L’Aquila

Matilda Colarossi

 

 

An earsplitting rumble rips through my dreams shaking the world as I know it to its death. Then all is still.

I wake up in a terrible sweat and look around me in the dark. I can’t remember where I am. My nightlight is on the wrong side of the bed, and as I grasp for it, with the light comes understanding. This is not my home, but the house where I now live.

I walk barefoot to the window and there I see my home hurt and bleeding just metres away. It stands hauntingly in the night sky. The crescent moon, like a broken spotlight, hits the crooked door and the crooked roof and the blind windows.

I count the numerous scars in the facade. There is no more life there. It went with the earthquake. It disappeared in one deafening moment. It took all I had away and left me old and withered, older than my years, but not old enough.

I pull on a pair of trousers and a shirt. I lace up my shoes and escape outside to safety. Outside the world is safe. If we had all been outside we would have been safe, and I would not stand alone now.

Along the road other little wooden houses stand, like mine. A row of precarious lives. My neighbours and I.

We are no longer whole. We have lost our pasts and have insecure futures. We walk like automatons through a life we no longer recognize searching the faces of the passersby for old friends and companions. On lonely afternoons we walk silently through the streets of l’Aquila looking for a change that is yet to come. We caress the wooden frames that sustain lanes that no-one takes, and doors that no-one enters. Our steps along the cobbled streets that were once bustling with life sound out the days that have marked our present lives. We search the surrounding mountains for the snows that are soon sure to come and wonder at how life in those mountains, our mountains, moves on so evenly, unaltered, unharmed, and unknowing.

I walk to the house that I once occupied with the people I love. I kick a fallen brick. Blood red among the chalky plaster. Through the gaping wounds I am able to glimpse traces of my past. If I listen carefully, I can hear the voices of the ones I love as they moved through their lives unaware of the oncoming disaster. If I look closely, I can see the colours of a life I will never have again. I sit on a broken chair and wait for daylight to come. I sit very still, as close to my old home as I can. I am aware that any sudden movement from the depths of the earth would bury me under the rubble, but I am not afraid.

I have nothing more to lose.

 

 

L’Aquila

Matilda Colarossi

 

 

Un ruglio assordante mi lacera i sogni squassando il mondo che conosco, fino a distruggerlo. Poi tutto è silenzio.

Mi sveglio in preda a un sudore panico e mi guardo intorno nel buio. Non riesco a ricordare dove mi trovi.  La lampada è dalla parte sbagliata del letto, e mentre tento di  far luce alla fine comprendo. Questa non è la mia casa, è il posto in cui vivo ora.

A piedi nudi raggiungo la finestra e lì, ad appena pochi metri, vedo la mia casa ferita e sanguinante. Inquietante nel cielo notturno. La luna crescente, come un riflettore rotto, urta contro la porta ceduta, contro il tetto cadente, contro le finestre prive di vista.

Conto le cicatrici, tante, sulla facciata. Non c’è più vita, là. È andata via con il terremoto. Scomparsa  in un istante assordante. Il terremoto ha portato via tutto ciò che avevo lasciandomi vecchia e avvizzita, più vecchia dei miei anni, anche se non abbastanza.

Indosso un pantalone e una maglia. Mi allaccio le scarpe e mi precipito fuori, al sicuro. Fuori il mondo è sicuro, se fossimo stati fuori saremmo stati tutti al sicuro, e adesso io non starei qui da sola.

Lungo la strada altre piccole case di legno, uguali alla mia. Una fila di vite precarie. I miei vicini e io.

Non siamo più interi. Abbiamo perso il passato e il nostro futuro è in bilico. Ci muoviamo come automi in una vita che non riconosciamo più, scrutando il volto dei passanti in cerca dei nostri vecchi amici, dei nostri compagni. Nei pomeriggi solitari camminiamo silenziosamente per le strade de L’Aquila  alla ricerca di un cambiamento che deve ancora arrivare. Accarezziamo le impalcature che sorreggono i vicoli che nessuno imbocca e le porte che nessuno varca. I nostri passi  per le strade acciottolate, un tempo  così piene di vita, riecheggiano i giorni che hanno segnato le nostre vite di oggi. Sui monti circostanti cerchiamo la neve che presto cadrà e ci sconvolge come  la vita in quelle montagne, nelle nostre montagne, vada avanti  ugualmente, immutata, indenne, e inconsapevole.

Raggiungo la casa che un tempo occupavo insieme ai miei cari. Calcio via un calcinaccio. Rosso sangue sui polverosi intonaci. Dalle ferite aperte posso intravedere tracce del mio passato.

Se ascolto attentamente, posso sentire le voci di chi amo come se provenissero dalle loro vite ignare del disastro incombente. Se osservo da vicino, riesco a vedere i colori di una vita che non avrò mai più. Su di una sedia rotta aspetto l’arrivo della luce del giorno. Siedo immobile, più accosto  possibile alla mia vecchia casa. Consapevole che un movimento improvviso della terra potrebbe seppellirmi sotto le macerie, ma non ho paura.

Non ho più nulla da perdere.

 

Translation ©Patrizia Sardisco

The short story was first published on stanza251 on May 23, 2012 (3 years after the earthquake in l’Aquila)  and can be found at http://stanza251.blogspot.it/2012/05/laquila.html .

Unfortunately, the situation in the city hasn’t changed much. We take a different road when passing through l’Aquila today, a road that coasts the city to the south. The view of the surrounding mountains is still breathtaking, the unprepossessing prefab houses built to hold the earthquake ‘survivors’ are not, many are already falling to pieces.

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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