OLTRE L’AZZURRO

Di Tania Puglia

Gli occhi mi sono esplosi. Non mi aspettavo un sole così forte. Le nuvole, prima amiche e poi traditrici, lo hanno liberato troppo presto. Sono fermo, sbatto le palpebre, ma ancora niente: solo luce. Non so quanto tempo resisterò così. Sento un brivido scendermi lungo la schiena, basta che non arrivi alle gambe, non devono tremare. Non ora. Dopo semmai, se tutto andrà bene. Ma deve essere così: io sono il prescelto.

Dacché ne ho ricordo me lo hanno sempre ripetuto. Mia madre e la nutrice se ne erano accorte al momento del parto, dicevano che ero nato camminando sul cordone: i piedi ben piantati uno dietro l’altro su quel budello viscido e scivoloso.

“Gli dei ti hanno riservato qualcosa di speciale.” mi ripeteva Lucina, la nutrice. “Tu non camminerai come gli altri, ma sarai sempre al di sopra di tutto e di tutti.”

E’ senz’altro per questo che ora sono quassù e le gambe non tremano, mi sembra di non averle. La luce si sta spegnendo, finalmente. Chiudo e riapro gli occhi, tutto è tornato visibile. Ecco la fune, la sento sotto ai piedi. Ho lasciato i calzari, cammino meglio a piedi nudi. Ho imparato a fare passi piccoli ma decisi, a guardare dritto davanti a me, seguendo la fune tesa, senza guardare in giù, ma sempre avanti senza esitare.

La prima volta è stata sul pozzo. La corda del secchio pieno d’acqua, era tesa sull’apertura e mia madre mi aveva trovato che ci camminavo sopra: un piede dietro l’altro, proprio come sul cordone. Vi ero salito da solo e quando lei aveva urlato mi ero girato rimanendo in equilibrio, e le avevo sorriso.

Da allora avevo vissuto più in aria che a contatto della terra.  Avevo imparato a intrecciare la fune sempre più lunga e più grossa per sostenere il mio peso che cambiava crescendo. Lucina spesso mi aiutava, mi frizionava i piedi, mi incitava a salire più in alto.

“Gli dei ti vogliono più vicino. Sali da loro. Cammina in mezzo a loro.”

Oggi gli sono vicinissimo. Non ero mai salito così in alto. So che loro mi osservano, sono qui con me e questo mi dà la forza di continuare. La fune è lunga, non vedo la fine, ma non ho paura. Io sono il prescelto.

Non è stato sempre facile camminare sospeso. Ho dovuto imparare a controllare la paura e a sopportare il dolore delle cadute.  A prevedere, dall’increspatura del mare, la comparsa del vento, il mio grande nemico.  A capire che non bastava stare a braccia spalancate per mantenere l’equilibrio. Avrei dovuto trovare qualcosa che le allungasse per essere più stabile, qualcosa di leggero perché altrimenti avrebbe stancato quelle vere. Avevo provato con rami sfrondati, ma o erano troppo corti, o pesanti o troppo leggeri.  Avevo fatto unire dal fabbro più verghe, ma il peso era sempre troppo grande. Alla fine, quando meno me l’aspettavo mi avevano offerto una strana canna: lunga, leggera e verde. Da noi non cresceva, ma il mercante che l’aveva portata da terre lontane me ne fece dono. Il più bello.

Le mie mani non sanguinavano più intrecciando le funi, ormai erano coperte di calli, le fibre di canapa scivolavano tra le dita inspessite senza tagliarmi e la pelle della pianta dei piedi era indurita come il cuoio degli scudi dei soldati.

Avevo steso funi tra alberi, case, templi e baratri, sostenuto dalle persone che mi amavano e incitato da quelli che venivano a vedermi camminare verso gli dei.

La mia fama mi precedeva ovunque andassi e non fui sorpreso quando mi dissero che avevano teso per me una fune su pilastri altissimi. Ho dovuto aspettare, il mare era sempre increspato, poi stamattina quando le barche hanno ammainato la vela, è arrivato il grande giorno.

Sto camminando nell’azzurro del cielo e del mare, è così intenso questo colore che so di averlo assorbito: sono azzurro anche io.

Questo è il percorso della vita, non può essere altrimenti. Se cado di là non so cosa mi accadrà, dove andrò? Che ci sarà? Devo precipitare per scoprirlo.

Io, il prescelto, sarò il primo a varcare le colonne d’Ercole.

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BEYOND THE BLUE

By Tania Puglia

My eyes have exploded. I didn’t expect the sun to be so strong. The clouds, first friends then foes, freed it too soon. I remain still, blink, but nothing yet: just light. I don’t know how long I can stand this. A shiver runs down my spine: it best not reach my legs, no trembling. Not now. Maybe later, if everything goes well. It must: I am the chosen one.

It’s what they have always told me, for as long as I can remember. My mother and the nurse knew the minute I was born; they said I was born walking on the rope: one foot positioned solidly in front of the other on that slimy, slippery cord.

“The gods have something special in store for you.” Repeated Lucina, my nurse. “You will not walk like the others, but will be far above them, above everything.”

It is most certainly the reason I am here today, and my legs aren’t shaking; it’s as if they don’t exist. The light is fading, finally. I open and close my eyes quickly. Here is the rope, under my feet; I feel it. I have discarded my tights and walk barefoot. I learned to take small, steady steps, to look straight ahead of me, moving along the tight rope without looking down, only ahead of me and without hesitating.

My first time was on the well. The rope of the bucket full of water was pulled across the top, and my mother found me walking on it: one foot in front of the other, like on my umbilical cord. I had climbed up there myself, and when she yelled I turned, remaining in equilibrium, and smiled.

From that moment on, I have lived in the air more than I have on the ground. I learned to twine the rope, longer and stronger, to hold my weight as I grew. Lucina often helped me, rubbing my feet, encouraging me to climb higher.

“The gods want you close to them. Go to them. Walk among them.”

Today I am very close to them. I had never climbed this high. I know they are watching me, are here with me, and this gives me the strength to go on. The rope is long; I can’t see the end, but am not afraid. I am the chosen one.

It is not always easy to walk suspended in the air. I had to learn to control my fear and stand the pain of the falls. To foresee, from the ripples on the sea, oncoming winds, my greatest enemy. To understand that it was not enough to stand arms outstretched to stay in equilibrium.

I would need something to make them longer, to give me more stability, something light that wouldn’t tire my arms. I had tried with naked branches, but they were either too short, or heavy or too light. I had asked the smith to join two bars, but the pole was always too heavy. In the end, when I least expected it, I was offered a strange cane: long, light and green. It didn’t grow on our lands, but the merchant who brought it from faraway lands gave it to me as a gift. The most beautiful.

My hands didn’t bleed anymore when I twisted the rope: they were calloused, the hemp slipped through my thickened fingers without cutting them, and the soles of my feet were as tough as the leather in the soldiers’ shields.

I had stretched rope between trees, houses, temples and the void, supported by the people who loved me, and encouraged by those who came to watch me walk towards the gods.

My fame preceded me wherever I went, and I wasn’t surprised when they told me they had stretched a rope between two very tall pillars. I had to wait, the sea was always choppy; and then this morning, when the boats took down their sails, the great day arrived.

I am walking in the azure skies and sea, and the colour is so intense that I know I have absorbed it: I too am azure.

This is the course my life has taken, no other is possible. If I fall, I don’t know what will happen: where will I land? Who will be there? Only by falling will I know.

I, the chosen one, will be the first to cross the Pillars of Hercules.

Translation by ©Matilda Colarossi

Tania Puglia is a writer and translator living in Florence. Her work can be can be found on Amazon in the anthology Quaderni di stanza 251  by Carlo Zei, Strefano Loria, and at http://www.stanza251.com

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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