La nana di Santa Croce

di Daniele Rossi

Il sole attraversa i finestroni, mentre il singhiozzio dei cardini risuona stridente nella Cappella Peruzzi, quando dal “ponte” scorgo la metà di un’ombra che lentamente entra  nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

Il rantolo della nana è un suono senza tempo, “Buongiorno Gesù, buongiorno Maria, saluta Gesù da parte mia…”

Così ogni mattina Cesarina incontra nostro Signore, e gli subappalta un saluto per la Madre Celeste mentre comincia il suo giro. Si appoggia alle corde intorno alle tombe dei Grandi bofonchiando parole incomprensibili, talvolta accompagnate da qualche colpo di tosse.

Il suo vestito è di lana cruda, come pure il suo cappello infeltrito ed il vestito color ocra a fiorellini celesti, le sue pantofole avvolgono piedi gonfi e un po’deformi. Una luce flebile le indica il percorso, e sembra incredibile come i colori delle vetrate proiettino disegni fantastici, figure sfrangiate si deframmentano e si ricompongono sul pavimento della navata. Alla fine del percorso la nana si siede in prima fila e aspetta che il prete arrivi.

“Buongiorno Padre Franchi, anche oggi ce l’ho fatta, eh si !”

“ Come va Cesarina? E le gambe? E quelle bestiole come stanno?” risponde il prete.

A quel tempo restauravo le storie di San Giovanni Evangelista che Giotto dipinse nella Cappella Peruzzi nel 1318.

La mattina ero solo per poco tempo, arrivavo presto, facevo il pendolare e la fermata della Sita non era troppo lontana dalla chiesa.

Entravo dal chiostro e poi dalla sagrestia, sentivo spesso l’odore dell’incenso intrappolato sui capitelli, mescolato alla polvere dei secoli, poi aprivo la cappella e salivo sulle impalcature fino a raggiungere l’ultimo piano.

Come un bambino sognavo ad occhi aperti dentro ad un luogo magico, davanti a me c’era l’isola di phatmos, l’aquila di San Giovanni che fissava il mio sguardo oltre gli scogli, le pitture prendevano vita appena le illuminavo con un faretto, poi guardavo giù e i disegni colorati sul pavimento attraversato dalla nana rendevano questa favola vera.

Il prete era anziano e l’andamento della funzione ogni mattina si prospettava identico e di breve durata.

Le donne che assistevano alla Messa cantavano ognuna per conto proprio, poi nel silenzio la nana starnutiva.

Vedevo dall’alto le sue corte gambe che penzolavano dalla panca e si muovevano a oscillazioni regolari senza toccare a terra, poi, seguendo un copione tutto suo rispondeva con voce roca, a volte singhiozzante alle parole del sacerdote. La durata della messa era di mezzora, io affascinato dal gruppo delle vecchie, mi affacciavo ogni tanto come dal  palco di un teatro, poi arrivavano i colleghi, e dopo i saluti si entrava in una sintonia quasi perfetta; ognuno doveva concentrarsi sulle operazioni da svolgere sulle preziose pitture. In particolare si dovevano risolvere alcuni problemi derivanti da infiltrazioni di acqua nelle prime due lunette che avevano procurato un sollevamento al colore, l’aquila stava perdendo parte del suo già poco visibile piumaggio, e l’oro delle aureole si stava aggrottando sospinto dai sali sottostanti. Giotto dipinse queste scene con la grandezza e la maestria che gli apparteneva, usando una tempera a base di uovo, su intonaci già pronti fatti di calce. Questo tipo di pittura adesso ci appare sbiadita e meno vibrante di un vero e proprio affresco, ma questa è la reazione delle tempere nel tempo.

La nana aveva due fratelli e viveva con due gatti, un maschio grigio a pelo corto e un occhio chiuso, ed una femmina di tre colori, zoppa. Le bestie si affacciarono un giorno sulla porta, ed emisero un miagolio tenue che non corrispondeva al peso ed alla forma spropositata dei loro corpi, grandi quasi quanto LEI.

Lino, il fratello maggiore lavorava come artigiano pellettiere dietro alla sagrestia. Era incredibile come un omino così piccolo riuscisse con una velocità sconvolgente a dorare pagine, a cucire libretti, a sbalzare col bulino le copertine di cuoio.

Landino era di aiuto al sacrestano, spazzava la chiesa con la scopa di saggina, raccoglieva il sego delle candele, raschiava i candelabri e intascava le elemosine nella busta di pelle nera durante le funzioni.

Landino preparava anche le tonacelle e le dalmatiche per le celebrazioni liturgiche, distendeva le vesti aperte a ventaglio e pronte per essere indossate sui banconi della sacrestia. Aveva messo a punto una tecnica tutta sua per aprire le vesti più grandi di lui.

La nana pensava alla spesa ed alla casa, adesso, dopo la morte dei fratelli solo alle bestiole.

Dopo la messa andava dal macellaio a comprare la carne, poi, quando arrivava a casa si udiva un miagolio lieve, ma sempre più fitto, apriva la

porta, ed i gatti arrivavano per strada a coda ritta, smussavano con le schiene gli angoli dei muri e rientravano nel portone, poi con un leggero e insalivato biascichio mangiavano la carne rossa.

Di giorno la nana pranzava dalla Baffona, in una trattoria in Via delle Pinzochere.

“Buongiorno baffona, ohioi, oggi so’stanca, ho i piedi gonfi e una tosse tremenda. Che fate di bono pe’desinare? I’ baccalà co’ceci.  Sii, bene , poi se m’avanza ne porto un poco a quelle bestie.”

Entrata in quell’unica stanza piena di uomini, si diresse verso un piccolo tavolino, col piano di marmo, si sedette su una sedia che un po’ le assomigliava e come una bambina all’asilo aspettò che la Baffona arrivasse.

Arrivò l’estate ed il cantiere fu chiuso per riaprire in autunno, poi anch’io tornai. Non vidi per giorni Cesarina e mi preoccupai, chiesi sue notizie al sagrestano, mi disse che Cesarina non era stata bene durante i mesi estivi, il caldo eccessivo le aveva provocato una flebite.

La settimana successiva una pioggia incessante mi costrinse un giorno a rimanere in chiesa oltre gli orari. Lo strano odore di bosso bagnato, tipico delle ghirlande colpì il mio sensibile olfatto. Entrò un po’di gente, due suore, qualche frate, alcune vecchie e una in particolare la riconobbi perché  parlava a voce alta, poi a mano, quattro persone trasportarono una piccola bara in legno di cipresso chiaro. Era troppo piccola per una persona e non bianca per contenere un giovanissimo corpo.

All’improvviso un raggio di sole ha illuminato la piccola bara ed io ho sentito di nuovo la sua voce:

“buongiorno Gesù buongiorno Maria, saluta Gesù da parte mia”

Cesarina aveva finalmente salutato la Madre Celeste.

The drawf of Santa Croce

by Daniele Rossi

The sun filters through the windows, and as the screeching hinges echo in the Peruzzi Chapel, I, from my scaffold, see her shadow moving slowly into Santa Croce Church.

The murmurings of the dwarf are timeless, “Good morning Jesus, Good morning Holy Mother, my greetings to Jesus if it’s not a bother…”

Every morning Cesarina greets our Lord Jesus twice, once directly and once through the intervention of the Blessed Virgin, as she starts her tour. She leans on the rope dividers that bind the specters of the Greats, muttering incomprehensible words which are sometimes accompanied by a rattling cough.

Her dress is made of fleece, as is her hat, a matted little thing, pale amber with small azure flowers. Her slippers embrace swollen, slightly deformed feet. A faint light guides her steps; the colours of the stained glass project fantastical figures, frayed images shatter then recompose on the floor of the nave. At the end of her tour the dwarf sits on the first pew and waits for the priest to arrive.

“Good morning Father Franchi. I made it again today, I did indeed!”

“How are you, Cesarina? How are your legs? And your little beings?” Asks the priest.

I was restoring the life of Saint John the Evangelist at the time, painted by Giotto in the Peruzzi Chapel in 1318. I had very little time to myself in the morning, so I would get to the church early. I was a commuter and the bus stop was not far. I would enter through the cloister and then the sacristy. I could smell the incense caught in the capitals, mixed with the centuries of dust. I would then open the chapel and climb up the scaffold to the highest level.

It was easy to day dream there. The Isle of Patmos lay before me and Saint John’s eagle stared into my eyes from behind the rocks. The paintings would come to life as soon as I shone a light on them. Then, when I looked down, the vibrant drawings on the pavement, which the dwarf crossed again and again, made the fairy-tale come true.

The priest was very old, and every day the structure and flow of the mass was identical to the day before, and brief. The women who attended the mass sang out individually, and, in the silence, the dwarf sneezed.

From above, I could see her short legs dangling from the pew, and they would move, oscillating rhythmically, without ever touching the ground. Then, as if reciting her own personal script, she would respond to the priest, at times accompanied by sobs, in her rasping voice.

The mass lasted half an hour, and I, fascinated by the group of old women, would look down every now and then, as if I were in a theater, in the balcony. Then my colleagues would arrive, and after the usual hellos, we would start working in perfect unison. We had to concentrate on what was needed to be done to those irreplaceable artworks. In particular we had to restore the damage caused by water infiltration which had lifted the colour in the first two lunettes. The eagle was losing part of its already partly invisible plumage, and the gold in the halos was starting to pucker because of the underlying salts.

Giotto had painted the scene using all the mastery and grandeur he possessed, using egg-based tempera on a dry lime plaster. This style of painting can now seem more faded and less vibrant than real frescoes, but it is how tempera generally reacts with time.

The dwarf had two brothers, and lived with two cats, a gray male with short fur and one eye, and a three-toned, lame female. The little beings would look into the church and emit a soft meow that did not match their excessive bulk and size, almost as big as the dwarf herself.

Lino, her older brother, worked as a leather craftsman in a shop just behind the sacristy. It was unbelievable how quickly such a small man could gild pages, sew books and engrave leather bindings.

Landino was the assistant sacristan. He swept the church, cleaned the tallow from the candles, scraped down the candle holders and collected the offerings during the mass.

Landino also prepared the tunics and the dalmatics used to celebrate the mass. He would fan out the vestments on the table in the sacristy, ready to be worn. He had his own personal way of preparing vestments that were much larger than he was himself. The dwarf, on the other hand, took care of the shopping, of the house and the little beings. After mass she would go to the butcher’s to buy meat, and then, as soon as she got back home, we would hear a faint meowing, which slowly increased in intensity. As she opened the door, the cats would appear on the street – tails held high, backs rubbing against the corners of the walls – and then walk through the door where they would lick, nibble and munch the red meat.

During the day the dwarf had lunch at the Baffona, a trattoria in via delle Pinzochere.

“Good morning Baffona. My, my, I’m tired today. My feet are swollen and I have a terrible cough! What’s on the menu today? Cod and beans? Well good! If there’s any left over, I can take it to my little beings.”

As soon as she entered that large room full of men, she would make her way to the table with a marble top, sit on a chair shaped much like she was, and wait, like a child, for Baffona to serve her.

The summer passed and we closed the work site. I returned there in autumn. I didn’t see Cesarina for days and days, and began to worry. I asked the sacristan about her. He said she hadn’t been well during the summer months because of the excessive heat and had got phlebitis.

One week later, a heavy rain forced me to remain in the church overtime. I was overcome by a strange scent of wet box-tree, typical of wreaths. A number of people came into the church, two nuns, some monks and a few older women. I immediately recognized one in particular. She was talking loudly.

Then four people carried a small cypress wood coffin into the church. It was too small to be that of an adult, but it wasn’t the usual white ones used for children.

Suddenly a ray of light illumined the small coffin and I heard that voice once again.

It said:

“Good morning Jesus, Good morning Holy Mother, my greetings to Jesus if it’s not a bother’…”

Cesarina had finally met the Heavenly Mother.

Translation by ©Matilda Colarossi

Daniele Rossi is a renowned restorer of such great artists as Giotto, Beato Angelico, Filippo Lippi, Goya, to mention but a few. He work has been published in various anthologies, and he has a book of short stories coming out soon. The Drawf of Santa Croce was awarded third place in the Città di Empoli Literary Prize. View Daniele in his element at:  http://www.danielerossi.it/

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

One thought on “Incontro tra Arte e Letteratura/When Art and Literature come together in a short story by Daniele Rossi

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