SANTO NATALE

Olindo Guerrini

La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che me la sbattesse in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:

—Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.

—Dunque—risposi—c’è ancora molto tempo?

—Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza… l’abbiamo sempre tra i piedi… Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?

E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.

Io avevo sulla punta della lingua una domanda sciocca.

Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e piano piano ritornai a chiudermi nello studio.

Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell’aspettazione!

Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati della notte e cacciati dal vento battevano sui vetri, fitti, fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore strano e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve, e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa e rumorosa di un mistero. Si aspetta, si tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.

Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentivo ancora le sue parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea; sorridente attraversare con me i campi dove le spiche mature erano alte come lei, dove i passeri spaventati dalle nostre risa volavano via cinguettando. Mi ricordavo il giorno in cui andammo assieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedevo e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?

Per questo desideravo che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.

Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affacendata mi fermò col suo non si può rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l’uscio. Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni; poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.

Quando Iddio e la signora Giovanna vollero, potei entrare. Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:

—Come va?

—È rinata la Lina—rispose sorridendo.

Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi guardò.

Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorella!

Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?

Oh, Santo natale della bimba mia, che tu sia benedetto!

HOLY NIGHT

Olindo Guerrini

Nurse Giovanna pushed open the door, almost catching me on the face. She looked up impatiently and said:

-Listen: do as I ask. Please go to bed.

-So – I answered – we still have a long wait?

-There is absolutely nothing you can do. You are, in fact, a hindrance, and an embarrassment…you’re always in the way…Go to bed, please. What could you possibly do to help?

And she turned her back to me as she moved towards the kitchen, which was as bright as a furnace.

I was about to ask a silly question.

I wanted to ask if the child was a boy or a girl; but I knew it wasn’t the right time to ask stupid questions. It usually took a lot to try the very ceremonious Nurse Giovanna’s patience,  and this meant she had a lot on her mind. So, I returned slowly to my study and closed the door.

The fireplace was lit, and the comfortable armchair was calling to me. The hours spent waiting were always such long ones!

Outside it was snowing, and the night-wind swept the frozen snowflakes, heavy with ice, against the window pane, sighing tremulously, almost fearfully, painfully. Every now and then the wind would wail, then calm down, and the silence was broken only by the sound, strange and muffled, of the very few carriages on the distant snow, and the measured steps of the guards on the pavement as they moved slowly by. The silence of the night is always grave and mysterious, but when your nerves are taut with watchfulness and too much coffee, that silence becomes almost alive, like someone or something that is watching in mute, frightened expectation in the darkness; and waiting for who knows what, as if that silence were going to be broken by a sudden and loud unearthing of a mystery. You wait, you listen involuntarily, closely, as if to probe the great enigma of those silent shadows, until the tension lifts, and the nightmare of anticipation slips into the delirium of sleep.

I have no idea what was the book I was reading, and I didn’t know then. I do remember, however, that it fell from my hand, and that I started to daydream, between wakefulness and sleep. I remembered the wonderful days passed in the villa with my poor daughter, and I could hear her words, as if they had just been spoken. I could see her again, blonde and pink cheeked, smiling as we crossed the fields where the mature spikes were as tall as she was, where the sparrows, frightened by our laughter, flew away twittering. I remembered the day we went fishing together, and I carried her on my shoulders across the water, and I remember how we both hid in the tall grass on the bank, in silence, waiting. I could hear her cries of triumph when a tiny roach finally caught on the hook, and I could see her standing there, curls resting on her shoulders and joy in her eyes, clapping her hands and exulting. Oh, those eyes – as blue as the petals of a violet, as big as a grown woman’s – I could see, and will forever see them in their agony, imploring for the help I could not give, swimming already in the haze of death, still large, still blue, beautiful still, and now forever closed. Is there any greater suffering in the world than what I felt while setting her in the coffin with my own hands, and then closing her eyes, the eyes I can’t bear to remember without feeling a tug at my heartstrings?

This is why I was hoping the baby would be a girl, and trembled at the thought that there was not much chance of it. These tremendous daytime ponderings followed me into my dreams, and I was sure my poor wife, who on her bed had an even more atrocious pain to bear, shared my thoughts. And so I was dreaming when the silence of the night was interrupted by a shrill cry, by a screech that turned my blood cold and made me jump up, awake and panting.

I ran out, but at the door, Miss Giovanna, who was rushing around busily, stopped me with a curt, not now. She answered my questions with a shrug and closed the door behind her. I could not stand still; I bit my lips; I pulled at my hair; and was hot. I opened a window through which the morning light filtered into the room, a light that was made brighter by the reflection on the snow. There was no one outside except the gas boy who, running, snuffed out the last lamps; then, no one else. The silence became grave and dark again. I felt as if, I don’t know why, something bad was about to happen.

God and Miss Giovanna willing, finally, I was allowed into the room. I leaned over the bed and asked my wife:

– Are you all right?

– Lina was born again – she answered smiling.

In the white cradle, among the silk and lace, lay the newborn, recovering from the stress of coming into the world. When I lifted the cover to look at her, the baby opened her eyes, as blue as the petals of a violet! It was my poor dead child looking up at me through her sister’s eyes! How do fathers refrain from going mad on such occasions?

Oh, Holy Night, my little girl’s Christmas, God bless you!

.

.

Translation ©Matilda Colarossi

Olindo Guerrini (14 October 1845 – 21 October 1916) was a poet who published under numerous pseudonyms, for example Lorenzo Stecchetti and Argìa Sbolenfi. Born in Forlì, he grew up in Ravenna, and after studying law took to a life of letters. In 1877 he published postuma, a volume of canzoniere under the name of Stecchetti, followed by Polemica (1878), Alcuni canti popolari romagnoli (1880) and other works of poetry. He was considered a leader of Verismo.

His complete works can be found at: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/olindo-guerrini-alias-argia-sbolenfi/brandelli/

The short story is from the collection Brandelli  – Milan : Floreal Liberty, 1911.

The painting presented here is called Winter Landscape and was painted by Wassily Kandinsky (1911)
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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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