L’«indelebile nonnulla» di Bartolo Cattafi. Dodici poesie

6 marzo 2015

da Massimo Gezzi |

[Nel 2004, grazie alla disponibilità e alla gentilezza di Ada De Alessandri Cattafi, uscivano su «Poesia» di Crocetti dodici poesie inedite di Bartolo Cattafi, scelte da me e avallate da Giovanni Raboni. Ripropongo qui l’articolo introduttivo a quei testi (ora confluito in Tra le pagine e il mondo, Italic Pequod 2015) e, di seguito, le dodici poesie di Cattafi, parzialmente accolte poi in B. Cattafi, Simùn, a cura di S. Ramat, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2004. Rinnovo il mio più sincero ringraziamento ad Ada ed Elisabetta Cattafi (mg)].

«L’osso, l’anima è uno dei libri più belli, più ‘pesanti’ di questi anni. Per conto mio (…) è la testimonianza più alta e organica (…) resa in questi anni (…) da uno scrittore della cosiddetta quarta generazione». Sono passati quarant’anni esatti da quando Giovanni Raboni, dalle colonne di aut aut, arrischiava questo giudizio audace ed apodittico, ancor più audace se si considera il contesto letterario cui esso fa riferimento (è la stagione del Gruppo 63, di Nel magma di Luzi, delle Poesie in forma di rosa di Pasolini…). Da allora Bartolo Cattafi ha pubblicato altre sette raccolte poetiche (oltre a qualche plaquettes); è deceduto ad appena cinquantasette anni nel ‘79; ha patito l’esclusione dalle più autorevoli antologie della poesia italiana del Novecento (Sanguineti e Mengaldo); è finito in una dimenticanza pressoché generale. Sino a che, da qualche anno, l’attenzione che merita sembra finalmente rinascere, il suo nome spuntare più di frequente nelle pagine di pubblicazioni di vario genere o sulla bocca dei lettori.

Merito dell’Oscar curato da Raboni e Vincenzo Leotta (2001), in primo luogo; ma merito anche di scrittori e studiosi che stanno comprendendo e dichiarando ciò che Luigi Baldacci, fra gli altri, aveva compreso decenni fa, e cioè che Cattafi è probabilmente uno dei massimi poeti del Novecento italiano: Laura Barile elegge un suo verso per il titolo di un romanzo (Il resto manca, Aragno 2003); un giovane poeta, Pierre Lepori, estrae da un suo testo un esergo per una sezione del proprio libro d’esordio (Qualunque sia il nome, Casagrande 2003); valenti studiosi (da ultimo Andrea Cortellessa) si occupano di lui; gli vengono dedicate tesi e ricerche con più frequenza. Proprio da una tesi di laurea nasce l’ultimo contributo a questa Cattafi-renaissance: si tratta della pregevole monografia di Paolo Maccari (Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Sefedit 2003), allievo di Baldacci all’Ateneo Fiorentino ed erede della stima nutrita dal maestro per il poeta siciliano-lombardo. Maccari ha saputo abilmente incanalare la sua passione per Cattafi, dichiarata e militante, negli argini di una indagine condotta con strumenti aggiornati, fornendo tra l’altro la possibilità di leggere in Appendice un discreto numero di testi inediti, appartenenti al periodo giovanile o coevi alle poesie finite ne L’osso, l’anima.

Le carte cattafiane nascondono tuttora materiali inediti di prima qualità. Se ne accorse Marco Forti, quando nel 1999 commentò su «Antologia Vieusseux» (14, 1999) 24 inediti «degli anni 1971-73», senza per altro riprodurli; dallo stesso faldone cui ha attinto Forti abbiamo tratto le poesie presentate qui per la prima volta, tutte verosimilmente contemporanee a quelle confluite ne La discesa al trono (1975) e in Marzo e le sue idi (1977), e perciò risalenti agli anni 1972-73. Si tratta di dodici testi accuratamente scritti a mano da Cattafi su fogli sparsi, privi di correzioni e dunque apparentemente apprestati per un’eventuale pubblicazione e poi invece esclusi da tutte le raccolte. Non è possibile decidere con sicurezza il motivo del ripudio di tali testi; si può però ipotizzare, anche sulla base della testimonianza di Raboni, che l’editore imponesse qualche limite di spazio all’esuberanza del Cattafi degli anni Settanta: basti osservare che alcune delle sue ultime raccolte (L’aria secca del fuoco e Marzo e le sue idi) presentano i testi uno di seguito all’altro, non rispettando cioè l’usuale rispondenza biunivoca tra poesia e pagina. Sia come sia, questi testi ci paiono pienamente risolti e del tutto meritevoli di essere affiancati a quelli editi nelle raccolte citate, e offrirli in queste pagine costituirà, se non altro, un ulteriore contributo alla rilettura di questo notevole poeta.

Si tratta di testi del tutto coerenti con la produzione cattafiana degli anni Sessanta e Settanta: vi si riconoscono immagini, allegoriche o allusive, che si configurano come tenacissime stelle fisse all’interno del cosmo ideografico di Cattafi: si vedano i «metalli veloci» di Mani avanti, proiettili che schizzano su un binario e che possono richiamare alla memoria la macchina metallica di Qualcosa di preciso, con un di più di allarme, però, lo stesso che comunicano i testi più claustrofobici de L’osso, quelli in cui l’io si assottiglia sino a coincidere con la propria Sagoma – titolo di testo e di sezione – stampata contro un muro ed esposta alla mira di un nemico imprecisato; o si consideri la dicotomia implicata in Sfatare, dove le «calde luci taglienti» annullano l’umido e l’ombra della foresta, in una pulsione all’ordine che in molte poesie degli anni Settanta (specie de L’allodola ottobrina) confligge con la fobia opposta della immobilizzazione, della neutralizzazione di una Dismisura che in un testo omonimo e memorabile dell’Allodola è allegorizzata per mezzo dell’immagine di una rabbiosa quaglia in gabbia. Una bipolarità simile dimostra anche Alfiere, in cui il paradosso nasce dall’improvviso gap che interrompe e inverte la consequenzialità logica degli eventi: così un «impettito / alfiere» diventa unica possibilità di salvezza, a patto però – e l’immagine è straordinaria – che getti la bandiera e vada a gridare «Scacco» in faccia al proprio re. In Un discorso un interlocutore, che forse non è altri che l’io, siede nervosamente in una stanza, situazione che attraversa tutta l’opera di Cattafi, da Una stanza in rue de Seine del 1954 – semplificando – sino al lampo di Non si evade dell’Allodola («Non si evade da questa stanza / da quanto qui dentro non accade») e ben oltre. Alle «foglie unanimi / girate verso il nulla» con cui questo inedito si chiude risponde la pienezza dei due brevi testi successivi: la freschissima e sorprendente metafora dell’»atlantico del letto» della splendida Al mattino, e l’altra del «mare spalancato della rosa» di Come le cose. L’io può pure mascherarsi da silenzioso Stilita, ridotto a «uno sgorbio ondeggiante nel vento», che ignora quel che accade alla base della sua colonna; oppure può identificarsi, come nella bella e problematica Per strada, con un volto che etimologicamente diventa persona, maschera pirandellianamente non più rispondente al nome che la porta (tema anche questo più volte frequentato dal Cattafi maturo: basti leggere l’incipit della coeva Proposta, tratta da La discesa al trono: «Ora che siamo seduti tutti in giro / la mia proposta è di toglierci la faccia / e tagliarla a strisce /…»).

Il pronome di prima persona poi, come in molte poesie de L’osso, l’anima, può tornare ad essere declinato al plurale: succede nell’inquietante favola kafkiana Allo scoperto, dove l’io diventa un «noi» composto di uomini ridotti ad «ombre», che attendono la fatale caduta di «altri» all’interno del loro stesso allucinato circolo metafisico; mentre in Non credo l’io riprende decisamente la parola, sconfessando ciò che auspica in Sfatare, ovvero le «croste opprimenti / che negano il volo», le sbarre posticce che impongono un ordine percepito come falso e innaturale, se il poeta è in grado di vedere l’albero ritornare «a colpi regressivi di moviola / a chiudersi nel seme» (salvo poi scoprirsi incapace di invertire la marcia alla propria «morte a dismisura»). In mano il fuoco è un componimento che, nella distinzione proposta da Raboni tra un registro «descrittivo e narrativo» e uno «astratto-speculativo» che caratterizzerebbero pendolarmente l’intera opera di Cattafi, andrebbe annoverato tra i testi in cui agisce questa seconda modalità: il fuoco, da scrittura che s’imprime «su cose sconosciute» (eco delle montaliane «lettere di fuoco»?), scappa di mano, sembra voler acquisire una forma capace di consegnare un significato allegorico che poi invece non si coagula, resta allusivo e frammentario, risonante di vaghi echi biblici. Echi che diventano eliotiani in Come un capello, in cui una Waste Land («questa brulla terra di nessuno») è turbata da un’epifania minima, introdotta dalla similitudine monca – perché non conchiusa da un secondo termine – suggerita dal titolo. Proprio da quest’ultimo testo si sarebbe tentati di estrarre una sorta di cifra dell’intera poesia cattafiana: quell’ossimorico, paradossale «indelebile nonnulla» – che per sineddoche potrà essere anche l’uomo – di cui Cattafi tentò strenuamente di desumere il senso attraverso una poesia radicalmente intesa, con parole sue, come «tentata decifrazione del mondo».

* * *
Bartolo Cattafi, Dodici poesie

Mani avanti

Prevenire il colpo
mettere le mani avanti
crearsi un po’ di spazio
contro metalli veloci
che spesso passano
nel binario accanto
imprecando
avendo sbagliato mira.

*
Sfatare

Bisognava sfatare la foresta
dare lo sfratto
a umido e ombra
con calde luci taglienti
metterla a soqquadro
fare fracasso e dire
che i suoi abitanti sono chiari
leggibili da sinistri a destra
dall’alto verso il basso.

*
Alfiere

Sul piano inclinato
delle nostre azioni
all’ultimo bivacco
giunti a pochi metri dalla morte
col dito sul grilletto
chi può ancora salvarci è l’impettito
alfiere
se si sgonfia
se la bandiera butta alle ortiche
se al nostro re va a dirgli Scacco
e rompile per sempre
non mettere in ordine le righe.

*
Un discorso

Seduto in una stanza
dipinta a strisce discordi
di colore e di direzione
(alcune s’avventano su altre)
le unghie ti mordi
gli occhi assorti
come di chi porta
fuori di lì un discorso
entrando nel biancore abbacinante
d’un bosco di betulle dislocato
in un qualsiasi punto della vita
seguendo foglie unanimi
girate verso il nulla.

*

Al mattino

Addosso mi drappeggio
un manto imperiale
passeggio lungo l’orlo
di lucide follie
accarezzo i fianchi
di delizie perfette
fra i lenzuoli al mattino
nuotando nell’atlantico del letto.

*
Come le cose

Come le cose che vengono dal nulla
come la neve i passeri la pioggia
il polline emerso
dal mare spalancato della rosa.

*
Stilita

Parlavo prima
ai tempi verdi del muschio
con la voce del marmo
o del bronzo
sorretto da fibre salde
immobile come un occhio
nella ruota dei venti
non mi curo oramai
se le nere onde degli inferi
sbattono non sbattono
alla base della colonna
fossi una foglia d’acanto
stampato nella pietra
ma attenta
incollata al suo fusto
e non un cencio
uno sgorbio ondeggiante nel vento.

*
Per strada

Vai
ad occhi aperti cammina
ne vedrai di belle
per strada
un paralume
una scarpa
un orecchio
la copertina d’un libro forse
fatti con la tua pelle
e la tua faccia triste
a uno specchio
sotto un altro nome.

*
Allo scoperto

Usciti allo scoperto
corremmo a scatti
ci acquattammo
tornammo a correre
di colpo diventammo ombre
nell’ombra più fonda
da dove con occhi scintillanti
guardiamo gli altri uscire allo scoperto
correre a scatti
acquattarsi
rialzarsi a correre
a diventare ombre.

*
Non credo

Non credo alle croste opprimenti
che negano il volo
alla cinta dei muri
alle finte sbarre
l’albero può tornare indietro
a colpi regressivi di moviola
a chiudersi nel seme
ma quale raggio non scrive
la mia crescita e morte
morte a dismisura?

*
In mano il fuoco

Prendere in mano il fuoco
e scrivere su cose sconosciute
come un pazzo che stampa
caratteri d’un fuoco
che gli scappa di mano
e si erge a grande criniera
grande dorso
su cui alla cieca
alla luce abbagliante cavalcare.

*
Come un capello

Come un capello curvo
una mezzaluna
un esile arco
finemente inciso
indelebile nonnulla
infilabile in una cruna
una piccola unghiata come un segno
di monito e ricordo
in questa brulla terra di nessuno.

[Poesia», XVII, 184, giugno 2004].
[Le poesie Al mattino, Come le cose, Un discorso, Come un capello, Allo scoperto, Stilita, Non credo, In mano il fuoco, Alfiere sono state poi ripubblicate da Silvio Ramat in B. Cattafi, Simùn, a cura di S. Ramat, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2004].

 

“Indelible nothing” by Bartolo Cattafi. Twelve poems

March 6 2015

by Massimo Gezzi

[In 2004, with the consent and kindness of Ada De Alessandri Cattafi, twelve unpublished poems, chosen by me and agreed upon by Giovanni Raboni, came out in “Poesia”, edited by Crocetti. I am now presenting the introduction (found today in Tra le pagine e il mondo, Cattafi, Italic Pequod 2015), as well as the twelve poems by Cattafi, published, in part, in B. Cattafi, Simùn, edited by S. Ramat, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2004. Again, my heartfelt thanks to Ada and Elisabetta Cattafi. (mg).]

L’osso, l’anima is one of the most beautiful, most ‘substantial’ works of the past years. For me […] it is the highest and most organic testimony […] produced in recent times […] by an author of what is referred to as the ‘fourth generation’.” Exactly forty years have passed since, from the columns of aut aut, Giovanni Raboni ventured to make such an audacious, apodictic statement, even more audacious if we consider the text to which it refers (at a time of Gruppo 63, Luzi’s Nel magma, and Pasolini’s Poesia in forma di rosa, etc.). From that time, Bartolo Cattafi published seven collections of poems (and a number of booklets); and, in 1979, passed away at the very young age of fifty-seven. He was excluded from some of the most important 21th century Italian anthologies (Sanguineti, and Mengaldo), and almost totally forgotten. But in recent years, the attention he so rightly deserves seems to have been rekindled, and his name appears more and more often in the pages of various reviews, and on the lips of more and more readers.

This is, first of all, owing to the Oscar edited by Raboni and Vincenzo Leotta (2001); but it is also thanks to the writers and scholars who finally understand, and are stating, what Luigi Baldacci, among others, realized tens of years ago: Cattafi is probably one of the major 21st century Italian poets. Laura Barile chose one of his verses for the title of her novel (Il resto manca [All else is missing], Aragno, 2003); a young poet, Pierre Lepori, extracted a token for a section of his first book (Qualunque sia il nome [Whatever the name], Casagrande 2003); valiant scholars (ultimately Andrea Cortellessa) are studying him; and texts and research papers are being dedicated to him more and more frequently. It is, in fact, from a university thesis that this Cattafi-revival was born: The precious monograph by Paolo Maccari (Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Sefedit 2003), who was a student of professor Baldacci’s at the University of Florence, and inherited his esteem for the Sicilian-Lombard poet. Maccari was able to direct his passion for Cattafi, both declared and militant, within the margins of a study carried out with modern tools, giving us the chance, among other things, to read a fair number of unpublished texts in the Appendix, collections of Cattafi’s earlier works, or from that same period, and found in L’osso, l’anima.

These papers still conceal first quality unpublished works. Marco Forti realized this when, in 1999, he commented on – without, however, publishing them – 24 unpublished poems written “from 1971-1973”, in the “Antologia Vieusseux” (14, 1999). And it is from that same body of work, that we have taken the poems presented here. These are, very likely, from the same period as those published in La discesa al trono (1975) and in Marzo e le sue idi (1977), and, therefore, possibly from 1972-73. They are 12 poems written by hand, on loose leaf paper by Cattafi, unrevised, and probably meant to be published later, but excluded from the collections. It is impossible to know exactly why these poems were left out; we can, however, based on Raboni’s testimony, presume that the editor wanted to put a limit on Cattafi’s exuberant ‘70s production. In fact, in some of his later collections (L’aria secca del fuoco, and Marzo e le idi) the poems follow one another on the same page, instead of the usual one poem per page layout. Whatever the case, these poems are finished and deserve a place near those published in the above mentioned collections. By presenting them here in these pages, we shall, if nothing else, further contribute to the rereading of this notable poet.

They are poems that are totally in sync with Cattafi’s work of the ‘60s and ‘70s: we recognize images, both allegorical and allusive, which appear like tenacious stars in Cattafi’s ideographic cosmos; we see the “swift metals” of Mani Avanti, projectiles that run speedily along a track, and which may call to mind the metallic machine in Qualcosa di preciso, but which are more alarming somehow, like some of the more claustrophobic pieces in L’osso, those in which the I rarefies to the point of coinciding with its own Sagoma [Silhouette] – the title of both the text and the section – etched on a wall, and left to be the object of an unspecified enemy; or consider the implied dichotomy in Sfatare [Dispel], where the “hot cutting lights” undo the humidity and the shadows of the forest in a quest for order, which in many ‘70s poems (especially L’allodola ottobrina) is in conflict with the opposite phobia, that of immobilization, of neutralization, of a Dismisura [Excess], which in a memorable text by the same name, in L’Allodola, is allegorized using the image of a raging caged quail. A similar bipolarity is displayed in Alfiere, in which the paradox rises from the sudden gap, which interrupts and inverts the logical consequentiality of the events. Therefore, a “stately/ knight” becomes the only hope of salvation, provided that, however – and the image is extraordinary – he throw down his flag and yell “Check” in the face of his own king. In Un discorso, the interlocutor, who is, perhaps, merely the I, sits nervously in a room, a thread which moves through all of Cattafi’s work, from, generally speaking, Una stanza in rue de Siene, 1954 to the piece in Non si evade [We don’t escape] in Allodola (“We don’t escape this room/ the things that happen here”, and so on. And in correspondence with the “unanimous leaves/ that face the nothingness”, with which this unpublished work ends, we find the richness of two subsequent brief texts: the freshness, and the surprising metaphor of the “Atlantic of the bed’ in the splendid Al mattino [In the morning]; and the “wide open sea of the rose” in Come le cose [Like the things]. The I may also disguise itself as a silent Stilita [Stylite],  reduced to “a fluttering daub in the wind” that ignores what is happening at the base of its column; or it can announce itself, like in the beautiful and problematic Per strada, with a face that etymologically becomes a person, a Pirandellian mask, which no longer corresponds to the name it carries (another frequent theme in the more mature Cattafi, for example, the opening of Proposta, from that same period: “Now that we are sitting in a circle/ I suggest we take off our face/ and cut it into strips/…”).

The first person pronoun, like in many of the poems in L’osso, l’anima, can again be found in the plural. Like in the troubling Kafkaesque fable Allo scoperto, where the I becomes ‘we’ and is made up of men who become ‘shadows’, who await the fatal decline of the ‘others’ within their own hallucinatory metaphysical circle; while in Non credo the I returns, repudiating what was hoped for in Sfatare, that is, the “oppressive crusts/ that hold back the flight”, the bogus bars that impose an order that is seen as false and unnatural, if the poet is able to imagine the tree returning “in regressive bursts of Moviola/ closing itself in its seed” (only to discover they are unable to reverse the process of their own “death to excess”). If we apply the distinction put forth by Raboni, in which he states that Cattafi’s work is characterized by a pendulum-like oscillation between a  “descriptive and narrative” register and an “abstract-speculative” one, then Fire in your hand must be listed in the second group: fire, writing that brands “unknown things” (an echo perhaps of the Montalean “letters of fire”?), escapes the hand, and seems to want to take on a shape that is able to offer an allegorical meaning, which, however, it doesn’t do, remaining allusive and fragmented, with vague biblical echoes. These echoes become Eliotesque in Come un capello [Like a hair], in which a Waste Land (“this dismal no-man’s land “) is shaken by a small epiphany, introduced by an incomplete simile – because it lacks the comparison– in the title. And it is from this text that they have tried to extract a sort of key to Cattafi’s entire body of work: that oxymoronic, paradoxical “indelible nothing” – a synecdoche, perhaps, which refers to man – whose sense Cattafi tried ardently to understand through his radically intense poetry, and in his own words, as a way  “to decipher the world”.

.

***
Bartolo Cattafi, Twelve poems

Hands high

Block the blow
hold your hands high
create a bit of space
against swift metals
that often pass
on the adjacent track
cursing
as they miss the target.

*
Dispel

We should have dispelled the forest
dislodged
humidity and shade
with warm cutting lights
turn it upside-down
create an uproar and say
that its inhabitants are clear
legible from left to right
from top to bottom.

*
Knight

On the slanted plane
of our actions
to the last encampment
just a few metres from death
with a finger on the trigger
we can be saved by no other than the stately knight
if he bows his head
if he throws the flag to the wind
if to our king he goes and says Check
and break forever
never again close the ranks.

*
A discourse

Sitting in a room
painted in stripes discordant
in colour and in direction
(some pounce on others)
your nails you bite
your eyes are rapt
like someone who steers
from there a discourse
entering the blinding whiteness
of a birch wood dislocated
at any one point in your life
following unanimous leaves
that face the nothingness.

*

In the morning

I swathe myself
in an imperial cloak
I walk along the edge
of lucid folly
I caress the thighs
of perfect delights
between the sheets in the morning
swimming in the Atlantic of our bed.

*
Like the things

Like the things that come from nothing
like the snow the sparrows the rain
the pollen sprung
from the wide open sea of the rose.

*
Stylite

I spoke once
in the green era of the moss
with a voice of marble
or of bronze
upheld by fibres secure
immobile like an eye
in the whirl of the wind
I no longer care now
if the black waves of the netherworld
slap don’t slap
at the base of the column
as if I were an acanthus leaf
carved in the stone
but careful
glued to its shaft
and not a rag
a fluttering daub in the wind.

*
On the road

Go
eyes wide open walk
you’ll see things
on the road
a lampshade
a shoe
an ear
a book cover perhaps made
of your own skin
and your sad face
in a mirror
under another name.

*
In the open

Into the open
we ran in bounds
we crouched
took to running again
suddenly becoming shadows
in the deepest of shadows
from which with shining eyes
we watch the others go out into the open
run in bounds
crouch
get up again and run
to become shadows.

*
I don’t believe

I don’t believe in oppressive crusts
that hold back the flight
of the bordering walls
of bogus bars
a tree can go backwards
in regressive bursts of Moviola
closing itself in its seed
but what ray does not write
my growth and death
death to excess?

*
Fire in your hand

Holding the fire in your hand
and writing about unknown things
like a madman who brands
letters of fire
that escape his hand
and rise to become a great mane
a great back
on which blindly
in the glaring light to gallop.

*
Like a hair

Like a hair bent
a half moon
a thin arch
finely carved
indelible nothing
passable in the eye of a needle
a small claw mark like a sign
of warning and memory
in this dismal no-man’s land

[Poesia», XVII, 184, June 2004].
[Le poesie Al mattino, Come le cose, Un discorso, Come un capello, Allo scoperto, Stilita, Non credo, In mano il fuoco, Alfiere were later republished by Silvio Ramat in B. Cattafi, Simùn, edited by S. Ramat, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genoa 2004].

.

Translation ©Matilda Colarossi

I would like to thank Ada De Alessandri Cattafi, and Massimo Gezzi for their kindness in letting me translate and publish the text and poems.

The original article can be found on the website http://www.leparoleelecose.it/?p=18053

More about Bartolo Cattafi http://www.bartolocattafi.

Painting by Lucio Fontana

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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