LA PERLA DELLE DOLOMITI

 

Di Antonio G. Bortoluzzi

 

Tratto dal romanzo per racconti La contorsionista ride

 

Bukowski mi ha guardato con i suoi occhi da cane gonfi di dolore e alcol. Poi si è appeso al volante con entrambe le mani per accomodarsi meglio sul sedile sgangherato della Peugeot familiare e ha riso con i denti sporgenti e cavallini. Mi aveva appena chiesto: Ti piace la ciccia? Ah ha ah. Che ha dovuto raschiare via qualcosa dalla gola e tirarla su con forza fino ad averla in bocca. È stato un attimo e io ho avuto paura: dove sputa adesso? Eravamo in macchina e non c’era nessuno che potesse tirarmi fuori di lì.

Il pazzo con le guance gonfie ha abbassato il finestrino, sporto la testa, si è voltato indietro e ha sputato. La macchina ha deviato oltre la mezzeria e poi è tornata di colpo verso la riga gialla sul ciglio destro e finalmente si è assestata al centro della carreggiata. Bukowski mi ha guardato e ha riso di nuovo.

– Mi hanno fatto bere l’amaro, è per quello che mi sono ubriacato ieri sera. Bastardi. Quando ti trovi fuori con Pino e Ezio la balla è sicura. Non esco più domenica sera. Hai mai usato il rullo? – mi ha chiesto.

– No – ho risposto.

– Sai che cos’è la pennellessa?

– Un pennello grande?

– Va be’, quando arriviamo ti spiego tutto. Fai bene a non voler andare in fabbrica. Io non ci resisterei. Come si fa a stare venti, trent’anni nello stesso posto? Timbrare il cartellino tutte le mattine alla stessa ora… Noi si gira, si vede gente, strade, femmine, schèi, ciccia: ti piace la ciccia, no? Ah ah ah.

Bukoswki ha raschiato di nuovo, ha abbassato il finestrino e ha scatarrato fuori.

Se pensavo di stare con Bukowski mi sembrava meglio. Io non avevo mai visto una sua foto ma doveva avere la faccia di Toni Pitura, doveva sputare e ridere e bestemmiare e bere come lui. Se ero con Bukowski in Storie di ordinaria follia andava bene, meglio di apprendista imbianchino assunto in nero da Toni Pitura.

Bukowski ha abbassato un’altra volta il finestrino e ha sputato e io ho sentito l’aria fredda e le goccioline arrivarmi sulla faccia. Mi è venuto il voltastomaco. Poi ho guardato il parabrezza, aveva iniziato a piovere, non era la sua saliva.

– Piovesse merda! – ha gridato Bukowski avviando il tergicristallo.

Dovevo deglutire di continuo per non vomitare. Forse perché avevamo lasciato la strada in lieve salita che costeggiava il Piave e ci stavamo inerpicando lungo una costa tutta a curve scavata nella roccia. Mi dicevo di guardare avanti, ma sempre mi veniva di buttare l’occhio alle scarpate e ai burroni alla mia destra, alla sabbia del Piave e all’acqua. E anche di stare attento a Bukowski.

– No – ha urlato, e da come l’ha detto ho pensato che voltandomi avrei avuto di fronte il muso di un camion un attimo prima dello scontro frontale e non avrei avuto nemmeno il tempo di rivedere tutta la vita scorrermi davanti agli occhi. Invece la strada era libera. Vuota. Noi eravamo al nostro posto, forse un po’ troppo centro strada.

– Bastarda. Schifosa. Troia! – ha urlato Bukowski aggrappato al volante con il naso appiccicato al parabrezza. – Sfortuna. Sapevo che andava così. Il gatto nero… ho cercato di metterlo sotto stamattina, ma il bastardo m’è scappato. Avrei dovuto cambiare strada!

È venuto verso di me. Mi sono rannicchiato contro la portiera e ho stretto le ginocchia il più possibile. Bukowski era concentrato sulla strada e non capivo perché mi stesse così appiccicato.

– La sfortuna. Oggi ho la sfortuna – ripeteva e con una mano ha cominciato a palpare il portachiavi che pendeva da sotto lo sterzo. Ho visto il cornetto rosso, il ferro di cavallo cromato e altre cose che dondolavano. Sono tornato alla strada e alla pioggia sottile.

– Se la fortuna ti molla sei morto – ha detto Bukowski e si è sollevato dal sedile, ha scrollato il cavallo delle braghe, e poi si è dato una specie di strizzata leggera alle palle.

È ritornato al suo posto e ha abbassato il finestrino. Non ha sputato, ma si è sporto in fuori e ha cominciato a passare la mano aperta sul parabrezza per pulirlo. Ha chiuso il finestrino e con la mano bagnata si è tirato i capelli indietro. Poi ha bestemmiato.

– Sono sempre stato sfortunato, vedi?

Ho osservato la spazzola immobile del tergicristallo al lato guida.

– Boia merda! Ma perché non si è rotto il tergicristallo dalla tua parte? Eh? Me lo spieghi? È meglio che torniamo a casa, oggi va a finire male, me lo sento.

Poi ha cominciato a piovere più forte e Bukowski si è spostato dalla mia parte per guardare la strada. Sapeva di qualcosa: un misto di menta, alcol e detersivo.

Ho pensato che non saremmo arrivati vivi a Cortina. Non con il pazzo alla guida e il tergicristallo rotto. Anche tornare indietro non mi sembrava una soluzione: eravamo in strada da un’ora buona e forse Cortina non era tanto lontana.

– La sfortuna è quella dopo il cinquanta per cento. Sulle cose tipo testa o croce, o la spazzola… vedi? Sono due. Perché si è rotta la mia? Poteva rompersi quella tua e mi sbattevo i coglioni, si arrivava lo stesso. Nossignore. Dopo il cinquanta per cento è sfortuna, è stato il gatto, per forza. Perché esistono i gatti neri?

Non ascoltavo più quello che diceva. La pioggia era scemata e Bukowski era tornato stabilmente sul suo sedile. Ogni tanto abbassava il finestrino per pulire il parabrezza e bestemmiare. Aveva la manica della camicia bagnata fino al gomito.

Siamo arrivati in cima e la strada è ritornata pianeggiante e abbiamo incontrato paesi, camion, corriere e auto.

– Ho perso tempo per via del tergicristallo altrimenti a quest’ora saremmo già arrivati. Manca poco. Hai mai fatto lo spatolato veneziano, eh?

– No – ho risposto.

– Mi guardi? Ah ah ah!

Non sapevo cosa dire, se ridere o che.

– Sei mai stato a Cortina?

– No.

– La perla delle dolomiti del cazzo. Se quel bastardo di mio padre mi lasciava un tabià quassù, sì che ero sistemato, e invece niente. Merda. E sfortuna. Guarda là. – Ha indicato Bukowski buttandosi dalla mia parte e facendo sbandare leggermente la macchina verso il ciglio.

Ho visto un trampolino. In mezzo al verde e agli alberi. Aveva i cerchi olimpici ed era altissimo: roba da vertigini. Ne avevo sentito parlare. Come della diga del Vajont. Come del Tiziano. Come di Buzzati. Ma non sapevo niente, a parte olimpiadi, duemila morti, rosso Tiziano, Il deserto dei tartari. Guardavo quella mezza salsiccia di cemento armato messa in piedi in mezzo al verde e cercavo di vederne la bellezza, l’importanza. Bukowski, al mio fianco, parlava di non so che, a proposito del ponteggio esterno dell’albergo. Avevo appena letto Storie di ordinaria follia: caldo, palme, alcol, scommesse; scopare, bere, dormire, lavorare. Stare bene. Stare male. C’era qualcosa di giusto in quello che avevo letto, qualcosa di importante che capivo senza sforzarmi.

Poi siamo arrivati a Cortina, passando sotto un ponte e Bukowski ha sorpassato in curva e io mi sono tenuto stretto alla maniglia.

Aveva smesso di piovere.

In paese le case erano bianche, con il legno scuro dei balconi e delle terrazze. Era come se li avessero dipinti con l’olio esausto dei motori. Noi facevamo così sul legno delle stalle. Le case avevano tutte la stessa forma, un rettangolo con un gran tetto di lamiera, solo che erano grandi: non avevano due o quattro finestre per piano, ne avevano dieci, dodici e poi terrazze con i gerani rossi e grassi. Uno, due, tre, quattro piani. Poi ho capito che erano alberghi fatti come case.

Eravamo incolonnati e andavamo a singhiozzo. Il voltastomaco stava diventando insopportabile. All’improvviso Bukowski è venuto tutto dalla mia parte, poi ha sterzato di colpo e siamo entrati in uno spiazzo ghiaioso. Ha frenato ed è uscito dalla macchina. Un tale vestito di bianco che stava sul ponteggio dell’albergo, ci ha guardato e ha scosso la testa. Ha caricato la spatola con una specie di polenta bianca e ha ripreso a spalmarla sul muro. Bukowski si è tirato su i pantaloni, con una mano davanti e una dietro, ha sputato sporgendosi in avanti e poi è scomparso. Quando ho sentito che apriva il bagagliaio dell’auto sono sceso.

Mi sentivo molto stanco, ero in piedi ormai da tre ore e non avevo ancora iniziato il mio primo giorno da imbianchino. Chissà com’era grande la pennellessa.

 

THE PEARL OF THE DOLOMITES

 

By Antonio G. Bortoluzzi

 

From the collection La contorsionista ride [The contortionist is laughing]

 

Bukowski looked at me with his puppy dog eyes filled with pain and alcohol. Then he clutched the steering wheel with both hands to position himself on the dilapidated seat of his Peugeot station wagon, smiling his buck-toothed smile. He had just asked me: D’ya like ciccia? Ha ha ha. And he had something caught in his throat and tried coughing it up. It was just a second, but I was afraid: where would he spit that now? We were in the car, and no-one could help me out of there.

The madman, chipmunk cheeked, lowered his window, stuck his face out, turned his head back and spit. The car swerved into the middle of the road, then back to the yellow line on the far right side, and, finally, found its way to the centre of the lane. Bukowski looked at me and laughed again.

– They made me drink Amaro, that’s why I got drunk last night. Bastards. When you go out with Pino and Ezio it’s the least that can happen. I’ll never go out on a Sunday night again. Have you ever used a paint roller before? – he asked.

– No – I said.

– Do you know what a pasting brush is?

–  A big paint brush?

–   OK, I’ll explain it to you when we get there. You’re right not to want to work in a factory. I couldn’t do it. How can you spend twenty, thirty years in the same place? Punching in every morning at the same time…We move around all the time, see people, streets, women, schèi, ciccia: you like a good lay, don’t you? Ha ha ha.

Bukowski coughed again, lowered his window and spit outside.

If I imagined being with Bukowski; it made me feel better. I’d never seen his picture, but he had to look like Toni Painterman, and spit and laugh and swear and drink like him. If I were with Bukowski in Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness that would be OK, better than being an apprentice painter working illegally for Toni Painterman.

Bukowski lowered his window again and spit, and I felt the cold air and the spittle hit my face. It gave me the creeps. Then I looked at the windshield: it was the rain, not his spittle.

– At least if it rained shit! – yelled Bukowski turning the windshield wipers on.

I had to swallow again and again to keep from throwing up. Probably because we had left the road that rose gently up the Piave and were climbing a steep and winding lane that was cut into the rock. I kept telling myself to look straight ahead, but my eyes would wander to the edge of the cliff and the gorge to my right, to the sands of the Piave and the water. And to look at what Bukowski was up to.

– No – he yelled, and from the way he said it I thought that if I turned around I’d find myself facing the front of a truck just a moment before crashing into it and that I wouldn’t even have the time to see my life passing before my eyes. But there was nothing on the carriageway. Nothing. We were where we were supposed to be, maybe just a bit too close to the centre of the road.

– Bastard. Bitch. Slut! – He yelled, gripping the steering wheel, his nose pressed to the windshield. – Bad luck. I knew it. A black cat…I tried to run it over this morning, but the bastard got away. I should’ve taken another way!

He came towards me. I squeezed closer to the car door and pressed my knees together as tight as I could. Bukowski was concentrated on the road and I couldn’t understand why he was sitting so close to me.

– Bad luck. I’m not lucky today. – He repeated and with one hand he started playing with the keychain that was dangling from the steering wheel. I noticed the red horn-shaped amulet, the chrome-plated horse shoe and other things. I stared back at the road and the light rain.

– If your luck abandons you, you’re a goner – said Bukowski and he lifted himself off his seat, pulled at the crotch, and then he gave his balls a squeeze for good luck.

He went back to his side of the car and lowered the window. He didn’t spit, but he leaned out and started wiping the windshield with his hand. He closed the window and pushed his hair back off his forehead with his wet palm. Then he cursed.

– I was always unlucky, see?

I looked at the lifeless windshield wiper on the driver’s side.

– Holy shit! Why didn’t it break on your side? Eh? Can you tell me that? We better go home. Something bad’s gonna happen. I can feel it.

Then it started to rain harder and Bukowski moved to my side of the car to see the road. He smelled like something: a mix of mint, alcohol and detergent.

I thought we would never make it to Cortina alive. Not with a crazy man at the wheel and a broken wiper. Turning back didn’t seem like much of a solution either: we’d been driving for over an hour and Cortina probably wasn’t that far away.

– Bad luck is anything over fifty percent. In things like heads or tails, or the wiper…see? Two of them. Why did mine have to break? Yours could’ve broke, and I wouldn’t‘ve gave a shit, we would’ve got there anyways. Nope. Anything over fifty percent is bad luck. It was that cat, for sure.

– Why do there have to be black cats?

I wasn’t listening to him anymore. The rain had almost stopped and Bukowski had moved back to his own side. Every once in a while he’d lower his window to wipe the windshield and curse. His shirt sleeve was soaked up to his elbow.

We got to the top of the hill and the road became level again, and we passed towns, trucks, buses and cars.

– I lost some time because of the wiper, otherwise we’d already be there. Not far now. Have you ever done Venetian stucco? Eh?

– No – I said.

– Will you just watch me? Ha ha ha!

I didn’t know what to say, whether I should laugh or what.

– Have you ever been to Cortina?

– No.

– The pearl of the fuckin’ Dolomites. If that bastard of a father of mine had left me a shack up here, I’d be set for life. But no. Shit. Bad luck. Look there. – Bukowski pointed, throwing himself onto my side and swerving towards the edge of the road.

I saw a ski jumping hill. In the middle of a green area and trees. It had the Olympic rings on it and was really high: the kind of thing that would make you dizzy. I’d heard about it. Like the Vajont dam. Like Titian. Like Buzzati. But I didn’t know anything, apart from Olympics, two thousand victims, Titian red, The Tartar Steppe. I looked at that half sausage made of concrete stuck in the middle of the greenery, and I tried to see the beauty, the importance. Bukowski, by my side, was talking about something or other, about the outside scaffolding at the hotel. I had just read Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness: the heat, the palms, the alcohol, the gambling; screwing, drinking, sleeping, working. Feeling good, feeling bad. There was something right about what I’d read, something important that I understood without trying too hard.

Then we got to Cortina, passing under a bridge, and Bukowski passed a car at the bend, and I held on to the door handle.

It had stopped raining.

In the town, the houses were white, with dark wood on the balconies and terraces. As if they’d painted them with used motor oil. That’s what we did to the wood in our barns. The houses were all shaped the same, a rectangle with a big metal plate roof; it’s just that they were huge: they didn’t have two or four windows per flour, but ten, twelve, and then the balconies with plump red geraniums. One, two, three, four floors. Then I realized they were hotels built like houses.

We were caught in traffic, stopping and starting again and again. My nausea was becoming unbearable. All of a sudden Bukowski moved all the way over to my side, then he turned the wheel abruptly, and we entered a gravel driveway. He slammed on the breaks and got out of the car. A man dressed in white who was on the scaffolding of the hotel looked at us and shook his head. He put a sort of polenta on his putty knife and started spreading it on the facade again. Bukowski put one hand on his front and one on his back side and pulled his pants up. He spit leaning all the way over and then disappeared. When I heard him open the trunk, I got out of the car.

I was really tired. I’d been up for three hours already and still hadn’t started my first day as a painter. I wondered how big a pasting brush was.

 

Translation by ©Matilda Colarossi

 

ANTONIO G. BORTOLUZZI was born in Valturcana (Puos d’Alpago, Belluno) in 1965 and lives with his family in Farra d’Alpago. In 2015 he published his novel Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine), which came third in the 13th edition of the CAI Leggimontagna Literary Prize. In 2013 he published the novel Vita e morte della montagna [Life and death of the mountain] and in 2010 the collection of short stories Cronache dalla valle [Chronicles of the valley] (Ed. Biblioteca dell’Immagine). A finalist in the XXI and XXIII editions of the PREMIO ITALO CALVINO, he is a member of GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

 

The short story La perla delle Dolomiti, THE PEARL OF THE DOLOMITES can be found in the collection La contorsionista ride [The contortionist is laughing]: it was a finalist in the XXIII edition of the Premio Italo Calvino. Their comment was:

“… the jury wishes to award honourable mention to the book of short stories by Antonio G. Bortoluzzi, La contorsionista ride, written with the concision and effectiveness of the great story tellers of the past; fourteen pieces which, while maintaining a remarkable autonomy, form a cohesive and coherent first work.”

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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