Mr. Mulligan

by Michael Alenyikov

They hung Mr. Mulligan by his shirt collar in the clothes closet. They could do this because Mr. Mulligan was short–five feet two inches tall–and because he was meek. Even the girls joined in. It was like a lynching. They hung him at the end of the school day, which meant it would be a long time before anyone could find him. Our classroom was on the top floor in the rear, and the school janitors began the after school clean up on the first floor, in the front.

I don’t know if they knew this precisely, those twenty or so boys and girls. And it wasn’t as though there was even a ring leader. I stood back and watched. I didn’t call for help, so it wasn’t as if I were innocent. Mr. Mulligan whimpered as they hung him–some of the boys were already strapping adolescents, a head taller than me, with tight corded muscles along their arms and across their rock hard stomachs. Punch me they’d say with pride, pulling up their shirt fronts. Give me all you’ve got.

Beads of sweat had formed on Mr. Mulligan’s forehead and upper lip. It embarrassed me to hear him moan, to see his blue and gray striped tie askew, his horn-rimmed glasses hanging down from an ear, one lens smashed, the black frame twisted and bent. I waited for the hook to rip through his shirt collar, to see him fall, but his collar was thickly starched and held him securely in place.

Jason put masking tape on his mouth and it puckered as Mr. Mulligan tried to move his lips. It became translucent from his saliva and little bubbles formed. I could see the shape of his tongue, dark, without color. It twitched like a fish out of water. I knew he would die of shame and it pained me to think of him in this way.

Call me Ishmael  he’d read that day from a thick, black-bound book. He’d sat on his desk, the book on his lap, tapping with his fingers; legs crossed, revealing pale blue socks, with a delicate, darker blue monogram covering the concave bone of each ankle; and between the cuff of his pants and the frayed top of those pale blue socks, a thin strip of ivory colored flesh just visible beneath a coat of golden brown hairs.

Call me Ishmael   he’d read, and there was incitement and promise in his voice that had me out of my slouch, sitting on the edge of my seat, back straight and stiff, feeling the scratchy, sweaty touch of clothes on skin–shirt, pants, shoes, socks, the knot of my tie, the cinch of my belt. He’d warned of the white whale as once before he’d chanted the story of the albatross. And when he read, confidence replaced the tremor in his voice and there I’d be on some boat on the open sea whipped about by waves and wind, feeling thirsty and depraved, clinging to the tall wooden mast, shirt opened to my waist, bare chest soaked in brine, skin crackling.

I never saw him again.

The next day there was a new teacher in his place. Whispered rumors passed from child to child on bubble gum and tobcaccoed-breath placed him in a far off city running from his shame. The other teachers never again spoke his name. A newfound ache in me filled their silence; I imagined being locked up in the closet with him. I would tell him not to be scared and I’d stroke the soft, golden brown hairs on his forearm to reassure. I wept dry tears.

I thought about Mr. Mulligan hanging in the closet for a long time. For weeks. I imagined him gasping for breath. It would be like a coffin, I thought. Like being buried alive. The blackness. The wiggling. The desperate scratching.

But I wanted to know for sure.

I tried closing myself up in the closet at home. It was dark, but it felt too safe. When I clutched into the blackness, I recognized the soft terry cloth stubble of my bathrobe and the coarse wool of my trousers. I scratched at the door, at the walls, but I wanted to feel closer to Mr. Mulligan, to what it had been like for him. So one day after school, I stayed in my seat. I watched the other kids leave; then the teacher, the one who’d replaced Mr. Mulligan. Nobody paid me any attention. It was as if I flew under their radar. The closet door was open; a grainy brown smear that ran the back length of the classroom. Inside, it was filled with dozens of black  hooks in horizontal rows. They looked like musical notes. I stepped in. There was the stench of mothballs barely cloaking the musty smell of damp clothes and the arrogant sweat of children. The boys and girls in my class had hung Mr. Mulligan from the top row of hooks. I squiggled and squirmed, standing on my toes, but I was only able to slip my collar onto the lower row. With a free hand, I slid the door closed. It made a rolling sound, metal on castors, then a click. A quiet followed, deeper than any I’d ever known. The mothball smell grew stronger. Darkness entangled like a blanket. I kicked and scratched at the door. I stroked my arm and felt the newly grown hair. I closed my eyes and surrendered to a pummeling whiteness.

The sound of his blood pulsed in my ears.

 Mr. Mulligan

di Michael Alenyikov

 Appesero Mr. Mulligan per il colletto della camicia nel guardaroba. Ci riuscirono perché Mr.Mulligan era alto un metro e cinquantotto — e perché era un mite. Persino le ragazze parteciparono. Fu come un linciaggio. Lo appesero alla fine delle lezioni, e questo significava che sarebbe passato un bel po’di tempo prima che qualcuno lo scoprisse. La nostra classe si trovava all’ultimo piano, sul retro, e i bidelli di solito cominciavano le pulizie di fine giornata dal primo piano sul davanti.

Non so se i ragazzi – venti o giù di lì – ne fossero consapevoli. Non che ci fosse un capobanda. Io me ne stavo lì a guardare. E non chiamai aiuto, dunque non è che fossi del tutto innocente. Mr. Mulligan piagnucolava mentre lo appendevano – alcuni dei ragazzi erano già degli adolescenti ben piantati, più alti di me di una testa, con muscoli tesi e ben scolpiti sulle braccia e sull’addome duro come il marmo. “Sferra un pugno” dicevano con orgoglio, tirando su la camicia. “Picchia più forte che puoi”.

Sulla fronte e sul labbro superiore di Mr.Mulligan si erano formate delle goccioline di sudore. Mi imbarazzava sentirlo gemere, vedere la sua cravatta a righe blu e grigie tutta storta, i suoi occhiali di corno che gli penzolavano da un orecchio, una lente frantumata, la montatura nera ammaccata e ricurva. Da un momento all’altro mi aspettavo che il gancio lacerasse la camicia, e che lui cadesse sotto i miei occhi, ma il colletto ultra inamidato lo sostenne saldamente.

Jason gli chiuse la bocca con del nastro adesivo che si raggrinzì tutto man mano che Mr Mulligan tentava di muovere le labbra. Poi, a causa della saliva, diventò trasparente e si formarono delle piccole bollicine. Vedevo la forma della lingua, scura, senza colore. Si contorceva come un pesce fuori dall’acqua. Sapevo che sarebbe morto di vergogna e il solo pensiero  mi procurava dolore.

Chiamatemi Ismaele aveva letto quel giorno da un  volume spesso e rilegato di nero. Si era seduto sulla cattedra tamburellando il libro che teneva in grembo; le gambe accavallate lasciavano intravedere dei calzini azzurro chiaro, con un disegno delicato di un tono più scuro che  ricopriva l’osso concavo di entrambe le caviglie; e tra il risvolto dei pantaloni e l’orlo sfilacciato dei calzini azzurro chiaro, sotto una folta peluria castano dorata, si scorgeva un lembo sottile di pelle color avorio.

Chiamatemi Ismaele aveva letto, e la sua voce era così piena di  incoraggiamento e speranza che mi destò dal mio torpore, e mi raddrizzai per bene sul bordo della sedia, la schiena rigida e tesa, avvertendo sulla pelle il contatto ruvido e appiccicaticcio di tutti i vestiti che avevo addosso: camicia, pantaloni, scarpe, calzini, il nodo della cravatta, il giro della cintura. Ci aveva messi in guardia dalla balena bianca, come aveva fatto tempo prima dall’albatross. Quando leggeva ad alta voce, la sua voce da tremolante diventava sicura, e io mi ritrovavo su qualche imbarcazione in mare aperto in balia dei venti e delle onde, assetato e perverso, aggrappato a un possente albero di legno, con la camicia aperta fino alla vita, il petto nudo fradicio di acqua salmastra, con la pelle screpolata.

Non l’ho più visto da allora.

Il giorno seguente venne un altro insegnante a sostituirlo. I ragazzini spettegolavano a bassa voce tra borbottii di gomme da masticare e boccate di fumo, malignando che fosse fuggito in una città lontana per la vergogna. Gli altri professori non pronunciarono mai più il suo nome. Un dolore nuovo e profondo pervase quel silenzio; mi immaginai chiuso a chiave nel ripostiglio con lui. Gli dicevo di non avere paura mentre gli accarezzavo la soffice peluria castano dorata dell’avambraccio per rassicurarlo. Piansi lacrime riarse.

Pensai a Mr. Mulligan appeso nel ripostiglio. Per settimane. Lo immaginavo ansimante e senza fiato. Era come stare in una bara, pensai. Come venire sepolti vivi. Buio nero. Contorcimenti. Graffi disperati.

Ma volevo capire davvero cosa significasse.

Provai a rinchiudermi nel ripostiglio a casa mia. Era buio ma troppo familiare. Quando cercai di muovermi nell’oscurità riconobbi la spugna crespa del mio accappatoio e la lana ruvida dei miei pantaloni. Grattai la porta, i muri, ma volevo essere ancora più vicino a  Mr. Mulligan, a quello che doveva avere passato. E così un giorno dopo la scuola, rimasi seduto al mio posto. Osservai gli altri ragazzini andarsene; e poi l’insegnante, quello che aveva sostituito Mr. Mulligan. Nessuno fece caso a me. Era come se non esistessi. Il ripostiglio era aperto; uno squarcio marrone sgranato che si estendeva per tutta la lunghezza della parete dietro l’aula. Dentro c’erano file e file di ganci disposti in orizzontale. Sembravano note musicali. Entrai. Il tanfo della naftalina copriva a malapena l’odore stantio dei vestiti umidi e impregnati del prepotente sudore dei bambini. I miei compagni avevano appeso Mr.Mulligan alla fila più in alto. Mi dimenai contorcendomi in mille modi, in punta di piedi, ma riuscii a malapena a infilare il colletto in uno dei ganci della fila più bassa. Con la mano libera, accompagnai la porta finché non si chiuse. Fece un rumore simile a un rullio, come di rotelle metalliche, poi un click. Ne seguì un silenzio di una profondità a me sconosciuta fino ad allora. Il tanfo della naftalina divenne più acre. Il buio mi avviluppò come una coperta. Scalciai e grattai la porta. Mi accarezzai il braccio e sentii la peluria cresciuta da poco. Chiusi gli occhi e mi arresi a una raffica bianca di brutale violenza.

Nelle le orecchie sentivo pulsare il suo sangue.

traduzione di Arabella Bertola

Michael Alenyikov is the author of the novel, “Ivan and Misha”, winner of the Northern California Book Award for Fiction and a Finalist for the Edmund White Award for Debut Fiction. He received the 2013 Gina Berriault Award. His work has appeared in The Georgia Review, The James White Review and other literary magazines and in several editions of the Best Gay Stories anthology, Lethe  Press. He was born in New York City and spent his childhood in the outer reaches of the Bronx, Brooklyn, and Queens. He now lives in San Francisco. “Mr. Mulligan” first appeared in the online literary magazine, “Black Heart.”

You can find Michael at http://www.michaelalenyikov.com

The translator, Arabella Bertola is a fine ‘Friend Found in Translation’, something she was obviously born to do.
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

8 thoughts on “Mr. Mulligan by Michael Alenyikov

    • Dear Bruehno,
      thank you so much for appreciating my translation.
      I love Mr Alenyikov’s writing and I’d be the happiest person on the earth if he were to get more readers around the world. A friend of mine who has known Mr Alenyikov for quite a long time invited me to have a look at his work and he couldn’t have given me better advice!
      Thanks so much for leaving this comment and I hope you’ll follow us also in the future.
      Buona giornata!
      Arabella

      Liked by 1 person

      • soon to be your birthday, Antonia was mentioning recently… you are very often in my thoughts and hers too !
        here on our sailboat in brittany, half here and half at the cottage, where we are smashing walls, (me), fixing sinks and welding (Alex) refurbishing this old house with simple ideas and taking our time, each with our own competence… i have a small vegetable and flower garden near the house…
        wishing you best of health, rest, and regained energy, love and the strength to write.
        much love
        bruno

        Liked by 1 person

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