Il vantaggio di non essere vincenti.

Intervista a Paolo Zardi

di Alessandro Cinquegrani

 

Un libro rivelazione, XXI secolo di Paolo Zardi: pubblicato da un piccolissimo e meritorio editore, Neo. Edizioni, è entrato quest’anno – la prima volta nella storia per un editore così piccolo – tra i 12 finalisti del Premio Strega. Il dato è importante perché dove la forza degli editori non può arrivare, arriva solo la qualità letteraria, che in questo romanzo è indiscutibile. Zardi ha il coraggio di rappresentare un futuro prossimo in disfacimento, fatto di discariche a cielo aperto, di conflitti internazionali, di un inestirpabile vuoto umano. Su questo sfondo un uomo cerca di mantenere in piedi la propria vita e la propria dignità anche dopo che la moglie entra in coma e lui scopre un’esistenza passata che non avrebbe mai immaginato. È una parabola sull’individuo, sulla sua tenacia, sulla forza con cui cerca di preservare le proprie certezze, la famiglia, i figli, il lavoro. È, in fondo, l’ultima storia d’amore possibile sul pianeta Terra. Ne parliamo con l’autore.

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C’è un capitolo del tuo libro, quello del confronto con Elena, che mi ha ricordato una scena (o forse due fuse insieme) di Pastorale americana di Philip Roth. Solo che in quel caso alla decadenza della società corrispondeva il totale disfacimento del protagonista. In XXI secolo invece alla decadenza della società corrisponde una resistenza tenace del protagonista, che, forse anche malgrado lui, cerca di mantenere una propria dignità e conservare i cocci della propria esistenza. Da cosa dipende questo bisogno di resistere del tuo protagonista?

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La scena di Pastorale Americana a cui fai riferimento è il simbolo dello scontro tremendo che sconvolse l’America degli anni settanta; in quel conflitto, Levov soccombe perché, forgiato dal sogno americano, è incapace di comprendere la natura delle forze avversarie. Rispetto a lui, il protagonista di XXI secolo, ha il vantaggio paradossale di non essere mai stato davvero un vincente. Alle spalle ha solo l’euforia un po’ ebete dei nostri anni ottanta, che molti di noi già allora avvertivano come una parentesi: forse anche quest’uomo aveva già messo in conto che le cose non sarebbero andate bene per sempre. Uomo tutto sommato semplice, destrutturato, privo, come la maggior parte di noi italiani, di un “modello forte” di mondo, reagisce d’istinto quando viene colpito negli affetti; e come ogni creatura primitiva che si trovi con l’acqua alla gola, anche lui è mosso da forze darwiniane antichissime che lo spingono verso la salvezza.

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Un altro elemento che ho trovato importante in quella scena, che io ritengo centrale tematicamente e, non credo per caso, anche strutturalmente, è il senso di diversità che emerge nel protagonista rispetto alla moglie e al suo ambiente: è un uomo intraducibile e perciò incomprensibile fino in fondo. Chi scrive mette una parte di sé in ogni personaggio, però mi è parso che qui si apra quasi una confessione autobiografica, dato che tu sei un ingegnere scrittore, con precedenti illustri, ma anche con una doppia identità che forse ti fa sentire diverso dall’ambiente degli scrittori.

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Il tema dell’intraducibilità delle persone, dell’impossibilità di ricondurle a una rappresentazione coerente e completa, è centrale in tutto quello che scrivo. La complessità dell’essere umano sfugge a qualsiasi semplificazione; ogni libro non è che un tassello di un mosaico gigantesco, iniziato tremila anni fa con l’Iliade, e al quale continueremo a lavorare per chissà quanti secoli. Ma non saprei dire fino a che punto la mia diversità, che nasce dall’essere scrittore e ingegnere insieme, sia diversa da tutte le altre…

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D’altra parte, anche la scienza della seconda parte del ventesimo secolo si è scontrata con limiti insuperabili, perdendo gran parte del suo ottimismo, prima con i risultati sconcertanti della meccanica quantistica, poi con il teorema di Gödel e infine con la resistenza offerta dai sistemi non lineari a tutti i tentativi di governarli. La mia fortuna è di poter gettare uno sguardo sui due più importanti tentativi dell’uomo di descrivere il mondo e l’uomo, scoprendo che, al di là della diversità del linguaggio, non sono in fondo così distanti.

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Mi sono chiesto leggendo se la tua fosse più una visione o una previsione, un incubo o il frutto di un’analisi sociale (sulla politica internazionale, sulla questione gender, sui rifiuti, sul confronto tra generazioni…).

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In un’intervista rilasciata in gennaio al Corriere della Sera, Houellebecq afferma che uno scrittore non dovrebbe avere delle opinioni ben definite sul mondo, pena il rischio di scivolare nella tentazione di fornire una risposta. Da questo punto di vista, ho la fortuna di non avere un modello capace di descrivere il mondo del futuro – non in termini sociologici o filosofici. Ho, piuttosto, un po’ di sensazioni e qualche vago presagio. Scrivendo, ho cercato di descrivere l’effetto che produce questo mondo, in questo momento, sulla vita di un padre di famiglia, di un lavoratore, di un essere umano, di rappresentare l’impronta che l’innegabile declino economico e sociale ha lasciato nella mia vita. C’è un abbozzo di futuro, certo, ma nutro la speranza di girarmi, un giorno, a guardare XXI secolo e scoprire di essermi sbagliato.

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Ci sono almeno due direzioni, mi pare, per leggere il tuo romanzo. La prima nasce dalla domanda: come posso raccontare una storia d’amore in profondissima crisi? E la risposta è: collocandola in un mondo sull’orlo della distruzione. La seconda nasce dalla domanda opposta: come posso raccontare un mondo sull’orlo della distruzione? Utilizzando il simbolo della storia d’amore in profondissima crisi. Come autore dai la precedenza ad una di queste interpretazioni o sono totalmente fuse insieme fin dalla prima idea del romanzo?

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La storia d’amore è arrivata per prima, quella dell’Occidente in crisi l’ha seguita subito dopo. Ciascuna riverbera l’altra, ma alla fine le loro strade divergono: ciò che non riesce al mondo nella sua globalità, forse riesce al singolo. Nel ventesimo secolo abbiamo assistito all’ascesa e poi al declino, ora fragoroso, ora dimesso, del marxismo, della psicologia freudiana, del nazismo, del cattolicesimo, e, per certi versi, della democrazia e della libertà – di ideologie che proponevano narrazioni onnicomprensive del mondo. Cosa ci rimane, ora, oltre al sapore amaro della perdita di certezze? Rimangono gli individui, rimaniamo noi. E XXI secolo cerca di dire, tra le righe, che forse non è poco.

The advantage of not being a winner.

Interview with Paolo Zardi

By Alessandro Cinquegrani

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The book XXI secolo [21st century], written by Paolo Zardi, is a revelation: published by a small but impressive publisher, Neo. Edizioni, the book was one of the finalists for the Premio Strega, which has never before counted a small publisher among its top 12.  This fact is definitely an important one, because where the weight of a big publisher is lacking, the quality of the literature is not, undeniably in this case. Zardi has the daring to describe a near future in ruins, made of open-air dumps, international conflicts, and an ineradicable human void. Against this backdrop, a man tries to keep his life and his dignity afloat, even after his wife lapses into a coma and he discovers a past he could never have imagined. It is a parable of man, his tenacity and drive to preserve his certainties, his family, his children and his job. It is, fundamentally, the last possible love story on the planet Earth. Here we talk about the book with the author.

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There is a chapter in your book, the one where you confront Elena, that reminded me of a scene (or perhaps two fused together) from Roth’s book, American Pastoral. However, in that case, the decadence of society and the total decline of the protagonist coincided. In XXI century, on the other hand, the decadence of society and the tenacious resistance of the protagonist, who, in spite of himself perhaps, fights to maintain his dignity and to hold on to the pieces of his existence, coincide. What is the reason for your protagonist’s need to resist?

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 The scene in American Pastoral that you mention is the symbol of the tremendous conflict America found itself living in the seventies: in that conflict, Levov gives up because, forged by the American dream, he is incapable of understanding the nature of the enemy forces. Compared to him, the protagonist of XXI secolo has the absurd advantage of never really having been a winner. In his past, he merely has the somewhat idiotic euphoria of the 80s, which many of us, even then, suspected was only a parenthesis: maybe this man, too, understood that things could not continue to go well forever. This basically simple, destructured man who lacks, like most of us in Italy, a “strong model” of the world, reacts instinctively when he is hit too close to home; and like every primitive creature who finds himself in dire straits, he, too, is moved by ancient Darwinian forces that propel him to safety.

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Another element that I found important in that scene, which I consider thematically and, not by chance, I think, even structurally central, is the difference that emerges between the protagonist, his wife and his surroundings: he is an indefinable man, and, therefore, completely incomprehensible. Anyone who writes puts a bit of himself in his characters, but I had the feeling that this was a sort of autobiographical confession, given the fact that you are an engineer and writer, with well-known precedents, but also a man with a double identity which may make you feel different from the world of writers.

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The theme of the indefinability of man, of the impossibility of guiding people back to a coherent and complete representation of themselves, is central to everything I write. The complexity of man cannot be simplified; every book is nothing more than a tile in the vast mosaic that was started three thousand years ago with the Iliad, and on which we will continue to build for who knows how many more centuries. But I couldn’t say to what extent my own diversity, born of the fact that I am both a writer and an engineer, is actually different from that of others….

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On the other hand, science itself, in the second half of the twentieth century, has come up against insuperable limits, losing much of its optimism, first with the shocking results of quantum mechanics, then with Gödel’s theorem, and finally with the resistance of non-linear systems to any attempts to be governed. My luck lies in the fact that I can look onto man’s two major attempts to describe the world and man, uncovering that, apart from the difference in language, they are not that distant.

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While reading, I found myself wondering if this was a vision or a prediction, a nightmare or the fruit of social analysis (on international politics, on the question of gender, waste, generational confrontations…).

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In an interview found in [the newspaper]Corriere della Sera, in January, Houellebecq says that a writer should not have precise opinions on the world, because that would mean the risk of wanting to provide a solution. In this sense, luckily I have no model that is able to describe the world of the future – not in sociological or philosophical terms. I have, rather, sensations and a vague foreboding. When writing, I tried to describe the effect this world has, at present, on the life of a father, a worker, a human being, of describing the impact that the undeniable economic and social decline have had on my life. It is a rough draft of the future, certainly, but I hope to be able to turn around one day, look at XXI secolo, and discover I was wrong.

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There are at least two different ways, I believe, to read your book. The first is born of the question: how can I tell the story of a love that is going through a profound crisis? And the answer is: by setting it in a world on the verge of destruction. The second is born of the opposite question: how can I tell the story of a world on the verge of destruction? By using the story of a love that is going through a profound crisis as a symbol. As an author, do you give precedence to one of these interpretations or were they completely fused together as soon as the idea of the novel came to you?

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The love story came first, the idea of the crisis in the Western world came soon after. One echoes the other, but in the end the two roads diverge: what the world, in its globality, cannot do, a single human being may very well be able to. In the twentieth century we saw the rise and then the fall, at times deafening, other times quiet, of Marxism, Freudian psychology, Nazism, Catholicism, and, to a certain extent, democracy and liberty – of ideologies that put forth all-comprehensive narratives of the world. What is left now for us apart from the bitter taste of the loss of our certainties? Man is the only thing left, we are the only thing left. And XXI secolo means to say, between the lines, that this may not be so little.

Translation by ©Matilda Colarossi

Paolo Zardi is an engineer and writer. The novel, XXI secolo (Neo Edizioni, 2015), was a finalist in the Premio Strega. His rich bibliography includes: numerous short stories in various anthologies and magazines; his own collection of short stories Antropometria (Neo Edizioni, 2010) and Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), La felicità esiste (Alet, 2012); the novella Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014); and Il principe piccolo (Feltrinelli, Zoom Flash digital, 2015). He is the first Italian author to have been published on “Lunch Ticket” (Antioch University) http://lunchticket.org/six-minutes/  He blogs at blog grafemi.wordpress.com.

Alessandro Cinquegrani is a researcher in the Department of Comparative Literature at the University Ca’ Foscari Venezia. He has published various works on literary criticism, and the novel “Cacciatori di frodo”, finalist in the Premio Calvino and candidate for the Premio Strega.

The interview was first published on Fuori Asse, Speciale Salone at: http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/109-speciale-salone-del-libro-2015/569-fuoriasse-salone-del-libro-torino-2015.html

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