Pinball

Matilda Colarossi

I had experienced mad. It was just like when your head pops through the tightest part of a turtle-neck sweater and everything is black, and there’s that throbbing pressure on your temples.
That’s how it was for me.
It was the burning in your stomach that shoots up to your cheeks, burrowing through the esophagus, accompanied by thoughts, incessant, of unimaginable, yet very imaginable, danger. It was sweaty palms and palpitations.
And it was light, too. Sometimes. The light behind your eyelids in the dark, candescent fear ricocheting from lobe to lobe. It was the thud of cannon balls pinballing against the neurons.

So when I saw her eyes from across the aisle on the subway, pinballing, I knew.
She stood precariously, legs wide, gripping the hand rail with both hands. Her knuckles, under the frostbitten scabs of skin, were ashen. Her nails, the splintery eyelinered edges of a compulsive gnawer, were black.
I lifted my bag off the seat next to mine and called to her to sit down.
Her eyebrows peaked over the bridge of her nose, a perfect unruly crest, before looking away. I studied her quickly-moving reflection in the glass.
A vein started to pulse in her left temple. A sudden, violet surge of life. I counted her heartbeats.
She saw me and tugged her tattered wool cap over her forehead.
At the next stop, as the doors creaked slowly open, she first crouched, pretending to tie a lace-less shoe, then sprinted out.
I watched her tear into the unprepossessing station and disappear, her yellow raincoat ballooning behind her.
As the doors of the train closed, I saw her glare at me from behind one of the columns.
She cackled, then gave me the finger.

Flipper

Matilda Colarossi

Ho avuto a che fare con la pazzia. Era proprio come quando la testa si blocca nella parte più stretta del collo di un maglione e tutto è nero e c’è quella pressione pulsante sulle tempie.
È così che era per me.
Era il bruciore che dallo stomaco sale fino alle guancie, che si fa largo attraverso l’esofago, accompagnato da pensieri, incessanti, di inimmaginabile, e tuttavia parecchio immaginabile, pericolo. Erano palmi madidi e palpitazioni.
Ed era luce, anche. A volte. La luce dietro le palpebre nel buio, paura incandescente rimbalzata da lobo a lobo. Era il tonfo sordo di una palla di cannone che roteava contro i neuroni.

Così, quando dall’altra parte del binario della metropolitana vidi i suoi occhi muoversi come in un flipper, compresi.
Stava in piedi a stento, le gambe larghe, aggrappata al corrimano con entrambe le mani. Le sue nocche, sotto la pelle screpolata per il freddo, erano livide. Le sue unghie, con lo smalto scheggiato sulle punte per via del rosicchiamento compulsivo, erano nere.
Tolsi la borsa dal sedile accanto al mio e la invitai a sedere.
Le sopracciglia le formarono un ponte sul naso, una cresta perfetta e ribelle, prima di guardare lontano. Studiavo i movimenti rapidi del suo riflesso sul vetro.
Sulla sua tempia sinistra una vena cominciò a pulsare. Una repentina, violetta ondata di vita. Contai i battiti del suo cuore.
Mi vide e tirò giù sulla fronte il berretto lacero.
Alla fermata successiva, quando le porte, scricchiolando, lentamente si aprirono, lei prima si accovaccio, fingendo di legare una scarpa senza laccio, poi balzò fuori.
La guardai correre via nella stazione anonima e sparire, il suo impermeabile giallo dietro di lei.
Quando le porte del treno si richiusero, la vidi lanciarmi un’occhiataccia da dietro una colonna.
Scoppiò in una risata fragorosa, poi mi mostrò il medio.

Traduzione@Patrizia Sardisco

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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