Incipit Opening paragraph
Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non sono balle, scrivere è difficile. Per tutti. Si è soli, dopo le chiacchiere, le discussioni, gli incontri, le letture. Si è soli e fa fatica. E’ stato sempre un mio vanto: sì, va bene, gli altri sono disposti a seguirti nel parlare, nell’incontrarsi, nel perdere tempo. Quanti poi, però, si sanno mettere davanti alla tastiera ed “esprimere”? Cioè ricostruire, sistemare, intuire, analizzare, sintetizzare, trovare un’immagine che faccia di carne il ragionamento ecc. ecc. Si è soli.

Daniele Del Giudice, In questa luce, (Einaudi)

Here I am, in front of a white sheet of paper. How many times, since that first time? How many times still, until the last one? No shit, writing is difficult. For everyone. You’re alone, after the talks, the discussions, the meetings, the readings. You’re alone and it’s tiring. It was always something I was proud of: yeah, OK, people are willing to follow you when you’re speaking, meeting up, wasting time. How many, though, can sit in front of a keyboard and “express”? I mean reconstruct, organize, grasp, analyze, synthesize, find an image that turns a thought into flesh and blood etc. etc. You are alone.

Daniele Del Giudice, In questa luce,[In this light] (Einaudi)

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entravano nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranze, quiete.

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, (Einaudi)

I was, that winter, ridden with abstract demons. I won’t say which, this is not the reason why I’m telling you this. But I have to tell you they were abstract, not heroic, not live; demons, somehow, lost to mankind. And this, for quite some time, and I bowed my head. I saw blaring newspaper headlines and bowed my head; I saw friends, for an hour, two hours, and said not a word, but bowed my head; and I had a girlfriend or wife waiting for me but I didn’t say a word to her either, and with her too bowed my head. In the meantime it rained and days passed, months, and I had worn out shoes, water filtering in my shoes, and there was nothing more to it: rain, massacres in newspaper headlines, and water in my worn out shoes, mute friends, life in me like a deaf dream, and non hope, quiet.

Elio Vittorini, Conversation in Sicily, (Einaudi)

Translations by ©Matilda Colarossi

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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