Jungla suffers from aphasia. Jungla is quiet but violent, pretty but huge, Jungla has never been part of the world around her. Jungla has always been “outside the door waiting to be asked in.”

Tu che eri ogni ragazza

Emanuela Cocco

Jungla è Obelix. Questa è la sua categoria. Jungla la sente vibrare nel suono che dalle cuffie pulsa negli occhi sillabe sonore. Obelix. Posizionata al centro esatto della lista. Sopra di lei: Sciattona, Stucca filetti, Mejo den’carcio alle palle, Se me paghi può esse. Poi c’è la serie delle buste: Busta de Cocce de Fave, de Piscio, de Vomito, de Cocce de fave andate a male. Obelix arriva subito dopo Cesso. Ma comunque prima di: Rigurgito, Sacco di Letame, Saccoccia de vermi, Sbocco de fogna, Buco di culo di ratto, Silos di pus, Pelata della Piazza Neri, Manco cor cazzo, Manco se me paghi, Aborto uscito male, Roito Anale, Porta aerei, e ultima, a chiudere: ancestrale.

Un giorno, a due mesi dall’inizio dell’anno scolastico, i maschi compagni di classe di Jungla scoprono la lista. Qualcuno l’ha compilata nel tentativo di dare un ordine e catalogare le gerarchie del loro desiderio. Esistono femmine non scopabili. Lo strano fenomeno è causato da difetto di avvenenza declinato in: sgradevolezza diffusa, bruttezza esteriore, disarmonie fisiche, sproporzioni corporee, deformità visibili e altre porcherie estetiche o della condotta. Subito dopo averla letta quattro di loro decidono di verificarne l’attendibilità. Dominio dell’indagine: le femmine che conoscono in città, figlie dei vicini di casa e dei negozianti del quartiere, ragazze della compagnia, bariste o cameriere dei locali in cui sono soliti passare il tempo e soprattutto quelle che girano a scuola. Una mattina i giovani ricercatori fanno irruzione nella classe di Jungla, subito dopo la campanella dell’intervallo. Armati di foglio e penna considerano le tredici femmine. Uno di loro, fermo davanti a Jungla, le attraversa il viso con sguardo dubbioso. Incapace di condensare in una parola la vista del corpo imperfetto della quindicenne che gli sta davanti lancia una muta richiesta di aiuto ai colleghi che galoppano da una parte all’altra dell’aula, impegnati a braccare le femmine, rosse in viso e spaventate, per poi trafiggerle con i loro sguardi. A lui è toccata questa ragazza enorme, alta più della media, pesante senza essere grassa, compatta, robusta, con i capelli biondi lunghi e aggressivi ora che li vede come in fuga dalla coda di cavallo per la quale l’ha afferrata; capelli spessi come corda e del colore del fieno. Questa ragazza, che ora lo fissa, come sul punto di comandare al corpo e alle mani possenti di colpirlo, pelle marmorea venata di rabbia e sguardo siderale, questa ragazza non brutta eppure non scopabile perché enorme e non addomesticata, lontana dalle altre e dalle altre, tranne rarissime eccezioni, tenuta alla larga, ragazza strana e doppia, dal carattere mansueto e arrendevole, taciturna e quieta ma soggetta a repentini scatti d’ira, come la volta in cui ha lanciato un banco contro uno dei suoi compagni, questa ragazza non è una Busta, perché in lei non c’è altro di ripugnante se non la statura eccessiva e l’imponenza estrema. Il ragazzo indeciso e scorato da quella traccia di bellezza che comunque inizia ad affacciarsi dal suo viso di ragazza, rinuncia a scrivere il verdetto: pe questa ce vò nantra kategoria.

Il giorno dopo, come tutte le sue compagne, Jungla, leggendo la lista affissa a una bacheca nell’atrio scolastico, viene a sapere che il suo metro e settantotto centimetri di altezza, che mai si è preoccupata di misurare, per ottantacinque chili di peso, comprensivi di treccia bionda e fienosa, rientrano nella definizione di OBELIX. Sopra e sotto la sua categoria, i nomi di altre ragazze, anche loro catalogate con perizia tremendamente oggettiva dall’imperscrutabile desiderio di adolescenti maschi. La medietà della sua posizione non le dispiace. Si tratta, inoltre, di una medietà di posizione comunque solitaria e unica, che in un certo senso la inorgoglisce. Se alcune delle altre categorie vantano anche più di due esemplari, lei è l’unica a potersi fregiare del nome di Obelix. La sua specie è stata inventata a sua immagine e somiglianza. Unico esemplare: Jungla.

La lista definisce il bello per esclusione. Solo sette ragazze in tutta la scuola sono state risparmiate. Perché piacevoli, abbordabili, scopabili o già scopate o accoppiate, sono state tratte fuori dal cerchio giudicante che inchioda le altre alla percezione della loro poca avvenenza. Sette di loro sono immuni. Il silenzio avvolge i loro nomi e pone sul loro capo, per esclusione, una corona inviolabile fatta di assenza. Jungla, che mai ha incontrato il bello nella sua vita, ora trova nelle escluse un punto di riferimento certo per definire ciò su cui mai ha riflettuto. Il bello ora le appare, per cominciare, come una sorta di immunità. La lista definisce chiaramente ciò che il bello non è e quello che il bello evita di suscitare. Osservando le compagne, i cui nomi sono stati denunciati accanto al suo su un doppio foglio a quadretti vergato in brutti caratteri d’inchiostro nero, Jungla lo identifica come disagio, attenzione molesta, imbarazzo, corpo possente, cattivo odore, volto segnato dall’acne, carattere mite e soccombente. Per sapere cosa il bello sia decide, allora, di osservarne il modello, replicato sette volte nel corpo delle ragazze che sono state risparmiate. Legge così sui loro corpi, sul volto e sui vestiti che indossano, i requisiti necessari affinché il bello possa manifestarsi su un corpo umano di donna quindicenne. Alcuni caratteri sono di una medietà facilmente riscontrabile di volto regolare e occhio chiaro, capello lungo e vaporoso, labbra ben disegnate, il tutto accompagnato da una sfrontatezza nell’andatura e un tono di voce sostenuto a tratti aggressivo, oppure da una silenziosità compresa e poco esibita, ma sicura e certa. Il bello è magro, di vita stretta ma anche di seno definito che denuncia la sua presenza sotto maglie aderenti e scollature generose. Il bello nei capelli è liscio e lucido, ben intagliato, piastrato e strutturato o ridefinito a colpi di gel lisciante. Il bello nella pelle è, oltre a una discreta uniformità, anche una doratura artificiale che evoca paesaggi marini, sabbia chiara e bikini colorati. Il bello nelle labbra va dallo scarlatto al cremisi al glassato avorio al brillante incolore, emancipato da ombre sospette e scure intorno a tutto ciò che è destinato a dischiudersi nel segreto di un bacio. Niente peli. Niente di ossigenato. Un niente di niente cerettato, epilato, trattato con laser, che però non deve lasciar traccia del suo passaggio cruento lungo i bordi di un sorriso bianco e senza incertezze. Questo il bello nelle labbra. Negli occhi, invece, va declinato in chiarezza, o scura brillante nerezza ma sottolineato da un pergolato di ciglia spesse con nero tratteggio di eyeliner e passata di rimmel. Questi i dati, che pure immettono nella sua ricerca una variabile di indefinito. L’iride può essere scura ma anche chiara, la voce aggressiva o mite, il seno pronunciato o anche solo accennato, la magrezza è determinante, ma con larghi margini. Di tutti questi mutevoli caratteri uno solo accomuna tutte loro: il bello indossa un paio di Nike Air Jordan.

Ora Jungla sta per incontrarlo, il bello. L’ingresso del tempio è sormontato dal suo vessillo, un baffo innevato in controluce su superficie scura. Il negozio, addossato alle mura serviane, in parte visibili oltre l’imponente teca vetrata che lo circoscrive, si affaccia nell’atrio principale della stazione di Roma Termini con una lunga vetrina, nella quale sono disposti corpi tonici, decapitati e perfettamente abbigliati. Seni grandi e fianchi stretti in materiale plastico sono accomodati nello spazio scenico di un pomeriggio estivo in una località marina. Braccia e gambe espanso flessibili dorate dal sole sono allineate lungo una riva immaginaria tratteggiata dalla luce, come sul punto di gettarsi in acqua. Senza averne intenzione i decapitati abitanti dell’estate inesauribile escono vincitori dal confronto con i viaggiatori che inavvertitamente si specchiano nelle superficie specchiata riflettendovi corpi approssimativi, fasciati dalle ombre, vestiti più o meno a caso, ancora troppo coperti e soggetti alla volubilità del tempo. Ritto davanti all’entrata si erge il guardiano in abito scuro. Ammonimento vivente assicura che nulla esca dal tempio senza che sia stata lasciata un’offerta. Gli idoli, hanno il loro prezzo, che Jungla non può saldare, ma è possibile entrare anche solo per adorarli; perché tu possa farne una fede. Jungla si muove accorta tra gli scaffali stretti e le teche luminose che contengono leggings in poliestere color rubino e tomaie lunari. Sfila le cuffie e il suo cuore sembra cedere al silenzio che il contatto con il bello richiede. Ripone il telefono, cuore fatto di musica e immagini, nel minuscolo zaino di tela nera, che poggia in terra, accanto ai divanetti di prova. Siede in attesa della vestale, che subito le consegna un destino calzante il suo numero; Jungla lo afferra, con devozione appena trattenuta. E il bello nel suo sguardo si fa miniatura dipinta dal desiderio, che dagli occhi le trapassa il cuore; come in una poesia che lei non conosce ma che ora sperimenta: meravigliosamente. Seduta sul divanetto sotto il quale riposa esiliato il minuscolo zaino incustodito, che contiene il suo cuore, Jungla allenta i lacci consunti degli scarponcini pietrosi e se ne libera spingendoli via. Infila al loro posto un paio di Air Jordan e il gesto di intima fusione con il bello è compiuto. Appena pochi passi verso lo specchio verticale appeso alla parete di fronte e l’esperienza del piede calzato nelle Air Jordan la sovrasta. Il bello innominabile la attraversa e sembra spingere il suo culo enorme verso le altre posizioni della classifica, che Jungla inizia a scalare pigiando sui corpi fatiscenti delle ragazze nominate. Si arrampica sui seni cadenti di Manco per un cazzo, conficca la punta delle scarpe nella bocca oscena di Stucca filetti, sfonda il cranio della Pelata di Piazza Neri, svetta sopraelevata sulle Air Jordan oltre le cosce tumefatte delle Buste fino ad assestare un colpo definitivo all’orifizio impuro di Ancestrale e da lì il grande salto nel paradiso delle ragazze senza nome, immersa in un esaltante jogging lunare. L’esperienza sta per concludersi ma prima che questo accada Jungla desidera immortalare se stessa nei piedi connessi al bello. Ora che il distacco è imminente desidera che la musica torni a sbalzarla oltre la realtà deprivata, in uno spazio in cui il bello possa comunque seguirla. Ma quando torna a riprenderlo capisce che il suo cuore le è stato sottratto. Il minuscolo zaino è scomparso. Restano solo, irridenti, i grossi scarponcini pietrosi che la fissano indispettiti. Con ancora indosso le Air Jordan a sostenerla nei gesti e con voce ferma, Jungla richiama quel pezzo di sé che contiene tutta la sua vita, tutto ciò che lei ama, tutto ciò di cui si vergogna. Una penosa sensazione di nudità totale la invade. Jungla, corpo senza testa ma con le Air Jordan ai piedi, investe gli scaffali del tempio, fracassa le mensole che vanno a infrangersi contro le teche illuminate e corre via tra gli espositori sacri in frantumi.

Nella vetrina di un negozio riconosce il suo cuore, in svendita.

Jungla legge il prezzo scritto su un cartoncino verde e arancio, nella vetrina blu e rossa dello store di telefonia, al piano rialzato della galleria di Roma Termini, dove è sbucata dopo la precipitosa fuga dal tempio. Ora lo tiene tra le mani una ragazza mezza nascosta dentro una felpa arancio. Jungla la osserva togliere il suo cuore dalla vetrina e ficcarlo in una scatola. Dietro di lei una signora sui cinquanta con la borsa floscia similpelle, due banconote in una mano. La ragazza consegna alla donna dalla borsa floscia la scatola, che contiene il cuore di Jungla. La donna si avvicina all’uscita, ma sulla porta trova una ragazza che le blocca il passo. È alta, una ragazza spettinata, con la pelle chiara e gli occhi trasparenti, occhi fissi sulla busta con dentro la scatola che all’interno contiene il suo cuore. La donna chiede alla ragazza di lasciarla passare. Jungla sbarra l’uscita con il suo corpo. La ragazza arancio, che ha seguito la scena domanda se c’è qualche problema. La donna spinge con irritazione la ragazza spettinata dalle spalle larghe, ma questa, ferma al suo posto, afferra la busta e la tende perso di sé, quasi a strapparla via. La donna tira dalla sua parte, ma qualcosa depositato nello sguardo della ragazza la fa desistere, le toglie ogni forza. Jungla riceve la scatola dalle mani della donna. La apre, estrae il suo cuore. Lo accende. Ma ora è vuoto e silenzioso. Specchiandosi nella vetrina, le Air Jordan fuori dall’inquadratura, Jungla vede l’inganno di questo sopra bello non più visibile agli occhi, che le è costato il suo cuore. La rabbia la invade. Ora è una montagna spoglia di alberi che sta per essere inondata dalla collera e dalla paura. Alza un braccio, la mano stretta in un pugno.
La donna si chiede se capita a tutti quelli che vengono colpiti, di leggere una paura così grande nel volto dei loro assalitori, tanto da spingerli ad accettare la giustizia di quel gesto, senza cercare riparo. Chiude gli occhi. Jungla resta ferma, il pugno alzato sul viso della donna. Per tutta la vita le è sembrato di star ferma dietro una porta chiusa, ad aspettare che la facessero entrare. Anche ora se ne sta ferma davanti alla porta: entrare non le interessa più, chi vuole uscire deve vedersela con lei.

You who were every girl

Emanuela Cocco

Jungla is Obelix. This is her category. Jungla hears it vibrate in the sound that from the earphones pulses sonorous syllables into her eyes. Obelix. Placed exactly halfway down the list. Above her: Scruffy, Dick sticker, Better than a kick-‘n-the-crotch, and Maybe, if you pay me. Then the series of bags: Ratbag, Shitbag, Barfbag, Raunchy Ratbag. Obelix comes after Fugly. But before: Spew, Manurebag, Bagworm, Sewerspill, Rat’s ass, Baldy from the Back Alley, Pusstower, Fuckin’uglyorwhat, Notforamillionbucks, Aborted monkey, Assrag, Aircraftcarrier, and last, but not least: ancestral.

One day, two months into the school year, the boys in Jungla’s class discover a list. Someone had written it up in the hopes of categorizing and giving some order to the list of girls they’d like to go out with. There are girls who are not screwable. The strange phenomenon is caused by defects declined according to: overall unpleasantness, apparent ugliness, physical disharmony, strange body proportions, visible deformities, and other such aesthetic or behavioural shit. As soon as they read it, four of them decide to verify the comprehensiveness of the list. The research grounds: girls they know from the city; neighbours’ daughters, or the daughters of shopkeepers on their blocks; girls from their circle of friends; female bartenders or waiters in places they hang out in; and, especially, girls in their school. One morning the young researchers rush into Jungla’s class just after the recess bell. Armed with paper and pen, they observe the thirteen girls. One of the boys, standing in front of Jungla’s desk, looks her up and down hesitantly. Incapable of attributing a definition to the imperfect body of the fifteen year old who is sitting in front of him, he nods to his companions ―who are skipping around the room eyeing frightened, red-faced girls―for help. He is stuck with this huge girl. She is taller than average, heavy but not fat, compact, robust with long blond hair, which seems somewhat aggressive now that he notices it escaping from the braid he’s caught hold of. Her hair is as thick as rope, and the color of hay. This girl, who is staring at him now, on the verge of ordering her body and her strong hands to hit him ―white skin veined in rage and a glacial stare―this girl is not ugly, and yet she is not screwable, because she is enormous, and wild. Detached from the others, and from the others―except in rare cases―held at a distance. This girl is strange and multiple: she is meek and compliant, calm and quiet, but subject to unpredictable bouts of rage, like the time she threw a desk at one of her classmates. No, this girl is not a Bag, because there is nothing repelling about her except her outrageous size and imposing stature. The boy―undecided and disheartened by the trace of beauty that is, nevertheless, transpiring from her girlish face―decides not to write anything: gotta finda nother classficashun for this one.

The next day when, like all the other girls in the class, she is reading the list on a board in the lobby: she discovers that her five foot ten inch frame, which she had never bothered to measure, times her 187 pounds, plus the blond, straw-like braid, come under the classification OBELIX. Above and below her are the names of other girls, organized according to a highly objective indicator, which is a young man’s inscrutable desire. The mediocrity of her position does not displease her. It is, in addition, a mediocrity that places her in a solitary, unique position, which, in a way, satisfies her. If some of the other categories are occupied by more than two exemplars, she is the only proud representative of Obelix. Her species was invented especially for her. One sole exemplar: Jungla.

The list defines beauty by exclusion. Only seven girls in the whole school have been spared. Because they are popular, easy, screwable, already screwed or coupled, they were placed outside the ring of judgement that brands the others with the perception of unattractiveness. Seven of them are immune. A silence surrounds their names, and it places, by exclusion, the inviolable crown of absence on their heads. Jungla, who has never encountered beauty in life, now finds―in those excluded girls―a clear definition of something she never once stopped to reflect upon. To begin with, beauty now looks like a sort of invulnerability. The list clearly underlines what beauty is not, and what beauty keeps from awakening in others. As she observes her classmates―whose names are listed next to hers in sloppy black strokes on two sheets of graph paper―Jungla understands that a lack of beauty means discontent, unwanted attention, embarrassment, portliness, smelliness, acne, and a mild and meek manner. To understand what beauty is she decides, therefore, to observe the prototype times seven: the girls who were spared. She observes―on their bodies, their faces, and in the clothes they wear―what it takes for beauty to be manifest in a fifteen year old girl. Some characteristics are, in general, easily identifiable: regular features and light eyes, long feathery hair and full lips―all of which are accompanied by swagger, and a cheeky and somewhat aggressive tone, or by a tacit, discreet reserve that is, however, strong and confident. Beauty is slender, with a thin waste, but also has ample breasts that make their presence known from under tight pullovers and low cut necklines. Beauty is hair that is straight and shiny, well cut, straightened, and styled, or perfectly shaped with gel. Beauty is skin that is smooth, artificially golden, and which reminds one of maritime landscapes, white sands and colourful bikinis. Beauty is lips that may be scarlet or crimson, glossy ivory or brilliantly color-free, but always devoid of suspicious, dark shadows around anything destined to open in the secret of a kiss. No hairs. No bleach. Nothing but waxed, tweezed, zapped nothingness from which no trace of anything untoward lingers on the border of a white, confident smile. This is beauty of the lips. Eyes, on the other hand, are categorized according to lightness, or luminous darkness, but accentuated by a pergola of thick lashes with hints of black eyeliner and a touch of mascara. This is the result of Jungla’s research, which, however, is not devoid of a number of indefinite variables. The iris can be dark or even light, the voice aggressive or soft, the breasts big or small; thinness is key, but with room for variations on the theme. Of all these different traits, one alone is common to all of the seven girls: beauty wears Nike Air Jordan.

Jungla is now going to encounter beauty. The entrance to the temple is surmounted by a pennant, a snowy swoosh silhouetted against a dark backdrop. The store, which stands against the Servian walls, and which is partly visible beyond the imposing glass shrine that circumscribes it, looks onto the main lobby of the Roma Termini station where in long store windows stand headless, shapely, perfectly dressed bodies. Big breasts and small hips, of malleable material, are positioned in a theatrical space representing a summer afternoon at a beach location. Sun-tanned, flexible foam rubber arms and legs line the imaginary light-dotted shore as if they were on the verge of diving into the water. Unintentionally, the decapitated inhabitants of this inexorable summer easily prevail over the passers-by whose approximate bodies―which are swathed in shadows, clad more or less haphazardly, still overly dressed, and subject to the volatility of the weather― are reflected in the glass. Directly in front of the entrance stands a darkly clothed guard. A living admonition, he makes sure that nothing leaves the temple if an offering has not been made first. The deities have their price, and there is no way that Jungla can pay it, but she is allowed to enter to pay homage; so that it may become a religion. Jungla moves carefully through the narrow aisles and the luminous shrines that hold ruby-coloured polyester tights, and lunar cross trainers. She slips off her earphones, and her heart seems to surrender to the silence that is required when interacting with beauty. She puts her phone, the heart made of music and images, in her tiny black back-pack, and she leans it on the floor near the shoe stool. She sits waiting for the vestal, who immediately presents her with her destiny, in her size. Jungla takes it, barely controlling her devotion. And beauty, in her gaze, becomes an illumination depicted in desire, which, from her eyes, goes straight to her heart, like an unfamiliar poem she is just now experimenting: amazing. Sitting on the stool―under which her tiny and unattended back-pack is exiled, the back-pack which is carrying her heart―Jungla loosens the tatty laces of her gravelly ankle-boots, and kicks them off. She slips on the Air Jordans, and the act of intimate fusion with beauty is computed. A couple of steps towards the full-length mirror that is hanging on the opposite wall, and she is overcome by the foot-in-the-Air-Jordan experience. Unspeakable beauty rushes through her and seems to push her enormous buttocks towards other positions in the classification―which Jungla climbs as she steps over the dilapidated bodies of the other girls in the list. She climbs over the soggy breasts of Not-a-chance-in-hell, sticks the toe of her trainers in the obscene mouth of Dick sticker, and bashes Baldy from the Back Alley in the head, climbing higher and higher in her Air Jordans over the bruised thighs of the Bags to where she drop-kicks the impure orifice of Ancestral; and from there it’s a hop skip and jump to the paradise of the nameless girls immersed in an exalting lunar jog. The experience is about to come to a close, but before this happens, Jungla wants to capture her feet in their momentary interaction with beauty. Now that separation is so near, she wants the music in her phone to transport her beyond her own deprived reality to a place where beauty can, in any case, be with her. But when she goes back to get it, she understands that her heart has been stolen from her. The tiny backpack is gone. What remains, staring back at her, are only her contemptuous pebbly ankle-boots. In a steady voice, Air Jordans still on her feet to support her, Jungla calls to that piece of her that holds her whole life, everything she loves, and everything she is ashamed of. She is overcome with a heartrending sense of utter nakedness. Jungla, a body with no head, but with Air Jordans still on her feet, crashes into the display cases in the temple, breaking the racks that smash against the illumined shrines. She runs away, past the sacred shelves left in shambles.

She sees her heart in the window of a shop and recognizes it: it’s on sale.

Jungla reads the price on the green and orange tag, in the blue and red shop window of the phone store on the second story of the Roma Termini Mall, where she landed after fleeing from the temple. Inside, a girl, half hidden by an orange hoodie, is holding it. Jungla watches her as she takes her heart from the display-case and places it in a box. Behind the girl is a woman of around fifty, holding a floppy fake-leather purse and two bills in one hand. The girl gives the floppy-purse-lady the box, which contains Jungla’s heart. The woman walks towards the exit, but finds a girl blocking her path. She is tall, and dishevelled, with clear skin, and transparent eyes that are fixed on the bag containing the box with her heart. The woman asks the girl to step out of the way. Jungla blocks the door with her body. The orange girl, who has been watching the scene, asks if there is a problem. The woman pushes the big shouldered girl with the dishevelled hair brusquely. But the girl stands solidly in place, grabs hold of the bag and pulls it towards her, as if to rip it out of the woman’s arms. The woman pulls too, but something in the girl’s eyes stops her, draining her of her strength. Jungla takes the box from the woman’s hands. She opens it, takes her heart out, and turns it on. But it is empty and silent now. When she looks at herself in the shop window, Air Jordans out of frame, Jungla sees the trick that this superior beauty, no longer in the frame, played on her, and understands that it came at the expense of her heart. She is overcome with anger. She is now a treeless mountain about to be shaken with rage and fear. She raises an arm, hand clenched.
The woman wonders if everyone who is about to be beaten sees so much fear in the eyes of their assailant that they end up accepting the legitimacy of the act without looking for protection. She closes her eyes. Jungla stands still, fist raised in the woman’s face. All her life, Jungla has felt as if she had been standing immobile in front of a closed door, waiting to be let in. Now too, she is standing in front of a door: entering is no longer a priority, but anyone who wants to come out will have to deal with her.

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Translation ©Matilda Colarossi2020

emanueleEmanuela Cocco gained experience as a literary consultant and editor at the Herzog literary agency. She studied screenwriting at the Scuola Internazionale di Comics in Rome, and the “Corso di specializzazione per sceneggiatori Script – Rai Cinema Fiction”. She has worked at OFI (Osservatorio della Fiction Italiana), and published reviews on TV series for “Script” (Dino Audino Editore). She has collaborated in numerous projects with the writer Sandrone Dazieri, for example TV series, which include “Squadra Antimafia”, Canale 5. She is the author of theatrical performances―plays and monologues for the stage―and audio-dramas. Among these we find: I ciechi (2013, Nerosubianco edizioni; monologue finalist in Per Voce Sola 2013) Le madri atroci (2012, Feltrinelli editore; audio-drama produced by Fonderia Mercury; written together with Sandrone Dazieri); Nuovi consigli alla piccola Peyton (2011, audio-drama produced by M.I.L.K.); Con Arido amore, Piero Gobetti (2011, in collaboration with Centro Studi Piero Gobetti di Torino) Lulu, Ruud e le altre (2010, Nerosubianco edizioni; monologue winner of the Per Voce Sola 2010); Quando hanno steso il vecchio (2009, Edizioni Corsare; monologue finalist “Bianca Maria Pirazzoli” Teatro Libero di Bologna); Nel giardino (2006, Borgia Editore; 2014, Scena Muta; monologue winner of Donne e Teatro). With the Franz BiberkOff Teatro company, she has brought her texts onto the stage, and written and realised audio dramas and theatrical readings on 20th century Italian prose and poetry.
She has been the editor of the modern theatre magazine “Perlascena” since 2015. She manages the column “Esplorazioni” for the magazine “L’Irrequieto”. Her short stories and literary reviews have appeared on: Achab”, “AmnesiaVivace”, “Script”, “Lo Spazio Bianco” “Verde”, “L’irrequieto”, “CrapulaClub”, “La Caverna di Epicuro”, and “Donne Difettose”. Her short story “Mappa” is part of the anthology “Le parole sono importanti”, Dots Edizioni, 2018. Her short story “Demiurnare” is part of the anthology “Vocabolario minimo delle parole inventate” edited by Luca Marinelli (Wojtek, 2019).
Tu che eri ogni ragazza, Wojtek 2018, is her first novel.
You can discover more about the author and her work here: https://congetturesujakob.wordpress.com/

I can’t thank Emanuela enough for letting me translate and post this excerpt from her novel on my blog. Forever grateful.

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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