Pochettino

Fiaba tradizionale toscana

Nei tempi che i gatti volavano e le feste venivano un giorno sì e uno no, c’era un bel bambino che aveva nome Pochettino. La mamma per insegnargli a lavorare gli aveva nascosto in casa un soldino e ogni giorno gli diceva:

“Pochettino, Pochettino,

spazza bene la casa e ci troverai un soldino.”

Pochettino spazzava sempre bene e faceva tutto lustro finché un giorno la scopa fece rotolare il soldino facendolo saltare dalla felicità.

“Ora che finalmente l’ho trovato” disse Pochettino “devo pensare bene a quello che ci posso comprare e spenderlo avvedutamente. Allora mi comprerà un cartoccio di ciliegie… no, perché mi tocca a buttar via il nocciolo e il gambo! Allora ci comprerò delle noci… no, perché una parte del soldino mi va tutta in gusci! Ho capito: mi comprerò un cartoccio di fichi, così ci mangio anche le bucce e non butto via nulla!”

E così andò a comprarsi un cartoccio di fichi: piccino perché nel soldino ce n’entrava pochi, e si mise a mangiarli alla finestra. Mentre se li stava mangiando con gran gusto, gliene cascò uno di sotto nel viottolo. Pochettino si mise a piangere e piangere chiamando il babbo che gli andasse a prendere il fico che gli era cascato. Ma il babbo gli disse:

“Pochettino, lascia stare il fico dov’è caduto, che tra poco ci nascerà una bella pianta e, siccome i fichi crescono in fretta, i rami verranno qui davanti alla finestra e tu potrai salire a mangiare i fichi!”

E infatti, siccome i fichi crescono in fretta, nacque un bel fico e Pochettino dalla finestra saliva sui rami e andava a mangiarsi i fichi.

Un giorno che Pochettino se ne stava facendo una bella scorpacciata, passò l’orco dal viottolo e, vedendolo lassù, disse:

“Pochettino, Pochettino,

dammi un bel fichino

col tuo bianco manino!”

Ma Pochettino gli rispose:

“No, che tu mi mangi!”

E il fichino glielo tirò, e l’orco, che voleva fargli allungare la mano per acchiapparlo, lo lasciò cadere per terra.

“Questo non lo voglio che è andato nel fango…

“Pochettino, Pochettino,

dammi un bel fichino

col tuo bianco manino!”

“No, che tu mi mangi! Te lo tiro, prendilo”.

E glielo tirò un’altra volta, ma l’orco lo lasciò cadere e disse:

“Neanche questo posso mangiare: lo vedi che è caduto sopra una cacca…

“Pochettino, Pochettino,

dammi un bel fichino

col tuo bianco manino!

“Te lo darò” disse Pochettino che era buono “ma non mi mangiare!”.

Allungò la mano per porgerglielo, ma l’orco lo prese per il braccio e lo infilò nel suo sacco e, gettandoselo sulle spalle, corse via a gambe per andare a farlo cuocere a casa sua e mangiarselo con la moglie.

Per la strada ebbe necessità di fermarsi a fare un bisogno e fermatosi e posato il sacco, disse a Pochettino di star buono.

“Vai più lontano, che se no sento puzzo” gli disse Pochettino dal sacco.

L’orco si allontanò un poco, ma Pochettino, che aveva una buona idea, gli disse:

“Vai più là, vai più lontano, che mi dà noia il puzzo…”

“Così?” disse l’orco con una voce lontana lontana.

“Ancora più là…” gridò Pochettino.

Quando l’ebbe mandato tanto lontano che non lo poteva vedere, Pochettino prese di tasca il suo coltellino e tagliò il laccio del sacco uscendo fuori. Prese le pietre più grosse che poté trovare e, riempitone il sacco, lo rilegò, fuggendo via.

Quando l’orco ebbe fatto le sue faccende tornò a prendere il sacco e, mettendoselo sulle spalle, disse:

“o Pochettino, come sei diventato di peso: quando ti ho acchiappato mi sembravi più leggero. Meglio così, che ci sarà da mangiare per diversi giorni!”.

Come l’orco arrivò in vista della sua casa, cominciò a gridare alla sua orchessa:

“Mogliera, mia mogliera,

metti al fuoco la caldera

che ho chiappato Pochettino!

Mogliera, mia mogliera,

metti al fuoco la caldera

che ho chiappato Pochettino!

Arrivato a casa l’orco trovò la moglie che ballava dalla gioia e le disse:

“L’hai messa al fuoco la caldera?”

“Sì, è tutto pronto!”

Infatti c’era un fuoco che pareva una fornace e l’acqua che bolliva nella caldera pareva il cratere d’un vulcano. L’orco apri il sacco e lo rovesciò nell’acqua, ma quei pietroni sfondarono la caldera e l’acqua uscì fuori in un’ondata che l’orchessa rimase morta e l’orco si salvò per miracolo. Era talmente infuriato che si mangiava le mani e schizzava fuoco dagli occhi: prese il sacco e corse subito a riprendere Pochettino.

Non appena lo sentì venire di lontano Pochettino s’avvicinò a una casa e, salendo lungo la grondaia, arrivò sul tetto. Quando l’orco lo vide lassù, fingendo che tutto fosse stato uno scherzo, gli disse:

“Pochettino, come hai fatto a salire sul tetto che ci voglio venire anch’io?”

“Non te lo dico, che tu mi mangi!”.

“Ma no che non ti mangio, dimmelo”.

“No: tu mi mangi!”

“Non ti mangio, non ti mangio”.

“Allora te lo dirò: ho fatto una scala con tutti i tegami che c’erano in casa!”

L’orco andò in casa e prese tutti i tegami facendovi una scala: ma quando fu a metà, i tegami rovinarono e l’orco cascò rompendosi qualche osso.

“Pochettino” disse, rialzandosi a fatica “dimmi come hai fatto a salire sul tetto!”

“Questa volta te lo dirò: ho fatto una scala tutta di piatti”.

L’orco ci credette e fece la scala di piatti, ma andò a finire nello stesso modo.

“Guarda come mi hai ridotto, Pochettino! Non essere cattivo e dimmi come hai fatto a salire”.

“Questa volta te lo dico davvero,” disse Pochettino, “ho fatto una scala tutta di bicchieri”.

L’orco col poco fiato e le poche ossa sane che gli erano rimaste, si mise a fare una scala di bicchieri, ma arrivato quasi in cima, cadde come un ciocco e morì.

Pochettino allora scese dal tetto e tornò a casa: salì sopra il fico e si rimise a mangiare finalmente in pace i suoi fichi…

…e se poi andate a vedere, forse c’è ancora.

Lillebit

Traditional Tuscan Fable

Once upon a time, when cats could fly and every other day was a holiday, there was a child whose name was Lillebit. To teach him to work, his mom hid a coin in the house and said everyday:

“Lillebit, Lillebit,

a coin you’ll get when the house is well swept.”

Lillebit swept very carefully and made everything nice and shiny until one day the broom caught on the coin and it rolled towards him making him the happiest boy in the world.

“I finally found it,” said Lillebit, “but now I’ve got to spend it right. It would buy me a bag of cherries…no, that would mean that I’d have to throw the pits and stems away! Well, I’ll buy a bag of walnuts…no, because then a part of the money would be wasted on the nutshells! I know: I’ll get myself a bag of figs, that way I can eat everything, even the skins, and won’t have to throw anything away!”

So he set off to buy a bag of figs: he bought a small bag, because he only had one coin, and he ate the figs at the window. While he was wolfing them down happily, one fell onto the lane below. Lillebit started to cry and cry, begging his father to collect the fig that had fallen from the window. But his father said:

“Lillebit, leave the fig where it is, and in a short time a beautiful fig tree will grow there, and since figs grow quickly, the branches will reach the window and you will be able to climb out and eat as many figs as you like.”

In fact, fig trees grow quickly and soon there was one just outside Lillebit’s window and he could climb on its branches and eat the figs.

One day, while Lillebit was eating as many figs as he could fit in his mouth, an ogre happened along the lane. Seeing him up in the tree, he said:

“Lillebit, Lillebit,

a fig I’d love to get

from your candid little mitt!”

But Lillebit answered:

“No, you’ll eat me!”

So he threw him the fig, and the ogre, who was hoping he’d stretch out his hand so he could grab him, let the fig drop to the ground.

“I don’t want this fig because it fell in the mud….

“Lillebit, Lillebit,

a fig I’d love to get

from your candid little mitt!”

“No, you’ll eat me! Here, catch.”

And he threw another fig, but the ogre let it fall to the ground and said:

“I can’t eat this one either: can’t you see it fell in a pile of dung…

“Lillebit, Lillebit,

a fig I’d love to get

from your candid little mitt!”

“I’ll give you one,” said Lillebit who was a very good boy, “but don’t eat me!”

He stretched out his hand but the ogre grabbed his arm, stuffed him into his sack and, throwing the sack over his shoulder, ran quickly away to cook him and eat him with his ogre wife.

Along the way the ogre needed to tinkle. He stopped and, putting the sack on the ground, told Lillebit to hold still.

“Move farther away, or I’ll have to bear the stink,” said Lillebit from inside the sack.

The ogre moved a little farther away, but Lillebit, who had a good idea, said:

“Move farther. I can’t stand the stench…”

“This far enough?” said the ogre with a tiny little voice.

“Farther…” shouted Lillebit.

When the ogre was so far that he could hardly see him, Lillebit pulled out his pocket knife and, cutting the string that tied the sack, jumped out. He looked for the heaviest rocks he could find and, filling the sack with them, tied it back up and ran off.

When the ogre had finished his business, he picked up the sack, threw it on his shoulder and said:

“Oh, Lillebit, you seem heavier: you were so much lighter when I caught you before. Well, that’s all right, it means we’ll have lots to eat for days and days!”

As soon as the ogre neared his house, he started calling to his ogre wife:

“Wife, spouse and mate

scald the pot and get the plate

I got me Lillebit!

Wife, spouse and mate

scald the pot and get the plate

I got me Lillebit!”

As soon as he got inside the house he found his wife dancing with joy and said:

“Did you scald the pot?”

“Yes, it’s all ready!”

In fact the fireplace was sizzling like a furnace, and the water was steaming in the pot like the crater of a volcano. The ogre opened the sack and threw the contents into the water, but the rocks punched holes in the pot and the water spilled out, killing the ogre wife and almost taking the ogre’s life too. He was so angry he was seething and flames darted from his eyes: he took the sack and ran to catch Lillebit.

As soon as Lillebit heard him approach, he ran to a house, climbed up the rain pipe, and hid on the roof.

When the ogre saw him there, he pretended they were only having fun and said:

“Lillebit, how did you get up on the roof? I want to come up there too.”

“I won’t tell, because you’ll eat me!”

“No, I won’t eat you. Just tell me.”

“No, you’ll eat me!”

“I won’t eat you. I won’t eat you!”

“OK, I’ll tell you: I made a ladder with the roof tiles I found in the house!”

The ogre went into the house and took all the tiles to make a ladder. But when he was half way up, the tiles broke and the ogre fell to the ground breaking his bones.

“Lillebit” he said, struggling to get up, “tell me how you got up on the roof!”

“OK, this time I’ll tell you: I made a ladder with the plates in the house.”

The ogre believed him and took the plates to make a ladder, but ended up on the ground again.

“Look what you’ve done to me, Lillebit! Be a good boy and tell me how you got on the roof.”

“OK, this time I’ll really tell you,” said Lillebit, “I made a ladder with the glasses in the house.”

The ogre, out of breath and broken, took the glasses to make a ladder, but when he almost reached the top he fell like a ton of bricks and died.

Lillebit crawled off the roof and went home: he climbed up his fig tree and ate as many figs as he liked in peace…

And if you happen on that lane, he’s probably still there.

Translation by ©Matilda Colarossi

Numerous renditions of this fable exist: the little boy is sometimes called Pochettino and other times Buchettino or Pezzettino or Minuzzolo, but he is always just “Little Bit”! This particular version comes from the book: Fiabe toscane. Scelte e trascritte da Carlo Lapucci [Tuscan fables: chosen and written by Carlo Lapucci], Milano: Mondadori, 1984.
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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