Pensieri e discorsi (sulla traduzione)   [1914]

Di Giovanni Pascoli

Ma che è tradurre? Così domandava poco fa il più geniale dei filologi tedeschi; e rispondeva: “Il di fuori deve divenir nuovo; il di dentro restar com’è. Ogni buona traduzione è mutamento di veste. A dir più preciso, resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi„. Non si poteva dir meglio; ma la tagliente definizione non recide i miei o i nostri dubbi. Mutar di veste (Travestie), in italiano può essere “travestimento„, e “travestire„ ha in italiano mala voce. Dunque intendiamoci: dobbiamo dare allo scrittore antico una veste nuova, non dobbiamo travestirlo. Troppo abbiamo, per il passato, travestito, e a bella posta e senza volere. Ne sono causa, forse, le speciali sorti della lingua e letteratura; il fatto è che per noi il problema del tradurre non è così semplice. Noi non abbiamo sempre e non abbiamo spesso la veste da offrire allo scrittore antico di prosa o di poesia: almeno non l’abbiamo lì pronta; almeno almeno non la sappiamo lì per lì scegliere. E poi, quanto a metempsicosi, è giusta (almeno per questo proposito del tradurre) la distinzione di corpo e d’anima? Non è giusta. Mutando corpo, si muta anche anima. Si tratta, dunque, non di conservare all’antico la sua anima in un corpo nuovo, ma di deformargliela meno che sia possibile; si tratta di scegliere per l’antico la veste nuova, che meno lo faccia parere diverso e anche ridicolo e goffo. Dobbiamo, insomma, osservare, traducendo, la stessa proporzione che è nel testo, del pensiero con la forma, dell’anima col corpo, del di dentro col di fuori. A ciò bisogna studiare e ingegnarsi: svecchiare, sovente, ciò che nella nostra lingua pareva morto; trovare, non di rado, qualche cosa che nella nostra letteratura non è ancora. Dico, noi, e dico, nella nostra: forse gli altri popoli non hanno bisogno di tanto lavorio. E sì: qualche volta a noi manca ciò che ad altri abbonda.

Di che io mi consolo tanto, perchè c’è ancora da fare, c’è ancora dell’avvenire avanti noi, c’è qualche tesoro da scoprire, qualche statua da dissotterrare, qualche gioia da godere. […]

C’è traduzione e c’è interpretazione: l’opera di chi vuol rendere e il pensiero e l’ intenzione dello scrittore, e di chi si contenta di esprimere le proposizioni soltanto; di chi vuol far gustare e di chi cerca soltanto di far capire. Quest’ultimo, il fidus interpres, non importa che renda verbum verbo: adoperi quante parole vuole, una per molte, e molte per una; basta che faccia capire ciò che lo straniero dice. E così va bene, e questa è utile arte, necessaria per chi non sa la lingua che lo straniero parla e l’interprete sa. E di queste interpretazioni è buono se ne facciano in iscritto e a voce, specialmente a voce; e si usi pur la lingua più intelligibile, nel quarto d’ora o di secolo, ai più, e sia questa quant’ella voglia essere, sciatta e scinta. Ma all’interpretazione, nella scuola, deve tener dietro la traduzione: ossia il morto scrittore di cui è morta la gente e la lingua, deve venire innanzi e dire nella nostra lingua nuova, dire esso, non io o voi, il suo pensiero che già espresse nella sua lingua antica. Dire esso a modo suo, bene o men bene che dicesse già: semplice, se era semplice, e pomposo se era pomposo, e se amava le parole viete, le cerchi ora, le parole viete, nella nostra favella, e se preferiva le frasi poetiche, non scavizzoli ora i riboboli nel parlar della plebe. Saranno essi ben altro nelle nostre, di quel che nelle loro pagine: oh! sì, morti spesso o sempre, invece che vivi; ombre e non corpi; ma le ombre assomigliano ai corpi perfettamente…

Thoughts and discussions (on translation) [1914]

By Giovanni Pascoli

But what is translation? That is a question that was asked by one of the most ingenious German philologists; and he was known to answer: “The outside must become new; the inside must remain as it is. Every good translation is a change of clothing. To be more precise, the soul remains, the body changes; real translation is metempsychosis.” It couldn’t be better said; but the fine definition doesn’t put an end to my or our doubts. A change of clothing (Travestie), which in Italian can be “travestimento” (a disguise) and “travestire” (to disguise) has a negative connotation. So, let’s clarify: we must give the ancient author new clothes, but we mustn’t disguise him. We have  disguised the past to our liking, and without wanting to, only too often. Maybe it’s due to the special characteristics of the language and the literature; the fact is that translation is not at all simple. We don’t always have, and we don’t often have clothes to offer the ancient author of prose or poetry:  either they aren’t at our immediate disposal, or, if they are, we can’t decide which to use. And, with regards to metempsychosis, is it right (at least in translation) to make a distinction between body and soul? It isn’t. By changing the body, we are also changing the soul. It is, therefore, not a question of trying to maintain the soul of the ancient in a new body, but of distorting it as little as possible: it is a question of choosing new clothes that make the author the least different, or ridiculous and awkward, possible. In other words, when translating we must respect the relationship between thought and form, soul and body, inside and outside. This is what we must study and strive for: to give new life to what seemed dead in our language; to uncover, not uncommonly, something that has yet to exist in our literature. I say we [Italians], and I say our: other populations may not have to struggle as much. And yes: sometimes we lack what others have plenty of.

What I find comforting, since there is still so much to be done, is that we still have the future before us, some treasure to uncover, some statue to unearth, some joy to relish. […]

There is translation and there is interpretation: those who want to express the authors’ thoughts and intentions, and those who just want to convey their clauses; those who want to help others experience the work, and those who simply want to help others understand it. The latter, the fidus intepres, don’t need to provide verbum verbo: they can use as many words as they like, one word to express many and many to express one; as long as they make what the foreigner said comprehensible. And that’s fine, and it’s a useful art, essential for those who don’t know the foreign tongue, which the interpreter does know. And these interpretations best be written and spoken, especially spoken; and the language best be comprehensible, for a quarter of an hour or for a quarter of a century, to the majority of people, and as informal and loose as it wants to be. But in school the interpretation must be followed by the translation, or rather, the dead author, whose people are dead and whose language is dead, must come forward – the author, not I or you –and express the thoughts he already expressed in his own language in our new language. Saying, in his own way, nicely or not so nicely, what he has already said: simple, if it was simple, pompous if it was pompous; and if he happened to love trite words, he should use trite words in our language; and if he preferred poetic phrases, he shouldn’t be searching in the vernacular of the common people. The words will be quite different in our language, different from what they were in those pages. They will often or always be dead instead of alive, shadows and not bodies; but shadows look exactly like bodies…

 

 

Translation by ©Matilda Colarossi

Giovanni Pascoli (1855-1912) was possibly the greatest Italian poet writing at the beginning of the twentieth century. This excerpt can be found at http://www.classicitaliani.it/pascoli/prosa/pascoli_era_nuova.htm
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