Del tradurre e altri scritti

Estratto

 

di Manara Valgimigli

 

Bene. E perdonate, vi prego, queste mie diavolerie poco accademiche. Che cosa ci rimane dell’antica poesia classica, greca e latina? La parola scritta. Questa è l’unica realtà che a noi si apre e si distende nella pagina e che noi possiamo con relativa certezza e concretezza storica conoscere e riconoscere. La parola immagine, la parola espressione, la parola sentimento. E dunque solamente questa nei suoi modi e toni possiamo tentare di riprodurre, ricercandola e seguitandola nelle vicende della tradizione, e poi rivivendola dentro di noi e riplasmandola ognuno di noi nella lingua nostra e del nostro tempo, rompendo e disfacendo ogni diaframma letterario-retorico, e con misure e ritmi quali il sentimento e la natura ci suggeriscono. Percorrere e battere e ripronunciare la parola, risentirla nel suo cuore coglierne ed esprimere gli scatti luminosi e illuminanti, questo solo può essere e deve essere di chi traduce il proposito primo e la preoccupazione capitale. Che è poi quello che fanno sulle note musicali della pagina scritta i direttori d’orchestra: e allora la sinfonia di Mozart o di Beethoven acquista una risonanza sua propria se il lettore o il direttore è Furtwängler o è Toscanini. E la sinfonia di Mozart o di Beethoven è ogni volta la stessa e ogni volta diversa.

Dico la parola viva del testo poetico, non la parola morta del lessico; la parola viva è ravvivata, e ogni volta nuova e rinnovata, la quale è solo di quel punto e in quel punto e momento e sentimento. La parola del Leopardi “Che fai tu, luna, in ciel” se anche è la medesima del linguaggio che tu adoperi conversando, lì, in quel punto e momento e sentimento, è unicamente ed esclusivamente del Leopardi, perché ricreata e rivissuta dalla fantasia del poeta che l’ha ricreata e rivissuta dalla fantasia del poeta che l’ha riscavata e tratta fuori dal di dentro di sé, e l’ha riimersa nell’aria di sé e ripronunciata.

Ed e anche in ognuno di noi che leggiamo, la parola della nostra eterna lettura, del nostro ridirla e risentirla e ripronunciarla dentro di noi. Perché non altro che questo è tradurre; e sempre traduciamo anche senza avvedercene ogni volta che leggimo; e non solo da poeti e scrittori di lingua straniera, moderna e antichi, ma anche da scrittori di lingua nostra, anche da Dante traduciamo leggendo, anche dal Leopardi, anche dal Carducci. Leggere è sempre tradurre, è sempre un trasportare e trasferire, e cioè interpretare e eseguire.

On translation and other works

Excerpt

 

By Manara Valgimigli

 

So then. And please forgive me my anything but academic wanderings. What is left to us of ancient classical poetry, Greek and Latin? The written word. This is the only reality available to us, lying before us on the page, and which we can, with relative historical certainty and concreteness, know and recognize. The word as image, the word as expression, the word as feeling. And therefore this alone, in its modes and tones can we try to reproduce, searching for it and tracing it back to the solutions of tradition, and then reliving it within ourselves and reshaping it, each and every one of us, in our tongue and our own time, breaking and tearing down every literary-rhetorical diaphragm, and using metres and rhythms which our emotions and nature suggest. Exploring and searching and repronouncing the word, letting it resonate in ones heart, acknowledging and expressing the bright and enlightening hues, this alone can be and must be the primary goal and main concern of the translator. Which is, in the end, what the conductor does with written scores: and so a symphony by Mozart or Beethoven acquires a different sound if the reader or conductor is Furtwängler or Toscanini. And the symphony by Mozart or by Beethoven is the same every time and different every time.

I say the living word of a poetic text, not the dead word of the lexicon; the living word is revived, and new every time and renewed, and it is of that place, and in that place and moment and emotion. Even if the word by Leopardi “What are you doing, moon, in the heavens” is the same word you use in everyday speech, there, in that place and moment and emotion, it is solely and exclusively Leopardi’s, because it was recreated and relived by the imagination of the poet who delved deep within himself and drew that word out, and brought it into the light and expressed it.

And this also applies to all of us who read, the word of our eternal readings, using it and listening to it and repronouncing it within ourselves. Because this alone is translation; and we translate, even without realizing it, every time we read; and not just when reading foreign poets and authors, both modern and ancient, but also those who write in our own tongue: we translate when we read Dante, and Leopardi, and Carducci. Reading is always translation; it is always transferring and transporting, and therefore interpreting and enacting.

 

 

Translation by ©Matilda Colarossi

 

 

 

 

Excerpt from Del tradurre e altri scritti by Manara Valgimigli, Riccardo Ricciardi, Milano-Napoli, 1957
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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