come open: maybe I didn’t close it well enough. I turn suddenly, and my knee catches on the handle of the bucket and sends it rolling on the floor. I turn just in time to see the bucket land on its side in a huge wide incomplete circle and the water spill onto the floor. The light of the lamp dances on the wet stones, which, in the instant before turning opaque, reflect the shadow of my face. I try to understand my expression, but the mortar soaks it up along with the water I’ve spilled. I’m frozen with fear. I can do nothing but stand perfectly still and wait for my mistake to be drunk up by the stone floor. I know it’s no use pretending to myself that grandpa will not notice; and yet I trick myself into thinking that he won’t, that I can turn back time, that what I have done never happened. The last drop of water gets soaked up by the mortar, and a darker ring remains. It is the only evidence of my mistake. My hopefulness is useless here: it only makes the situation worse. Grandpa will punish me because for every action, right or wrong, there is always a lesson to be learned.
I hang the lantern on the hook that is hanging from the ceiling and stand totally still for a long time, searching for the courage to go back upstairs. Then I pick up the bucket and climb the steps. I open the door. I trick myself into thinking I’m transparent. I move towards the barrel that is standing near the sink and dip the bucket into it to fill it again. Alvise is sitting at the table making a small bundle with some twigs. Maybe he didn’t hear me coming. Maybe I really am invisible. I fill the bucket and turn slightly, trying to hide it from him with my body as I move back to the stairs.
“Take your sweater off, Giona.” His voice is colourless and pounds in my ears. My body freezes. I watch my legs fold, and my hand open as I place the bucket on the floor. Then, as if they were someone else’s, my arms cross, my fingers grab hold of the tattered edges of my sweater, and I raise it over my head, pulling it off. I can see every movement my body has learned to make to carry out Alvise’s commandments. 
I hold my sweater in my hands and stare at the floor until my shadow, which is projected onto the door, is not covered by my grandfather’s.
“Turn around,” he says, and I obey him. Then he stretches his hands towards my sweater. I observe his nails as they move towards the woven wool like blades and separate it, tearing the threads.  He pushes his fingers through it. Then, very slowly, he pulls them out again. Ten gaping holes in my sweater, one for each finger. He lifts his eyes and gives it back to me.
“Now bring the bucket downstairs, and do it right this time.”
“Yes, grandpa,” I say, and I pronounce every word carefully, the way he wants me to as I start descending the stairs again.
I can feel his strength following me down every step, his breath pressing against the nape of my neck until I reach the centre of the room. I glance secretly at the floor. It’s dry now. Maybe he wouldn’t have noticed I spilled the water if I had been able to come back down without him seeing me. Something which, I know, is impossible. He never misses anything. I place the bucket in the middle of the floor and move towards the corner where the tub, Alvise’s chair, and my stool are piled. I know I can’t dare get the order or how they should be placed in the room wrong. One at a time.
I go up and down three times under my grandpa’s gaze. Each and every time I move one object and place it on the floor. It is a ritual I have carried out many times: first the tub, then the chair, and finally the stool. My grandpa always wants everything to be done the same way.  He wants everything to be in the same place. Tidy. In the end, I take the little box of wood with the needle and thread. When I’ve finished placing the things in their place, he takes the bucket and pours the water into the tub. Without spilling even one drop. As always. Then he places the chestnut twigs in the water and sits down.
“Sit down and work, Giona. Mend what was broken because of you,” he says, and I obey him.
Rays of light filter through the window, and they move along the walls until they touch the ceiling; meanwhile, I poke the needle into the sweater and start mending the holes. Every stitch brings with it the knowledge that I did something wrong.
There, now the sweater is fixed. My hands are so cold and stiff I don’t know if my fingers are still holding the needle. They have become the same colour as the walls of the cellar. The countless tears in this tattered blood red rag, which is so patched up it has lost its original shape, have been mended once more. Like everything else, it too has soaked up the smell down here. The same odour you find in the woods when the air smells of rain and the leaves rot. Down here, it is mixed with the smell of mortar. And yet Alvise spends a lot of time here in this underground cell, and he makes me stay here too. I have been holding my head down and sewing for so long that it feels as if I have never held my head upright. I’ll live the rest of my life staring at the tips of my toes. I’ll learn everything about knees, about stone floors, about cellars. There are more stitches now than wool in this sweater, but I don’t have anything else to wear that is warm.
“The mountain can be tremendous if you don’t adapt to it. I’m not talking about the cold, Giona. You know what that is, and you know how to fight it. I’m talking about the solitude.”
Grandpa, as often happens, has forced himself into my thoughts. He can do that because he knows everything about me. Every gesture, every beat of my heart, every fear. I remain silent as I know I should and am careful not to look at him because he doesn’t want me to. I observe him from under my eyelids as he weaves the basket into shape. Alvise’s hands are like pliers, and his teeth are like those of a saw. He bends the chestnut twigs using only his fingers, and he cuts them with his mouth, without using any tools.
Four, sixteen, thirty-two. Twine. Skip three, then two, then one, and up. The pattern is always the same, repeated until the basket starts to take shape. Until the twigs are bent to the shape he wants.
“Can I get dressed now? I’m cold.”
“No, Giona. You should have thought about that before you spilled the bucket of water,” he says without looking at me.
Alvise’s voice is flat, monotone as he speaks his truth. The only truth that counts. I lower my eyes just in time to avoid his.
“You made a mistake, and these are the consequences. You know that well. I explain how things are done, but you continue to make mistakes. You don’t learn. That is why I punish you. Knowledge, Giona, is gained through suffering,” he says, “It is the way it must be. Do not trust those who learn with pleasure because anything that is learned without suffering is as easily forgotten.”
Alvise always says that we must be conscious of everything in order to change things, and that is why he must beat me. It’s to drive knowledge into my bones. And he says that he has to continue beating me because after knowledge has scored my flesh and the pain has started to subside it is right that the memory lingers on my skin.
“I know,” I say, “but why must it hurt so much?” And I realize that I have already asked him this question many times before. He, as always, replies in the same way.
“Look at the cherry tree. The one near the house.  Do you know how a fruit tree grows? Not spontaneously, not according to nature. Not alone. Choose a wild, resilient plant, break the wood, and graft it with a good branch, one with buds. Then you mutilate it for years by pruning it, you leave only the strong branches, and you deform them to make them right for the picking. Through pain, Giona. It is only through pain that you learn.” 
The crackle of the twigs twisting to shape the basket accompanies Alvise’s words. Dry, round sounds, age-old laws.
Four, sixteen, thirty-two. Twine. Skip three, then two, then one, and up.
The mastery with which he is able to bend the twigs without ever breaking the wet, dark bark fascinates me. I mustn’t look at him, and yet I can’t help myself: it’s as if his hands are moulding the future or, just by moving, taming numerous serpents that are rising from the tub of water.
“The cherry tree is planted near the house because it keeps harm at bay,” I say while Alvise takes another twig.
His hands stop. I can hear him breathe in. My shoulders stiffen in response to the almost imperceptible quiver that shakes the young branch.
“You’re stupid, Giona. Stupid and irrational.”
Alvise takes the twigs and the stakes and starts weaving them again.
And yet he taught me that, I’m sure he did. I’d like to say so but if I did it would mean having to bear another beating to teach me the meaning of respect. I can handle the cold, at least, if I don’t think about it. If I can keep from thinking that I’m sitting in this cold cellar with just trousers and a t-shirt on. My shoes and wool socks aren’t enough to keep the damp cold that rises from the stone floor from seeping into my bones. And yet the old man doesn’t seem to notice, even if he isn’t wearing much more than I am. He always wears the same cotton trousers, and, if it’s colder out, he puts a plaid wool shirt over his t-shirt, the same one he’s been wearing for years. I don’t think I’ve ever seen him wear anything else. He keeps on weaving his basket as if the world were nothing but a bunch of chestnut twigs that needed bending and shaping. As if he were repeating a story out loud, one that has already been written. He dips his hand into the huge tub filled with icy cold water, pulls out a twig, fits it into the end of the wooden hoop, and starts moving up along the stakes.
Four, sixteen, thirty-two. Twine. Skip three, then two, then one, and up.
It’s a circular motion with no beginning and no end. With no uncertainties or pauses to underline any pride in his ability to create things.
I’ve never seen Alvise smile. I don’t think he’s capable of it. Everything about him is planned, precise, defined. Every action is weighed, identical to the one he’s already carried out when doing a particular job. Talking, watching. Weaving baskets, cutting, eating. Standing up and sitting down. Beating me. 
Even his body speaks of precision and exactness. Of control.
His hair is white with no grey strands to interrupt the absence of colour. His body is just solid enough to carry out his errands and to instil fear in others. His hands are big but not excessively so, just enough to twine wood or impart lessons. His eyes are the only exception: they are deep blue, in contrast with his pallid face. It is the colour of lips that are frozen with cold.  There is no soul in those eyes. No anger or hatred. They are used only for looking, nothing more.
A twinge of pain cuts my left arm as the chestnut twig bites into it.
“If you’re done thinking, you can go upstairs and make dinner.”
My mind was wandering, and the old man punished me again. He says I shouldn’t think about anything but what he tells me to do.
“Tomorrow you can put some clothes on, after you’ve had the whole night to learn your lesson. Now take your sweater upstairs, and use it to warm your hands on the way up.”
I get up off the stool and count the stones that separate me from the door. I move slowly: I’ve learned that I mustn’t move brusquely, or worse, carelessly. Then I turn and feel his eyes boring into my back as I walk towards the stairs that lead up to the kitchen. The weight of those eyes is as bad as the memory of the lashing he just inflicted and all the ones that came before and that continue to burn inside me.
I start climbing the stairs, which were worn down by who knows how many others in the past, others who have woven baskets or mended sweaters down here. The fact that they are steep makes reaching the kitchen seem easier. There are twelve stairs. I’ve counted them so many times that my foot knows each and every one. Once I even gave them names: Getusedtoit, Getloadsofit, Getitright, Getitdone, Getgoing, and so on. I did it so they would keep me company when I had to climb them in the dark. I still greet them that way on bad days, calling them by their names as if they were friends.
I climb one stair at a time, careful not to brush my arms against the sides of the staircase because grandpa doesn’t want me to dirty them with my smell. The stone and mortar passage is so narrow that all I would have to do is spread my elbows a little to touch the sides. I climb the stairs slowly, hugging my sweater close, trying to get warm like Alvise said. Even if the wool is rough and matted, I rub it between my fingers to get warm. But by the time I can feel the warmth spread to the tips of my fingers, I’ve reached the top of the stairs. I lift the latch and open the door.  
In the kitchen there is a smell of damp smoke even if the windows are wide open and the wind has already swept the icy cold onto the fields over the town. Nothing that belongs to grandpa can leave the house. Not even the smoke.
The corners of the kitchen are dark with humidity. They are crowded at the margins of the dirty plaster that covers the walls, and they create the illusion that the whole room is slouched as if it wanted to close in on itself for protection. Corners, like me, confined to the margins. Forgotten like me, and useless like me, if not to lean a stick against, a stick that Alvise has brought into the house.
The floor, made of old planks of wood of a greyish brown colour, echoes under my steps. Even the worn wooden boards curve in towards the centre, strengthening the optical illusion. Over everything there lingers the smell of Alvise. Subtle, just slightly different from the smell of stone. So similar to my own but not the same. The room closes around my body as I take the few steps that allow me to distance myself from the stairs. The sideboard, whose insides preserve the tableware, is always ready to spy on me as is the sink, the chairs, the table, the wood cook stove, and the unpretentious stone fireplace. Even the window, which pierces the wall like the eye of a blind man, has no other function other than that of reflecting Alvise’s passing. The kitchen is always dark. The only lamp, which hangs from the ceiling, has long-ago given up its task of keeping the shadows out. Alvise keeps the fire in the wood stove too low for our eyes to pretend we can see the sun, which never actually shines in the town. Nothing shines here. Everything remains stooped down under a layer of grey as if the light was afraid to lift its head and had abandoned itself to the idea that nothing can change. The only thing I know about change is the word that defines it. Everything in the town always happens in the exact same way, and change has no meaning. I move near the staircase, the one that leads upstairs, and I am still holding the sweater that I am supposed to bring to Alvise’s room. I’m about to climb the first step, trying to remember its name, when I stop and turn. Without knowing what I am doing or why, I place the folded sweater on the chair in front of the stairs. Maybe, if he sees the sweater, he’ll change his mind and let me wear it. I smile as I imagine the warm wool against my arms and stomach. It lasts less than a breath, and then I put aside the idea of warmth and look around me. I have to prepare dinner now. On the sideboard, covered in a kitchen towel, is the triangular shape of a huge slice of cheese that one of the townspeople brought to him. They bring grandpa a lot of gifts.  It doesn’t matter whether it is salami, bread, or cheese. The only thing that matters is that they are useful things and that he can cut them with the knife. Alvise is the only one who can use the knife in this house. I have to make do with my hands because he doesn’t want me to touch it. He says that someone like me would only do damage with that thing. I have to move and stop thinking of certain things. I mustn’t think about anything.  What I have to do now is prepare the meal for grandpa. He doesn’t eat much, but he wants me to put everything carefully in its place: the plate must be a palm’s distance from the edge of the table, the fork on the left, the spoon on the right, hollow side up, and the glass in front. It’s as if he cares less about the food than he does about the daily routine of nourishment. He never eats with me. We never do anything together. I’ll eat later perhaps. When he’s finished.
I put the cheese on the table, fill the water jug, dry it, and place it on the table. I break the bread in two parts and set it on the wood stove, which is used to heat the house and also to cook. There is a fireplace, but I’ve never seen it lit. It is not what Alvise wants. People sit around the fireplace and tell stories. This never happens to us. For the most part, he speaks and I listen; he orders and I obey; he teaches and I try to learn. I watch the bread to make sure it doesn’t burn. When it’s ready, I wrap it in the kitchen towel with the cheese and remove the crumbs from the stove top. I’ve learned to be so fast that I don’t get burned.  All it takes is speed and dry hands, that’s the trick. And tonight I need it to warm me up a little too.
I have to keep everything tidy. Alvise always says that tidiness is everything. Tidiness and doing things in the right order. Otherwise you start to become slow and untidy, and you end up upending the world. Learning these rules cost me two black fingernails: the index finger and the thumb of my right hand. I haven’t made a mistake putting the cutlery on the table since. The fork goes on the left.
Don’t think about it, Giona. And remember not to look into his eyes when he comes upstairs.
This is my voice. The voice that keeps me company in my head. The voice that helps me do things.
But he isn’t here: he’s still in the cellar weaving baskets.
No, he’s here. He can always see you. He can sniff out your thoughts from afar, and you know it.
Yes. Right. I’d better not think. I open the sideboard, take his plate and his glass and place them on the edge of the table, according to his rules. When I’m finished setting the table and everything is ready, I look outside the window, and I can just see the stars coming out. It’s not long before sunset.  I’ve learned to measure time with my eyes.
“Grandpa, dinner’s ready.”
As always, silence answers me.
This is how he likes it. No reply and I stand waiting. He says that in this way he is teaching me patience and subjugation. I stand waiting next to the table for him to come upstairs. He’s always very quiet, Alvise. He could follow you around for half a day, and you would never know it. Then he’d do something, at just the right moment, and you’d turn around to find yourself staring into those eyes. You’d see your reflection in them a thousand times over.
I can hear his footsteps on the stairs. They are hardly perceptible, but I have learned to understand even the slightest sound that denotes his presence. The soft tread of the soles of his boots, the crackling dry-wood sound of his knees, and his breathing, which becomes slightly heavier as he climbs the stairs. I understand the silence. That’s why I know he’s there. Alvise’s movements are just a slight alteration in the silence. The door on the staircase opens slowly, and grandpa enters without saying a word. I keep my eyes fixed to the ground. I can hear him stop as if he were hesitating. This interruption doesn’t last long, not even the blink of an eye, but it’s enough to make the hair on the back of my neck stand on end. I’d like to see what he’s doing, but that would only make things worse. So I try to relax my hands and hope he can’t see them shaking.
“And what is this supposed to mean, Giona?”
His voice is calm. Flat as always.
I lift my head a little and see his eyes going from me to the chair in front of the staircase, and from the chair to the table.
“Nothing, grandpa,” I say as I turn around, trying to keep my voice from shaking.
Why didn’t you take your sweater upstairs? the voice asks.
And I have no answer, neither for the voice nor for Alvise.
“Nothing? What did I ask you to do, Giona?” asks Alvise as he directs his gaze to the sweater.
“To take it upstairs,” I say.
“And did you do that?” he asks again. “No, grandpa. But you said to take it upstairs, not to your bedroom, and I thought that―”
“Well then. Given the fact that you think but can’t distinguish one room from the other, the kitchen will be your bedroom tonight.”
His words interrupt mine.  It’s not fair. He hadn’t actually said to take the sweater to the bedroom.
Who cares, Giona? You knew what he meant when he told you to take the sweater upstairs. You chose to leave it here. You disobeyed him, and you know it.  
Grandpa moves closer to the table. He passes next to me with deliberate slowness, careful not to touch me. I can’t help but freeze.  I expect him to turn quickly any minute now and to start beating me. His hands are used to boxing my ears until all I can hear is a buzzing sound inside my head. But he doesn’t do that this time. He sits down, opens the table drawer, takes out the knife, places it next to the spoon, and starts eating.
I have to keep standing there in silence for the whole dinner. Without uttering a word or even a sound.  Like every night, Alvise eats unhurriedly. He breaks the bread into equal parts, takes a sliver from the block of cheese using the tip of the knife, places it on the bread, and then puts it into his mouth. He makes bite-size pieces and chews at length. He keeps on like that until the bread is finished. Only then does he wipe the blade of the knife on the towel and place it back in the drawer. He sits back, and that is my cue to start clearing the table.
He watches me take the fork, spoon, plate, and glass to the bucket in the sink, place them slowly inside and then wash them without making a sound. One at a time. My hands sting as they touch the cold water and the skin on my arms puckers again. I don’t know if Alvise is still sitting down. He could be just a step away. I can feel my shoulders stiffen. After all these years, I still can’t get used to his presence. I concentrate on the ceramic plate. It’s old but not chipped. It has lost its glossy finish, and the glasses are no longer transparent. I can hear the water run along my arms to my elbows. For fear of wetting the floor, I bend over the sink as if I wanted to dive into it. Not a drop of water must fall. When I’m finished washing, I set the plate and the other things on the stone worktop. I dry them and put them back in the sideboard. Every one of them exactly where they were before.
Only then do I turn around and find Alvise there behind me. My eyes go from his feet to mine, which are in a pair of boots that I have repaired tens of times. I lift my eyes to the hem of my trousers. It is short: it goes only mid-calf. The rest, the bottom part, is made of a different fabric. Who knows if I will ever get a new pair or if I’ll have to add more fabric like I did last time? I stop breathing and wait for his next order.
“Why didn’t you take your sweater upstairs, Giona?” he asks again.
“Because I was cold and I thought that maybe you had made a mistake,” I say.
I realise the enormity of what I have just said only after the words have left my lips. I would like to stick out my tongue and take them back, but it’s too late.  Alvise flings his arm out and grabs my chin.
“Look at me, Giona. Now I will teach you what it means to be cold and what it means to choose. Burn the sweater in the stove, or leave it where it is and leave this house.”
I don’t understand. Grandpa has never done this before.
“It’s easy, Giona. Throw the sweater in the stove, and get out of here.” His voice is different. Sharper. If it were a colour, it would be grey, like the blade of a knife.  
Don’t you know what to do, Giona? It’s easy. Burn the sweater, the old man said. Burn it and sit on the ground near the stove. At least you’ll be a bit warm for an hour or so until it gets cold. And you can worry about it tomorrow.  
But then I’ll lose it, and I’ll be cold forever.
Well then, go through that door, spend the night in the freezing cold, and hope that by tomorrow he’ll have got over it. Hope that he will let you back into this house. Hope that he’ll give you your sweater back. But you can’t be sure he’ll do that. What is the right thing to do, child.
I don’t know.  
   

Translation ©Matilda Colarossi 2020

 The importance of this debut novel by the author Filippo Tapparelli is underlined by the fact that it was granted the Premio Calvino prize in 2018, a prize that was created by renowned Italian authors to celebrate the brilliance of Italo Calvino. Year after year the Premio Calvino judges sift through hundreds of books to choose that special one, that special book that celebrates the greatness of the works of Italo Calvino.

L’inverno di Giona (Giona’s winter) surely meets these extremely high standards. It is a beautiful, descriptive account of pain, a child’s pain, a man’s pain, and how one elaborates that pain in order to survive. It is especially significant today because it explores the psychological aspects of suffering in a clean and distinct style that immediately draws the reader into the recesses of that troubled mind.

The tragedy of Giona/Luca’s life is not much different from the life of so many children in shootings or who live in violent families or in war-ridden corners of the earth. The fact that Luca can, in time, forgive himself for a tragedy he did not bring upon himself (like all victims of violence) is the story of salvation, every man’s salvation: it is the story of another Giona (Jonah)who also found his way out of the darkness.

I would like to thank ©Libri Mondadori and ©Filippo Tapparelli for permission to publish this excerpt.

You can buy the original here.

For information about rights: here.

This excerpt was first published in New Books in Italy here.

All rights reserved.

One thought on “Filippo Tapparelli: L’inverno di Giona/ Giona’s Winter

  1. Hi, Mati,

    Nice job as usual. That moment of rebellion by Giona suggesting Grandpa might have made a mistake, was so terrifying. What would come next…?

    A word about the utensils in the cupboard, “preserved” there, as you but it. Not easy to get the psychology right for “custodisce”, when the other domestic objects are anthropomorphized as spies. Perhaps “guarded” is an alternate rendering. But on the other hand the sense you make of the sideboard and the “unpretentious” fireplace is a perception of them by Giona as innocent bystanders. After all, the steps in the stairway have become like old friends. These are signs of reconciliation, the accepting of one’s fate, terrible as it is. Brilliant. How old do you think Giona is?

    Congratulations on a long and difficult, not to say painful, passage. I will share your work with Lucia Rosa, a high school student in Maryland and daughter of a friend of mine on a mission with the IMF and living in the state of Maryland. I wanted to share your poetry translations with her as that is her key interest at the moment, but then this story by Tapparelli appeared, so I am torn. I think I would first preview this selection with her father as to appropriateness. But if I show them your site, she could find Tapparelli on her own.

    Joseph

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