Il maniaco inglese

 

Di Enzo Fileno Carabba

Ricordo con apprensione il maniaco inglese.

E’ vero che certi paesaggi inglesi, con quella luce cupa e corpuscolare, renderebbero inquietante anche San Francesco  nei suoi momenti migliori, tuttavia bisogna riconoscere che il soggetto con  cui ebbi modo di confrontarmi non era tra i più rassicuranti.

Avevo sui quattordici anni. Mi trovavo in una cittadina sul mare, ospite di una famiglia di forti bevitori, che in compenso risparmiavano sul cibo: perlomeno su quello che davano a me. Si trattava di una di quelle vacanze studio durante le quali si dovrebbe imparare l’inglese. Purtroppo il mio rapporto con l’inglese era di considerevole distanza. Soprattutto per quanto riguarda il parlato. Prima o poi troverò per questo mio problema una giustificazione profonda.

Uno dei fattori  che indeboliva la mia capacità di apprendimento è che saltavo le lezioni. E non posso neanche dire che avevo trovato un gruppo di italiani con cui parlavo italiano. Andavo invece a camminare lungo la scogliera, da solo.

Una volta decisi di fare le cose in grande e camminai tutto il giorno. Quando cammini tutto il giorno finisce che viene buio.  Su questo non  avevo riflettuto fino in fondo. Ero libero e spensierato. Feci perfino il bagno. L’acqua era scura ma affascinante. Nel tardo pomeriggio mi voltai  e capii che non avrei mai potuto ripercorrere la strada fatta. Tra l’altro in molti punti mi ero dovuto arrampicare un po’ sulla scogliera per poi ridiscendere: sarebbe stato difficile farlo col buio, anche se una volta avevo letto un fumetto dove un personaggio, mi sembra Diabolik, fa qualcosa di simile. Infine il mare mi sembrava salito, per cui avrei dovuto arrampicarmi più spesso che all’andata.

Decisi di risalire completamente la scogliera, che in quel punto formava una specie di panettone, e vedere cosa c’era sopra. Di sicuro avrei trovato una strada per tornare indietro.

In cima c’era un bosco. Sul finire della salita cominciai a vedere le punte degli alberi. Vidi anche una testolina sopra di me: un signore stava appoggiato a una staccionata sul bordo della scogliera.

Aveva un’aria stupita di vedermi là. Piacevolmente stupita. Mi fece un cenno e lo raggiunsi.

Era gentilissimo e mi sentii in salvo. E’ vero che non vedevo una vera e propria strada asfaltata, ma una serie di sentieri il cui senso non mi era chiaro. Ma il signore mi disse che mi avrebbe accompagnato lui fuori dal bosco.

Quando gli spiegai dove abitavo mi rispose che ci trovavamo a molti chilometri da casa. Troppi. Impossibile raggiungerla se non a notte fonda, anche camminando sulla strada. Si offrì di accompagnarmi: non solo fuori dal bosco, ma anche a casa, con la sua macchina.

Ero contento. Tra l’altro avevo fame e sete, perché i miei scarsi viveri erano finiti da ore. In verità non avevo previsto un giro così lungo: gli orizzonti mi si erano ampliati via via che andavo avanti.

Ci avviammo a piedi dentro il  bosco.

E qui si verificò il miracolo. Durante l’intero, interminabile tragitto, io parlai tranquillamente in inglese. Parlavo con quel signore fine e compito come se non avessi mai fatto altro in vita mia che parlare in inglese. Voglio proprio chiarire il meccanismo perché non ci siano equivoci: lui diceva le cose, io le capivo, rispondevo, lui capiva, parlava a sua volta. Una cosa che non mi era mai capitata. Giunsi a sospettare che si trattasse di telepatia.

Più tardi compresi che non si era trattato affatto telepatia, altrimenti avrei capito cosa aveva in mente.

Mi raccontò che faceva il controllore di volo non so dove, e mi spiegò vari problemi connessi al suo lavoro. Gli chiesi notizie sui pesci che popolavano quel tratto di mare.

A un certo punto cominciai a provare inquietudine, perché non arrivavamo mai. Il bosco non aveva fine. O eravamo in piena Amazzonia, o quello mi stava facendo fare dei giri a vuoto.

Arrivammo a un laghetto che ormai la luce era solo una tenebra rossastra. Tutto giulivo il controllore di volo mi disse: sai, ti ho portato qui perché volevo proprio farti  vedere questo laghetto.

Come…?

E’ per questo che giravamo da un tempo interminabile? Voleva farmi vedere quel laghetto? Vi assicuro che era un laghetto insignificante, e dire che io non saprò parlare le lingue straniere ma in compenso sono uno che sa cogliere il fascino di un laghetto come si deve.

Lì veramente sentii una stilettata di paura.

Non ero di fronte ai consueti molestatori di Campo di Marte, soggetti con cui avevo raggiunto un tale grado di familiarità  che ormai potevo essere io a abusare di loro. Qua ero di fronte a un autentico, tipico maniaco inglese. Per di più all’interno di un bosco sconosciuto e tenebroso, che includeva un laghetto insignificante.

Perlomeno: insignificante dal punto di vista delle Scienze naturali, ma ottimo per un film dell’orrore.

Ebbi la sensazione che stavolta, per davvero, nonostante i miei poteri dialettici e paranormali, la situazione stesse sfuggendo al mio controllo.

Anche i tratti somatici del maniaco non erano quei tratti paciocconi e in qualche modo rurali a cui era avvezzo. Aveva i tratti raffinati del colonizzatore, sia pure colonizzatore di minorenni.

Il maniaco inglese (inteso come soggetto generico) per antica consuetudine, sa  essere molto più insidioso perfino rispetto al maniaco americano, che di solito ha una sua foga per così dire genuina. Oggi il maniaco americano è all’apice della sua gloria, ma il maniaco inglese aspetta nell’ombra il proprio inevitabile ritorno.

Cercavo di continuare a parlare normalmente, ma lui dovette avvertire che qualcosa era cambiato dentro di me perché si voltò e con un sottile gelo nella voce mi disse: Vuoi che andiamo alla macchina?

Ecco, bravo, pensai.

Intuivo che la macchina non era la salvezza definitiva, anzi poteva essere l’inizio della fine, ma non vedevo alternative. Magari una volta raggiunta la strada asfaltata potevo darmi alla fuga. Ma non lì, in quel bosco che lui certo conosceva meglio di me.

Di tutto avevo voglia, fuorché finire stuprato e ucciso sul bordo di quel laghetto. Tra l’altro, non una traccia di vita si notava attorno o dentro allo specchio d’acqua. Il che era particolarmente strano perché di solito attorno ai laghetti la sera c’è un certo fermento. Come minimo era pieno di cadaveri.

Il controllore di volo parve rimanerci un po’ male, per il fatto che avevo detto che volevo andare alla macchina. Disse che avendo capito che mi interessavano i pesci mi aveva portato al laghetto perché sapeva che pullulava di pesci.

Come se non ci fosse il mare alle nostre spalle! Tra l’altro,  gli avevo chiesto notizie circa gli organismi marini,  non circa i pesci d’acqua dolce. Un maniaco confuso.

Feci un gran sorriso e gli dissi che i pesci del laghetto mi interessavano moltissimo, ma ne avremmo parlato un’altra volta.

Lui allora, forse lieto per il mio accenno a un futuro comune,  si decise e mi portò alla macchina.

Quella  non era una macchina, bensì una pasticceria  ambulante. Una versione moderna della casetta di marzapane della strega di Hansel e Gretel. Il controllore di volo tirava fuori dolciumi di ogni tipo. Caramelle, come ogni maniaco classico, ma anche cioccolata, pasticcini, addirittura mi offrì una piccola torta. Vorrei fare i complimenti al tipo che ha progettato quella macchina, per l’alto numero di ripiani e sportelletti. Una vera macchina da adescatore.

Lo sapevo benissimo che non dovevo mangiare niente di quello che mi offriva, che c’erano alte probabilità che fosse cibo drogato. Perché è chiaro che uno che tiene tutta quella roba in macchina ha qualcosa che non va. Ha molto che non va. Se non è un maniaco ha comunque dei problemi, se non altro alimentari.

Tuttavia nonostante sapessi benissimo che non dovevo farlo mangiai un po’ di cioccolata e qualche pasticcino. Tra l’altro non sono neanche un amante dei dolci. Ma avevo una tale fame! Mi sentivo come quelli che nei film vanno incontro al mostro, allora lo spettatore dice: non farlo, non farlo, non entrare in quella stanza,  ma il personaggio è un tale idiota!

Sapevo cosa prova.

Insomma mangiai. Poi avevo sete.

Quello era una volpe.  Fece scorrere il fianco di uno sportello: era pieno di bottiglie piccole piccole, tipo bottiglie di liquore fatte dai frati. Tutta roba alcolica.

Stavo per stramazzare dalla sete ma rifiutai. Di sicuro la droga era lì. Il cibo serviva solo per farmi venire sete e in questo si rivelò efficace.

Per rassicurarmi, il controllore mi appoggiò  una mano sulla coscia.

Feci finta di nulla ma in un supremo sforzo immaginativo dettato dalla disperazione e dalla sete dissi che dovevo assolutamente andare a casa, altrimenti mi avrebbe cercato la polizia.

La parola polizia sembrò interessarlo.

Ma poteva anche  essere un lampo di eccitazione quello che vidi nei suoi occhi, magari lui andava matto per gli stupri portati a termine con le ricerche della polizia in corso. Continuai dicendo che sì, dovevo tornare immediatamente a casa. Ma volevo anche rivederlo.

Spero che cogliate la finezza strategica.

Il poveruomo si commosse e mi tolse la mano dalla coscia, forse perché non poteva guidare con una mano sola. Mi riportò a casa, anzi poco distante, perché non mi fidavo a fargli sapere dove abitavo.

Fissammo solennemente un appuntamento: giovedì alle 12, me lo ricordo ancora. Alla base della scalinata, perché c’era una scalinata.

Confesso che non andai.

The English Maniac

 

By Enzo Fileno Carabba

The memory of the English maniac fills me with apprehension.

And although it is true that certain English landscapes, with that bleak crepuscular light, could make even Saint Francis look threatening, the person I ran into was, I have to admit, anything but reassuring.

I was about fourteen years old and staying in a town on the seaside. I was the guest of a family of heavy drinkers, who, however, were light on food: or at least on the food they served me. It was one of those study holiday things where you were supposed to learn English. Unfortunately the English language and I were living separately. Especially when it came to spoken English. I will one day discover the deep-rooted cause of my problem.

One of the reasons that hindered my progress was that I skipped classes. And I can’t even say that I found a group of Italians to speak Italian to. What I did, in fact, do was walk along the cliffs, alone.

Once I decided to do things big time and walked all day long. When you walk all day long, sooner or later it gets dark. I hadn’t thought that part out. I was free and without a care. I even went for a swim. The water was dark but fantastic. Late in the afternoon I looked behind me and realized I would never be able to make it back. I had had to climb up and down the cliffs in certain spots: it would be impossible to do in the dark, even if I read a comic strip once where the protagonist, I think it was Diabolik, did something like that. The level of the sea seemed higher too, which meant I would have had to climb even more than before.

I decided to make my way to the top of the cliff, which in that spot jutted out kind of like a huge loaf, to see what was on the top. I was certain I would find my way back home from there.

At the top there was a forest. Near the end of the climb I could see the tips of the trees. I could also see a head just above me: a man was leaning over a fence on the edge of the cliff.

He seemed shocked to see me there. Pleasantly shocked. He waved and I went towards him.

He was very nice and I felt rescued. I couldn’t see a real road or anything, just a lot of trails that didn’t make much sense to me. But the man said he would help me make it out of the forest.

When I told him where I was staying, he said we were pretty far from home. Too far. There was no way we could make it back before night, even if we took the road. He offered to accompany me: not just out of the forest, but home even, in his car.

I was glad. I was also hungry and thirsty, because I had finished the little food I had brought with me hours before. I hadn’t really counted on walking so far: the horizons stretched out before me the more and more I walked.

We went into the forest.

And there a miracle happened. During the whole, endless walk, I spoke in English, effortlessly. I spoke to that pleasant, gentle man as if I had done nothing but speak English all my life. I want to make this absolutely clear, so that there are no misunderstandings: he said things, I understood them, replied, he understood, and replied. It had never happened to me before. I suspected it was telepathy.

Afterwards I realized it couldn’t have been telepathy because otherwise I would have known what was on his mind.

He told me he was an air-traffic controller I have no idea where, and explained various problems related to his job. I asked what kind of fish lived in that part of the sea.

At a certain point I started to worry, because we didn’t seem to be getting anywhere. The forest was endless. We were either in the Amazon or he was leading me in circles.

We reached a lake when the sky was turning reddish black. The air traffic controller looked at me and chirped happily: you know, I brought you here because I really wanted you to see this lake.

What…?

And that’s why we’d been walking for so long? He wanted me to see a lake? I can assure you that the lake was no big deal, and though I may not know how to speak foreign languages, I have no trouble identifying an exceptional lake when I see one.

It was then that I really felt a stab of fear.

This wasn’t your everyday Campo di Marte molester, molesters I was familiar with,  who I could have molested even. This was your authentic, typical English maniac. And what’s more, in a dark forest I didn’t know my way around and with an insignificant lake.

I mean, insignificant in a natural science sort of way, but great for a horror film.

I got the impression, seriously this time, that notwithstanding my linguistic and paranormal abilities, the situation was getting out of hand.

Even the physical traits of the maniac were not the good-natured somewhat country-bumpkin type I was used to. He had the fine features of a colonizer, a child colonizer.

The English maniac (in the general sense of the term), historically, can be much more dangerous than even the American maniac, who usually has a somewhat genuine fury. Today the American maniac is at the height of his glory, but the English maniac lurks in the shadows ready to make an inevitable come back.

I tried to keep conversing normally, but he must have sensed that something had changed in me because he turned, and with a slightly icy edge to his words said: do you want us to go to the car?

There now, great, I thought.

I realized that the car did not represent certain safety, it may well have meant the beginning of the end, but I could see no alternative. Maybe once we reached the road I could make a run for it. But not there, in a forest he most certainly knew better than I did. If there was anything I didn’t want, it was to be raped and killed on the edge of that lake. In addition, there was not a single sign of life in or around that pool of water. Which was pretty strange, because there is usually a lot of action around a lake at night. It was probably full of dead bodies.

The air traffic controller seemed disappointed when I said I wanted to go to the car. He said he had brought me to the lake because he understood my passion for fish and that the lake was jumping with them.

As if we didn’t have the sea just behind us! Plus, I had asked him about salt water not fresh water fish.

A confused maniac.

I smiled brightly and said that the fish in the lake did interest me, but that we could talk about it another time.

He, probably happy that I had alluded to a future together, made up his mind and took me to the car.

It wasn’t a car; it was a travelling bakery. A modern version of Hansel and Gretel’s gingerbread house. The air traffic controller started pulling out every possible type of sweet. Candies, like every classical maniac, but also chocolate, pastry, and he even offered me a small cake. I’d like to compliment the man who invented that car for the numerous slots and compartments. A child predator’s car of choice.

I knew I shouldn’t eat any of the food he offered me, that there was a good chance he had spiked it with something. Because it’s obvious that anyone who keeps all that stuff in a car has something wrong with him. A lot wrong with him. Even if he isn’t a maniac, he still has problems, if nothing else, problems with food.

Anyways, even though I knew I shouldn’t have, I ate some chocolate and some cookies. And  I’m not even a big fan of sweets. But I was so hungry. I was like the people in those films, the ones who move towards the monster and the audience yells: don’t, don’t do it, don’t go into that room, but the protagonist is such an idiot!

I know how he felt.

So I ate. Then I got thirsty.

That man was cunning. He rolled open a side drawer: it was full of tiny bottles, like the liquor the monks make.

Alcohol, all of it.

I was dying of thirst but I said no. I was sure the drugs were in there. The food was just to make me thirsty, and it had worked.

To make me feel safe, the air traffic controller placed his hand on my thigh.

I pretended not to notice, but with a great leap of the imagination, the result, for the most part, of desperation and thirst, I said I absolutely had to get back home, because otherwise the police would certainly come looking for me.

The word police seemed to interest him.

However, maybe what I saw in his eyes was a spark of excitement; perhaps he liked the idea of rape in the course of a police search. I kept saying that, yes, I really had to get home right away. But that I also wanted to see him again.

I hope you can appreciate the fine strategic thinking.

The poor man was touched and removed his hand from my thigh, probably because he couldn’t drive with just one hand. He took me home, or rather a short distance from home, because I didn’t trust him to know where I was staying.

We solemnly arranged to meet: Thursday at 12, I can still remember the time. At the bottom of the steps, because there were steps.

I must confess that I did not go.

Translation by ©Matilda Colarossi

In 1991 Enzo Fileno Carabba was  awarded the “Premio Calvino” for his book Jakob Pesciolini. He has since published extensively and has seen his work translated into both French and *German (the most recent is *Con un poco di zucchero, Mondadori).

Il maniaco inglese can be found on-line at http://www.carmillaonline.com/2008/05/07/discese-estreme-capitolo-15/

The illustration is by Liza Schiavi. Liza’s work can be found at http://www.lizaschiavi.it/project_tag/discese-estreme/

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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