Cuore

 

Paolo Zardi

Era successo al parco: stavo correndo al fianco di lei, e improvvisamente mi sono trovato disteso sul prato, incapace di muovermi – incapace perfino di respirare. Nel cielo c’era una nuvola a forma di gatto; tra i rami di un pino marittimo un uccello, forse un beccofrusone, gorgheggiava in una lingua sconosciuta; un gruppo di bambini gridava attorno all’altalena. Ho guardato il sole che stava iniziando a tramontare dietro un palazzo affacciato sul parco e ho pensato che forse la morte arrivava così, senza preavviso, come una mano che ti tocca la spalla per dirti “ecco, ora è il tuo turno”.

Ma non sono morto. Mi sono risvegliato a casa, sul divano, come dopo un brutto sogno. Lei era al telefono e stava spiegando a qualcuno, forse a sua madre, quello che era successo. Mi faceva male il petto. Ho provato a mettermi in piedi, ma quando lei mi ha visto ha detto “scusa, ti devo lasciare”, ha spento il telefono ed è corsa da me: “Fermo, fermo… Non muoverti”. Abbiamo passato la sera guardando la televisione. La mattina dopo, al risveglio, mi sentivo già meglio, anche se erano rimaste tracce di paura, nelle frequenze del cuore. Nel giro di qualche giorno sono tornato quello di prima.

La seconda volta ero a un centinaio di metri da casa; il cielo era grigio, basso, compatto, gonfio. Sono crollato a terra, ho sbattuto la faccia sul marciapiede e la bocca mi si è riempita di sangue. Un cane dall’altra parte della strada mi guardava incuriosito. In quel momento, ha iniziato a piovere. Un rivolo d’acqua, incanalato da foglie secche, è arrivato a lambirmi la pancia, mescolandosi a qualcosa di caldo, il piscio che non ero riuscito a trattenere.

Il dottore che mi ha visitato non ha detto niente: si è ritirato con lei in una stanza accanto all’ambulatorio, a discutere di qualcosa. Quando poi sono tornati, lei mi ha appoggiato una mano sulla fronte e mi ha detto sottovoce: “Non ti preoccupare, ti troveremo un cuore nuovo”.

Ho passato due mesi in una specie di limbo. Sedato per impedirmi qualsiasi movimento, ho guardato il mondo attraverso un vetro opaco che attutiva i suoni, stemperava i colori. Un cuore nuovo, dunque. Anche in quello stato di torpore pensavo al mio futuro con una certa preoccupazione. Il cuore che mi batteva nel petto da anni aveva sempre capito cose che la mia testa non aveva neppure intravisto: l’amore, ad esempio, era stato riconosciuto e annunciato là dentro, nella cassa toracica; io, mi ero limitato a prenderne atto. I momenti più belli – il calore dell’intimità, una passeggiata nel bosco, il ritorno a casa – erano passati sempre da quel piccolo muscolo indipendente. Mi bastava ricordare il momento in cui avevo visto lei la prima volta per sentire il suo battito accelerare: non ero io che lo comandavo, ma lui sapeva, e capiva, e ricordava cose fuori dal mio controllo. L’instancabile motore della mia vita. Come sarebbe stato, dopo?

Uno sfortunato incidente mi donò il cuore. Vissi i preparativi dell’intervento come se riguardassero qualcun altro. L’affetto di lei aveva il sapore dolce e amaro delle cose belle che si stanno per perdere. Con quale cuore l’avrei riconosciuta? Osservavo le luci della sala operatoria, muto. Il dottore si avvicinò, estrasse l’ago della puntura. Più niente.

Il risveglio durò ore, come un lentissimo ammaraggio: il mondo da lontano, silenzioso, confuso, e poi i dettagli delle cose grandi, e poi i rumori – la pompa del drenaggio, il lento sussurrare degli infermieri. Ero vivo. Ed ero in qualche modo io. Ma il cuore? Non sentivo nulla, nemmeno la paura di non sentire più nulla. Poi udii la voce di lei dietro la porta della camera, e due secondi dopo la vidi entrare. Quando incrociai i suoi occhi, allora il cuore – quel cuore nuovo – capì: capì che quella donna era la mia alba e il mio tramonto, il nord e il sud, l’unica persona che contasse nella mia vita. Era amore e lui lo sapeva. E quando lei si avvicinò a me, e appoggiò le sue labbra sul mio naso, e mi disse “Fido, amore, sei salvo, sei salvo”, la mia coda, rimasta fermi per mesi, riprese finalmente a scodinzolare.

Heart

 

Paolo Zardi

It happened in the park: I was running by her side, and suddenly found myself lying on the grass, unable to move – unable even to breathe. In the sky a cloud in the shape of a cat; among the branches of a maritime pine a bird, maybe a Bohemian waxwing, was warbling in an unknown tongue; and near a swing a group of children were shouting. I looked at the sun that was beginning to set behind a building that looks onto the park, and wondered if this is perhaps how death comes, unannounced, like a hand that touches your shoulder and says “well, it’s your turn now.”

But I didn’t die. I woke up at home, on the couch, like after you’ve had a bad dream. She was on the phone, explaining what had happened to someone, maybe her mother. My chest hurt. I tried to sit up, but when she saw me, she said “oh, I have to go now”, turned off the phone and ran to me: “stay, stay…don’t move.” We watched television all evening. The next day, when I woke up, I felt much better, even if there remained traces of fear in me, in the frequencies of my heart. A few days passed, and I was as good as new again.

The second time it happened, I was a hundred yards from home; the sky was grey, low, dense, ready to burst. I fell to the ground, smashed my face on the pavement, and my mouth filled with blood. A dog on the other side of the road watched on, inquisitively. At that moment, it started to rain. A trickle of water, channelled through the dry leaves, reached my stomach, merging with something else, something warm, the pee I could no longer hold.

The doctor who visited me didn’t say a word: he went into the next room with her to talk about something. When they came back, she placed a hand on my forehead and said softly: “Don’t worry. We’ll find you a new heart.”

I spent two months in a sort of limbo. Sedated to keep me from moving, I watched the world through an opaque pane that stifled the sounds, blanched the colours. A new heart, they said. Even in that state of stupor, I thought about my future with apprehension. The heart that had been beating in my chest for years had always understood things my head could not even fathom: love, for example, had been recognised and heralded there, in my chest; and I had simply taken note of it. The best moments – the warmth of intimacy, a walk in the woods, returning home again – had always passed through that small independent muscle. All I had to do was remember the first time I saw her, and my heart would beat faster: I was not the one who ruler over it, but it knew this, and understood, and remembered things that were out of my control. The indefatigable motor of my life. What would it be like afterwards?

An unfortunate accident provided me with a heart. I lived through the preparations for the operation as if it concerned someone else. Her love had the bitter sweet taste of things that are about to be lost. Would I recognise her with the new heart? I stared at the lights in the operating room in silence. The doctor came near me, pulled out the syringe. I was out.

It took me hours to wake up, like a terribly slow landing: the world from a distance, silent, hazy, and then the details of big things, and then noise – the suction pump, the low whisper of the nurses. I was alive. And was somehow still me. But what about the heart? I felt nothing, not even the fear of never feeling anything again. Then I heard her voice from behind the door, and seconds later, I saw her enter the room. When our eyes met, my heart – my new heart – understood; it understood that this woman was my dawn and my dusk, my north and south, the only being that meant anything in my life. It was love, and it knew. And when she came near me, and placed her lips on my nose, and said: “Fido, my love, you’re alive and well, alive and well” my tail, which had been still for months, started wagging again.

Translation ©Matilda Colarossi

An interview with the author, Paolo Zardi: https://paralleltexts.blog/2015/08/27/about-xxi-secolo-an-interview-with-paolo-zardi-by-alessandro-cinquegrani/

His blog: https://grafemi.wordpress.com/

Works in English: http://lunchticket.org/six-minutes/

http://lunchticket.org/spotlight-last-cigarette/

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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