“Minnai listened, but he didn’t care about the nun’s story. The desire to have the marten and take it away was so violently strong that it made him cry…”

LA MARTORA

Grazia Deledda

Un giovedì d’aprile il piccolo Minnai si svegliò pensando: oggi mi voglio proprio divertire, e balzò nudo dal dappiedi del lettuccio ove dormiva con la giovine zia. Nudo, magro, nero, con le costole frementi, i lunghi capelli rossicci arruffati intorno al visetto ovale rassomigliava al piccolo San Giovanni lì del quadretto sopra il lettuccio; solo che mentre gli occhi di quello dipinto erano dolci, castanei, i suoi, color verderame, avevano balenii d’astuzia crudele. Per un poco s’aggirò nudo qua e là nella stanzetta bassa che riceveva luce da un abbaino coperto da due tegole di vetro: sulla cassa nera stavano i suoi vestiti, le scarpe, la camicia; ma egli voleva divertirsi, cioè fare qualche cosa di diverso degli altri giorni, e cominciò col proporsi di rimanere scalzo e di non mettersi né camicia né corpetto né mutande. Del resto non aveva mai capito bene a che servono tutte queste cose, come non capiva perché suo nonno lo costringesse ad andare a scuola mentre tutto il suo essere anelava alla vigna: alla vigna dove quel giorno la zia era andata ad estirpare le gramigne, dopo aver chiuso lui solo in casa con la borsa dei libri; e più che alla vigna alla tanchitta attigua, con le pecore, il cane nero, il cavallo rosso del nonno, la bisaccia, l’erba, le pietre da lanciare ai passanti dal di dietro della muriccia, e sopratutto coi cinghiali, i cervi, le aquile e le martore.
– Ma oggi… oggi…
Era deciso a tutto: a fuggire, a rompere le tegole dell’abbaino, a correre sui tetti, a volare.
Ritto sulla cassa s’infilò i calzoncini facendo orribili smorfie e mostrando la lingua alla borsa dei libri e al calamaio pronti lì sul tavolo sotto l’abbaino: le bestemmie più atroci che sentiva pronunziare dagli uomini ubbriachi nelle sere di festa gli gonfiavano la gola; ma non le ripeteva a voce alta perché era peccato mortale, e lui odiava la borsa e voleva divertirsi, quel giovedì, ma non andare all’inferno.
Un salto, uno scossone ed ecco i calzoncini fin sotto le ascelle: e non occorrono le tirelle né i bottoni; basta una cordicella, una bella cordicella solida che è sempre bene avere oltre che per tenere su i calzoncini per essere provveduti di tutto quando si vuole andare a divertirsi. Se, per esempio, si dovrà fare un laccio per la martora, o per la donnola in mancanza di meglio? Una cordicella è sempre buona a qualche cosa; e così pure un fiammifero, un batuffolo di carta, qualche bottone, qualche chiodo, il rocchetto del filo rubato dal panierino del cucito della zia: tutte cose che Minnai trae dalle saccoccie gonfie dei calzoncini ed esamina e ripone accuratamente.
Ecco fatto. E la giacca? Dov’è la giacca? Cerca, cerca, la giacca non si trova, né dentro né fuori la cassa, né sotto il letto né in cucina. La zia l’ha nascosta: e tutto è chiuso, tutto è buio. Sembra la casa dei morti, col fuoco spento, la porta chiusa, il latte lì freddo e pallido nella scodella triste sopra il forno col pane accanto.
Minnai andò alla porta e la scosse: impossibile aprirla. Guardò dalla fessura ma non vide che un lembo dell’orticello solitario col muro divisorio dell’orto di donna Antonina la monaca di casa. Anche lui era chiuso lì, dunque, come la misteriosa vicina che nessuno conosceva perché da trent’anni prigioniera di sé stessa. Ma lui non voleva farsi monaco, no, no, e neppure prete come suo nonno voleva: piuttosto morire. S’accucciò davanti alla porta, guardando la linea di luce della fessura bianca come un cero, e si mise a piangere trastullandosi coi capi della sua cordicella. Ecco, sì, egli lo sapeva cosa è l’essere orfani di padre e di madre, senza beni di fortuna, costretti ad andare a scuola per diventare prete od usciere; costretti a rinunziare a tutto, anche a rimanere scalzi, anche a rimanere nudi.
– Ma niente! Io non voglio far niente e niente e niente.
Balzò di nuovo. La camicia però bisognò metterla, e anche il corpetto e anche il grembiale. Faceva quasi freddo, là dentro, sebbene fuori i gridi delle rondini vibrassero nel silenzio come nelle sere di estate: e la zuppa di latte freddo non fece che aumentare la tristezza del piccolo cuore. Bisognò anche sedersi davanti al tavolo sotto l’abbaino; ma quella borsa lì davanti, di cuoio nero pelato, con le cinghie rosicchiate, era la cosa più fredda e più orribile della casa: faceva ripugnanza a toccarla, era una cosa putrefatta, era l’involucro nero d’un piccolo mostro morto. Meglio guardare in su: in su, verso l’abbaino. Lassù c’è l’aria, il cielo, la vita, la vita!
E c’è anche il viso bianco del gatto che pare inviti Minnai a farsi coraggio, a tentare di uscire dal suo sepolcro. Sì, a volte basta l’esempio di un essere infinitamente più debole di noi per richiamarci dal fondo oscuro della nostra miseria. Non era del resto la prima volta che Minnai prendeva ad esempio il gatto: in un attimo dunque un grande vaso di sughero che serviva alla zia per la farina fu sopra il tavolo, capovolto come un enorme tamburo, con la borsa sotto seppellita; e sopra una sedia, e sopra la sedia uno sgabello: e sopra lo sgabello come in cima a una torre il piccolo Minnai che sfondava l’abbaino e immergeva la testa nell’infinito. Persino il gatto era fuggito lontano per la sorpresa: e tutto intorno i bassi tetti secolari, di embrici ridiventati una crosta di terra feconda, fiorivano di erbe selvagge, di fieno, di avena, di gramigne, quasi per dare a Minnai l’illusione della brughiera e premiarlo del suo coraggio.
Ma appena fu su, si accorse di due brutte cose: la sua mano sanguinava e un muro con un finestrino rasente al tetto a destra chiudeva l’orizzonte. Del sangue non gl’importava molto: lo avrebbe dato tutto per un soldo, se col soldo avesse potuto comprare un nido con tre uccellini dentro: eppoi il sangue si può anche succhiare e inghiottire e così torna dentro e nulla è perduto; l’importante è di arrampicarsi sul finestrino e salire sopra il tetto più alto.
Così, piano, piano, fa qualche passo: ha paura di sfondare i tetti, tanto gli sembra di essere grande e pesante; così devono camminare i ladri, alla notte, quando fanno quello che loro pare e piace. Bella cosa essere ladri; vivere sui tetti, entrare nelle case ove la gente dorme, prendere la roba altrui come fosse nostra: forse non c’è cosa più bella al mondo. Forse è più bello ancora vivere sui tetti che alla vigna o all’ovile; solo che non c’è modo di cacciare. Eppure, sì; ecco, uno strido attraversa lo spazio: Minnai si getta carponi sugli embrici e lascia che il falco si avvicini; eccolo, è quasi sopra la sua testa, nero, ad ali spiegate, così vicino che si vedono i suoi occhi scintillare dorati al sole. Sì, si può anche cacciare, sui tetti: e Minnai si solleva d’un balzo e lancia il rocchetto della zia in direzione del falco, tenendo il capo del filo fra le dita insanguinate. Ma né il falco cade né il rocchetto torna; il primo è in alto, il secondo è giù al di là del tetto, nell’orto di donna Antonina; Minnai tira il filo e ne fa una matassa che anche così imbrogliata può servire.
E andò dritto al finestrino; ma subito vide come un pozzo bianco aprirsi sotto i suoi occhi. Era una stanza stretta e alta, con le pareti nude imbiancate con la calce: una scaletta a piuoli serviva per aprire e chiudere il finestrino, e giù nella penombra chiara, accanto a un lettuccio coperto di una stoffa ruvida, una piccola monaca vestita di nero, sedeva su uno sgabello, con in mano il rosario e in grembo un animale che sembrava un gatto giallo.
Appena Minnai ebbe messo la testa dentro, la monaca sollevò il viso spaurito e l’animale le scivolò di grembo, lungo, con la coda più lunga del corpo, e parve sparire sotterra. Ella si curvò tosto a chiamarlo di sotto al lettuccio, ma come quello non usciva tornò a sollevare il piccolo viso spaventato.
– Vattene – implorò sottovoce.
Ma di lassù Minnai domandò con calma: – Che bestia è? Gatto non è, cane non è.
– È una martora. Ma va via! Vedi come l’hai spaventata. Va via.
Minnai non era abituato all’obbedienza. Eppoi quel giorno voleva divertirsi.
– Lei lo so chi è – disse dall’alto. – È donna Antonina la monaca di casa. È lì da cento anni e neppure mia zia l’ha conosciuta. Mio nonno, sì, però. Dice che era bella e che s’è chiusa dentro perché lo sposo l’ha piantata.
La donna trasalì: gli occhi le si velarono di lagrime. La voce del ragazzino le sembrava la voce stessa del suo passato. Ah, dunque, nel mondo si ricordavano di lei? E dov’era il mondo? Le parve di ricordarsi: fu assalita come da una follia di risurrezione.
– Chi è tuo nonno?
– Non si rammenta? Salvatore Bellu. È ricco, mio nonno. Abbiamo la vigna, la tanchitta, cento pecore e un cavallo e altre cose. Io vado a scuola. Ma quest’ani63 male non viene fuori? Ah, mi dimenticavo: abbiamo anche gli alveari. Se vuole gliela faccio venir fuori io, di sotto il letto, la martora. Sono bravo. Una volta io ne ho cacciato tre, di martore, poi altre nove. Quando mi vedono stanno ferme che è un incanto. Anche gli astori li so prendere col filo.
La donna ascoltava e credeva: aveva sempre creduto a tutto, nella vita.
– Scendi – disse al ragazzino.
In un attimo egli fu giù; s’allungò sotto il letto, prese la bestiuola palpitante, la rimise in grembo alla donna. La martora lo guardava coi suoi occhi lucidi pieni di spavento, mentre leccava la mano alla sua padrona.
– Com’è lunga! A tirarla pare si allunghi di più; pare di pasta: e che gola d’oro, che dentini, che baffi, e che coda bella come uno scopino nuovo! – egli diceva accarezzandola. – E com’è venuta qui? Dev’essere una che ho cacciato io, una volta, e m’è scappata. Noi stiamo qui vicini.
– Quando t’è scappata?
– Eh, saranno tre anni. – Ma tu quanti anni hai?
– Chi lo sa? Sono orfano. Forse otto.
– E a cinque anni cacciavi già le martore?
– Sì, anche a tre. Si può andare a caccia quando si vuole.
– Ma quest’animale, io l’ho appena da un anno.
– Sì, anche un anno fa ne ho prese tante: mio nonno le porta a un signore che per ogni martora gli dà un fucile nuovo.
Intanto s’era seduto a gambe in croce ai piedi della monaca e guardava la martora con occhi languidi. Il desiderio di portarsela via lo rendeva come ebbro.
– Bella, bella, anima mia – le diceva reclinando la testina sulla spalla destra e sorridendole. E la martora, come affascinata dalla passione di lui, cominciò a leccargli la manina insanguinata.
Così egli rimase lì fin dopo mezzogiorno. La monaca gli domandava notizie del mondo di trent’anni prima, ed egli rispondeva senza scomporsi; tanto le cose e gli uomini e le loro piccole e grandi vicende, tutto infine era sempre lo stesso. Verso mezzogiorno qualcuno batté all’uscio.
– È mia nipote che porta da mangiare. Nasconditi, sebbene ella non entri mai qui – disse la monaca. Egli si strinse la martora al petto e si nascose sotto il lettuccio.
E mentre la sentiva palpitare contro il suo cuore mormorava con lo spasimo di un amante:
– Mia! Mia! Tutta mia! Ti porto via a costo della vita. Ti ho cacciato, finalmente! Sì, ti ho preso io e sei mia. Ma non ti porto, no, al signore, in cambio del fucile: ti tengo con me, ti nascondo nella legnaia, e vengo a dormire con te, e ti porto i pulcini della zia, ed anche i suoi biscotti, se li vuoi, tanto so dove prenderli e so aprire di nascosto l’armadio. Tutto ti porto; e così ci divertiamo assieme, e così saremo contenti tutti e due. Che fai qui, in questo carcere? Sei monaca tu pure? No, sai, io sono scappato dal carcere, ho sfondato il tetto: eppoi un giorno ce ne andremo assieme tutti e due, torneremo in campagna, dietro il muro della vigna. Là si sta bene, là, sì, dove non c’è gente, dove non si va a scuola. Anima mia bella…
La martora gli leccava l’orecchio. Intanto la monaca aveva ritirato senza parlare il canestro delle provviste e apparecchiava.
– Venite fuori – chiamò sottovoce.
Ma quei due, sotto, parevano morti; morti, abbracciati, sepolti nel loro sogno d’amore e di libertà.
– Ci lasci qui – disse finalmente Minnai. – Si sta bene. Ci dia da mangiare qui. Io sono abituato a stare sotto il letto, quando la zia vuole bastonarmi. Allora mangio e leggo e anche scrivo, sotto il letto. E anche dormo.
Ma la monaca voleva la sua compagna, senza la quale non sapeva più vivere, e anche la martora all’odore delle vivande s’agitava, s’allungava come un serpe, calda e molle sul petto di Minnai, puntandogli le zampine unghiute sul collo, cacciandogli il muso sottile sotto le ascelle. Finalmente riuscì a sgusciargli sottile di sotto il braccio ed egli uscì dietro di lei.
Il pasto era abbondante, e c’era anche il vino; e dopo aver sparecchiato la monaca tornò al suo posto, con la martora lunga distesa sulle ginocchia col capo pendente giù a destra e la lunga coda a sinistra, e cominciò anche lei a raccontare le cose del suo mondo sebbene Minnai mezzo addormentato non glielo richiedesse.
– Devi sapere che una persona una volta mi disse: «Tu sei come morta per me». Allora, che fare? Essere come morta davvero. Nei primi tempi, rammento, piangevo tanto che gli occhi si abituarono a piangere, a dare lagrime, senza ch’io più me ne accorgessi. Così, come la fontana dà l’acqua. Ma poi pensavo: tanto, morire oggi, morire fra trent’anni è lo stesso. Però, si pensa, si pensa, si dicono tante cose belle, ma quando si è vivi si è vivi; i prigionieri stessi che hanno commesso un delitto si confortano pensando al giorno lontano della libertà, a quando rivedranno il sole nelle strade: ma chi si è fatto prigioniero senza colpa, per volontà propria? Si ha un bel pensare alla morte: la compagnia dei vivi piace ancora. E così per tanti anni ebbi desiderio di compagnia, poi non ci pensai più: finalmente, un anno fa, questa martora balzò qui dentro dal finestrino, come te, e si nascose sotto il letto. Sulle prime la credetti un gatto; ma curvandomi la vidi meglio e mi spaventai, ed essa anche mi guardò spaventata e cominciò a correre, ma neppure vedeva la scaletta per fuggire. Allora mi venne una grande pietà e pensai: se la lascio andar via l’ammazzano. Chiusi il finestrino e stetti ferma; così la martora s’acchetò e tornò a nascondersi sotto il letto. Misi un poco di pane e d’acqua e non chiusi occhio tutta la notte. Avevo paura mi saltasse addosso e lasciai il lume acceso. Ma sul tardi la sentii a muoversi e allungando la testa vidi che beveva: beveva ansando, fermandosi ad ascoltare, spaurita. Mi misi a piangere e avrei voluto prenderla nel mio letto per confortarla. Così passarono i giorni, l’animale s’abituò a bere, a mangiare, a non aver paura. Un giorno la presi: non fece resistenza; era molle come l’erba in primavera. Aveva le zampine gonfie; ecco perché non scappava; gliele unsi col sevo, ma essa poi se le curò da sé leccandole, e anche dopo guarita non cercò più di scappare. Eccola qui: è buona, mi fa compagnia; mi pare, quando sto con lei, di essere ancora nel mondo. È come una mia figlia; anima mia – concluse, lisciandola tutta con la piccola mano tremula. La martora aveva chiuso gli occhi e pareva morta.
Minnai ascoltava, ma non gl’importava nulla del racconto della monaca. Il desiderio di aver la martora e portarsela via lo vinceva con una violenza così angosciosa da destargli il pianto. Le lagrime gli cadevano dagli occhi senza ch’egli se ne accorgesse.
«Come cade l’acqua dalla fontana».
– Me la dia un pochino ancora; poi me ne andrò… Commossa, la monaca gli mise la martora addormentata sulle ginocchia ed egli a sua volta cominciò ad accarezzarla tuffando con voluttà la manina nel pelo morbido come l’erba sottile di marzo.
Giù dal finestrino il cielo del meriggio mandava un riflesso azzurro, una luce lontana, come dalla bocca d’un pozzo. Lassù era la gioia, la libertà; era la solitudine della vigna e della macchia, la vita, la vita! E Minnai taceva, aspettando, deciso ad aspettare anche mille anni e mille giorni pur di arrivare al suo intento. Ogni tanto sollevava gli occhi fulgenti e vedeva gli occhi della monaca velarsi, chiudersi, riaprirsi, chiudersi ancora.
Quando fu certo del sonno profondo di lei s’inginocchiò e parve chiederle perdono: si accomodò bene la martora sul collo come un bambino addormentato e si arrampicò silenzioso sulla scaletta attento a non schiacciarle la coda.

THE MARTEN

Grazia Deledda

One Thursday in April, little Minnai woke up thinking: today I’m going to have some fun. And, naked, he jumped off the bed where he slept with his young aunt. Naked, thin, black, with heaving ribs and long dishevelled red hair that framed his little oval face, he looked like the tiny Saint John hanging in the little frame above the bed; but while the eyes of the man in the painting were soft and brown, his were verdigris with sparks of cruel cunning. Still naked, he moved to and fro in the tiny low room that was lit only by the beams of light that filtered through the little skylight covered in two glass tiles. His clothes, his shoes and his shirt lay on the black trunk, but he wanted to have fun, that is, to do something different from the other days: he considered remaining barefoot and not donning his shirt, or vest, or underwear. In fact, he didn’t know why you needed all those things, nor did he know why his grandpa made him go to school while all he longed for was the vineyard, the very vineyard where his aunt had gone to pull weeds that day after leaving him alone in the house with a schoolbag full of books. But even more than the vineyard, he longed for the tanchitta* next to it, and the sheep, the black dog, his grandpa’s red horse, the satchel, the grass, the stones he used to throw at passersby from behind the low wall, and, more than anything else, the wild boars, the deer, the eagles and the martens.
“But today…today…”
He was determined: he would run off, break the roof tiles, run across the rooftops, fly.
Standing on the trunk, he slipped on his shorts while making horrid faces and sticking his tongue out at his schoolbag and the inkwell ready there on the desk under the skylight. The worst swear words he had heard spoken by drunkards on feast nights swelled his throat; but he didn’t repeat them, because it was a mortal sin; and he hated his schoolbag and wanted to have fun, but he didn’t want to go to hell.
One jump, one wiggle, and his shorts rose up to his armpits: he needed neither suspenders nor buttons; just some twine, some nice solid twine that not only held up his shorts, but gave him everything he needed if he wanted to have fun. What could be more useful if, for example, he had to make a snare for a marten or a weasel? Some twine could always be useful, and a match too, and a piece of paper, some buttons, some nails, and the spool of thread he’d taken from his aunt’s sewing basket. These were all things Minnai pulled out of the bulging pockets of his shorts, examined, and then carefully put away again.
Done. And my jacket? Where’s my jacket? He looked here and there, but there was no sign of his jacket, neither inside nor outside the trunk, nor under the bed, nor in the kitchen. His aunt had hidden it; and everything was locked, and everything was dark. It was like the house of the dead, with a dark fireplace, a closed door, and cold, pale milk there in that sad looking bowl on the stove with a slice of bread near it.
Minnai went to the door and shook it: it was impossible to open. He looked through the cracks, but he could only see a strip of the solitary vegetable garden and the wall that bordered on lady Antonina’s garden, the house nun. So, he too was locked inside like the mysterious neighbour no one knew anything about because she’d been her own prisoner for thirty years. But he didn’t want to be a monk, not him, no way, or a priest: he’d rather die. He crouched in front of the door and stared at the light that filtered from the crack, a light as white as a candle; and he started to cry, pulling at the ends of the twine. Well, yes, he knew what it meant to be fatherless and motherless, with no possessions, forced to go to school to become a priest or an usher; forced to give everything up, and even to be left barefoot and to be left naked.
“Nothing! I want to do nothing, nothing, and nothing.”
He jumped up again. He’d have to wear a shirt though, and a vest and a smock. It was almost cold in there, even though outside the cries of the swallows rippled through the silence like on summer nights; and the cold milk soup only made the sadness in his little heart grow. He would also have to sit at the table under the skylight; but that schoolbag there, made of black raw hide and worn-out straps, was the coldest, most horrible thing in the house: It was so putrified, it made him sick to touch it. It was the black involucre of a small dead demon. He’d do better to look up, up towards the skylight. There was air up there, the sky, and life, life!
And there was also the white face of the cat who looked as if he were inviting Minnai to be strong, to try to escape from his sepulchre. Yes, at times the example of a much weaker being is enough to tear us from the dark depths of our misery. It wasn’t, in fact, the first time Minnai took the cat’s example: in no time, the huge cork vase his aunt used for the flour was on the table, upside-down like an enormous drum, with the schoolbag buried inside it; and on it a chair; and on the chair a stool; and on the stool, like on the top of a tower, stood little Minnai who was making his way through the skylight and who was sticking his head in the infinity. Even the cat had run away for the shock of it. And all around him were low, age-old roofs made of tiles that had become a crust of fertile earth again: flowering on it were wild herbs, hay, oats, and weeds, as if to give Minnai the illusion of the heath and award him for his courage.
But as soon as he was up there, he realised two awful things: that his hand was bleeding, and that to the right a wall with a small window in it next to the roof was blocking the horizon. He didn’t care much about the blood: he would have given it all for a cent, if with that cent he could buy a nest with three birds inside it. And also, you can always suck the blood, and swallow it so it goes back in and nothing is lost; the important thing was to climb up to the window and crawl up onto the highest rooftop.
So, a bit at a time, he moved a step: he was afraid of breaking the roofs, which seemed so big and heavy. This was how theives must walk, at night, when they were doing exactly what they liked to do. It had to be nice to be a theif, to live on the rooftops and to go into houses where people were sleeping, take other people’s things as if they were ours: maybe there was nothing better in the whole wide world. Maybe it was even better to live on rooftops than in the vineyard or in the barn; but then there would be no way to hunt. And yet, yes, there was a cry rippling through space: Minnai threw himself on his knees on the tiles and let the hawk come closer. Here he was, almost above his head: black and with wings spread wide. He was so close he could see his eyes shining gold in the sun. Yes, you could hunt on the rooftops, too. And Minnai leapt up and threw his aunt’s spool at the hawk while holding the thread between his bloody fingers. But the hawk did not fall, and the spool did not come back. The first was high in the sky, and the second was down beyond the roof, in lady Antonina’s garden. Minnai pulled on the thread and wound it, because even if in a tangle it could come in handy.
And he went straight to the window. But he immediately saw what looked like a white well open up before his eyes. It was a tall and narrow room with whitewashed walls. A stepladder was used to open and close the small window, and down below, in the half-light, next to a small bed covered in rough cloth, a petit nun dressed in black sat on a stool. She had a rosary in her hands and what looked like a yellow cat on her lap.
As soon as Minnai had put his head inside, the nun raised her frightened face and the animal slipped from her lap. It was long, and had a tail that was longer than its body. It seemed to slip underground. She bent down low to call it from under the bed, but since the animal did not come out, she raised her frightened face again.
“Go away,” she begged softly.
But from up on the roof, Minnai asked calmly:
“What kind of animal is it? It’s not a cat. It’s not a dog.”
“It’s a marten. But go away. Can’t you see you’ve frightened it? Go away.”
Minnai wasn’t used to being obbedient. And anyway he wanted to have fun that day.
“I know who you are,” he said from above. “You’re lady Antonina, the house nun. You’ve been in here for one hundred years, and not even my aunt has ever met you. My grandfather has though. He says you were beautiful and that you locked yourself away because your fiancé left you.”
The woman started: her eyes filled with tears. The child’s voice sounded like the voice of her past. Oh, so the world still remembered her, did it? And where was the world? She seemed to remember: she was overtaken by a sort of folly of resurection.
“Who is your granfather?”
“Don’t you remember? Salvatore Bellu. My grandfather is rich. We have a vineyard, the tanchitta, one hundred sheep and a horse and other things. I go to school. But isn’t that animal coming out? Oh, I forgot: we also have bee-hives. If you want me to, I can make the marten come out from under the bed. I’m good at it. Once I caught three of them, and then another nine. When they see me they stand still. It’s wonderful. I can catch goshawks with string too.”
The woman listened and believed him: she had always believed everything, in life.
“Come down,” she told the boy.
He climbed down in a second. He stretched under the bed, grabbed hold of the trembling beast, and put it in the woman’s lap. The marten stared at him with shiny frightened eyes while he licked his mistresses hand.
“How long it is! When you pull it, it seems even longer, as if it’s made of dough; and what a golden throat, what little teeth, what whiskers, and what a beautiful tail, like a brand new brush!” he said stroking it. “How did it get here? It has to be one of the ones I caught once, and which ran away. We live next door.”
“When did it run away?”
“It must be about three years now.”
“But how old are you?”
“Who knows? I’m an orphan. Maybe eight.”
“And you were already catching martens at five?”
“Yes. Even at three. You can go hunting whenever you like.”
“But I’ve only had this animal a year.”
“I caught quite a few of them a year ago too: my grandfather brings them to a man who gives him a new rifle for each one.”
In the meanwhile he had sat down in front of the woman, cross-legged, and looked at the marten with languid eyes. The desire to take the marten away made him feel drunk.
“Pretty, my pretty one,” he said leaning his head on his right shoulder and smiling at it. And the marten, fascinated by his passion, started to lick his bloody hand.
So he stayed there until midday. The nun asked him about the world from thrity years before, and he answered without hesitating: afterall, the things of the world, the people and their small and large vicissitudes were, in the end, always the same. Towards midday someone knocked at the door.
“It’s my neice. She brings me something to eat. Hide, even though she never comes in here,” said the nun. He hugged the marten and hid under the bed.
And while he felt it shiver near his breast, he whispered to it with the transport of a lover: “Mine! Mine! All mine! You’re coming with me if my life depends on it. I caught you, finally! Yes, I caught you and you’re mine. But I won’t take you, no way, to the man in exchange for a rifle. I’ll keep you with me. I’ll hide you in the wood-shed, and I’ll come to sleep with you, and I’ll bring you my aunt’s chicks, and even her cookies, if you like: I know how to get them; and I know how to open the cupboard. I’ll bring you everything, so we can have fun together, and we can both be happy. What are you doing here in this prison? Are you a nun too? You don’t know it, but I escaped from prison: I broke through the roof, and then one day we’ll go away together, both of us. We’ll go back to the country behind the wall of the vineyard. It’s nice there, yes, there are no people there, and you don’t have to got to school. My pretty one…”
The marten licked his ear.
In the meanwhile, without uttering a word, the nun had taken the basket of food and was setting the table.
“Come out,” she whispered.
But the two of them, under the dead, looked dead; dead and hugging, buried in their dreams of love and freedom.
“Leave us here,” said Minnai, finally. “It’s nice here. Give us to eat here. I’m used to staying under the bed when my aunt wants to beat me. Then I eat and read and even write under the bed. And sleep too.”
But the nun wanted her companion, without whom she could no longer live; and the marten, too, became agitated at the smell of the food. It stretched out like a snake, warm, and soft on Minnai’s chest, pinning its sharp nails into his neck, placing its thin nose in his armpit. Finally, it was able to escape from under his arm, and he followed it out.
The meal was abundant, and there was wine, too; and after clearing the table, the nun returned to her chair with the marten stretched out on her lap. The marten’s head hung down to the right, and its long tail to the left. And the nun too began to tell stories about her world, even though Minnai, who was half asleep, hadn’t asked her to.
“You must know that one day a person said to me: ‘To me, you’re no more than dead.’ What to do then? Act as if you really are dead. I remember that at first I cried so much my eyes got used to crying, to shedding tears, without me noticing. Just like that, like a fountain. But then I thought: what does it matter whether I die today or in thirty years’ time. It’s all the same. And yet, you think, and think, and you say so many nice things, but if you’re alive, you’re alive. Even prisoners who have committed a crime are comforted by the thought of the day, in the distant furture, when they will be free, when they will see the sun in the street again: but what about someone who is innocent, and is a prisoner because she wants to be? You can talk about death all you like, but the company of the living is still very much appreciated. And so for many years I wanted that company, then I stopped thinking about it: finally, one year ago, this marten jumped into the room from that window, like you did, and she hid under the bed. At first I thought it was a cat; but when I bent down I could get a better look and I was frightened, and it looked at me with frightened eyes and started running, but it didn’t even notice the ladder was a way to escape. So I took pity on it and thought: if I let it go, they’ll kill it. I closed the window and sat still; and the marten calmed down, hiding under the bed again. I put a bit of bread in water and didn’t sleep all night. I was afraid it would jump on me, and I left the lamp on. But later on I heard it moving; and when I stretched my neck, I could see it drinking, drinking breathlessly, and then stopping to listen, frightened. So the days passed, and the animal got used to drinking and eating, and it was not afraid. One day I took it in my arms: it did not resist; and it was as soft as the grass in spring. Its little legs were swollen, that’s why it didn’t run away. I rubbed them with tallow, but then it took care of them itself by licking them; and even after it was well, it didn’t try to run away. Here it is: it’s good, and it keeps me company; and when I’m with it, I feel a part of the world still. It’s like a daughter to me; my love,” she concluded, stroking the little animal with a trembling hand.
Minnai listened, but he didn’t care about the nun’s story. The desire to have the marten and take it away was so violently strong that it made him cry. Tears flowed from his eyes without his even noticing.
‘They fell like water from a fountain.’
“Would you let me hold it a bit longer? Then I’ll go…”
Moved, the nun put the sleeping marten on his lap; and he then started stroking it, sinking his hand into fur as soft as the fine grass in March.
From the window above, the evening sky sent down azure reflections, a distant light, like from the mouth of a well. There was freedom up there, joy: it was the solitude of the vineyard and the copse, life, life! And Minnai waited quietly. He was willing to wait even a thousand years, and a thousand days to get what he wanted. Every now and then he would lift his effulgent eyes and watch the nun’s eyes veil over, close, open again, and then close once again.
When he was sure she was sleeping soundly, he kneeled and seemed to be asking for forgiveness: he placed the marten carefully at his neck like a sleeping child, and climbed silently up the ladder, careful not to step on its tail.

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Translation ©Matilda Colarossi 2020

*tanca is a pasture in Sardinian, tanchitta is  a little pasture.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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