UMBERTINO

di Italo Svevo

Io sono un uomo che nacque proprio a sproposito.

Nella mia giovinezza non si onoravano che i vecchi e posso dire che i vecchi di allora addirittura non ammettevano che i giovani parlassero di se stessi. Li facevano tacere persino quando si parlava di cose che pur sarebbero state di loro spettanza, dell’amore per esempio. Io mi ricordo che un giorno si parlava dinanzi a mio padre, da suoi coetanei, di una grande passione ch’era toccata ad un ricco signore di Trieste e per la quale si rovinava.

Era una compagnia di gente dai cinquanta anni in su, che per rispetto a mio padre mi ammettevano fra di loro qualificandomi della carezzevole designazione di puledro.

Io, naturalmente, portavo ai vecchi il rispetto che l’epoca imponeva e ansioso aspettavo d’imparare persino l’amore da loro. Ma avevo bisogno di un chiarimento, e per averlo, gettai nella conversazione le seguenti due parole: «Io, in un simile caso…». Mio padre subito m’interruppe: «Ecco che ora anche le pulci vogliono grattarsi».

Ora che sono vecchio non si rispettano che i giovani, così che io sono passato per la vita senza essere stato rispettato mai. Da ciò dev’essermi derivata una certa antipatia per i giovani che vengono rispettati ora e per i vecchi che si rispettavano allora. Sto solo a questo mondo io, visto che persino la mia età fu per me sempre un’inferiorità.

E davvero io credo che amo tanto Umbertino perché è tuttavia fuori dell’età. Adesso ha sette anni e mezzo e non ha ancora nessuno dei nostri vizi. Non ama e non odia. La morte del padre fu per lui piuttosto un’esperienza curiosa che un dolore. Lo sentii io, alla sera del giorno stesso della morte di suo padre domandare alla sua bambinaia, pieno di sorpresa e di curiosità: «Ad un uomo morto si può dunque dare persino un calcio senza che s’arrabbi?».

Non aveva alcuna intenzione, lui, di dare dei calci al padre per vendicarsi delle lunghe lezioni ch’egli gli aveva propinate. S’informava. Tutta la vita per lui non era altro che un panorama ben staccato da lui, da cui non poteva provenirgli né male né bene, se non gli si buttava addosso proprio a lui, ma solo delle informazioni.

Certo, io cominciai ad amarlo quando mi limitavo a guardarlo di tempo in tempo. Andavo una volta al giorno da mia figlia e mio genero e vedevo crescere il piccolo eroe, bello e biondo, che aveva due qualità negative simpatiche: In presenza d’altri non voleva dire certi versetti che gli avevano insegnato a memoria, né voleva lasciarsi baciare da stranieri. Io non lo baciavo né m’importava di sentire le sue poesie. Gli portavo ogni giorno la stessa piccola scatolina di dolci. Non gli volevo ancora abbastanza bene per cercare di sorprenderlo con doni nuovi e andando da lui macchinalmente mi fermavo per un istante nella stessa vicinissima bottega. Vidi che aspettava abbastanza ansiosamente il dono. Un giorno sorprese Antonia facendole vedere che si potevano mettere insieme quelle scatoline in modo da fare una casa, la casa del nonno che vi potrebbe capire se gli si tagliasse via una parte del corpo, anzi tutto il corpo meno la testa. E il piccolo omino guardava la mia testa eppoi la casa per stabilirne il rapporto.

Antonia obiettò: «Vuoi davvero il nonno morto? Con la testa non potrebbe respirare».

Il piccino mi guardò studiandomi: «Non vedi che respira con la sola testa?».

UMBERTINO

by Italo Svevo

I’m a man who was unquestionably born by mistake.

In my youth only old people got respect, and I can assure you that old people in those days would hardly consider letting young people talk about themselves. They even made them keep quiet when the discussion touched things that did, in fact, regard them, like love for example. I remember one day we were having a discussion in the presence of my father, as equals, about a rich man from Trieste who, overcome with passion, was ruining himself because of it.

It was a company of people fifty and older, who, out of respect for my father, let me hang around them, and in fun nicknamed me the young buck.

I, naturally, treated old people with the respect that was dictated by the times, and was anxious to learn everything from them, even love. But I needed to understand, and to do so I threw the following words into the conversation: “In a case like that, I…” My father interrupted me immediately: “Well, well, now even fleas want to scratch themselves.”

Now that I’m old, only kids get respect, so basically I went through life without ever being respected. It must be the root of my aversion to young people who get respect today and old people who got respect then. Me, I’m alone in the world, seeing as how even my age has constantly been a shortcoming in me.

And yet I think I love Umbertino because he is, however, beyond age. He’s seven and a half now and still has none of our vices. He doesn’t love and he doesn’t hate. The death of his father was, for him, more an interesting experience than a source of pain. I heard him, the very evening of the death of his father, full of wonder and curiosity, asking the nanny: “So, you could actually kick a dead man without making him angry, couldn’t you?”

Of course, he had no intention of kicking his father to get even with him for the long lectures he had given him. He was gathering information. Life was, for him, nothing more than a spectacle from which he was well removed, and from which neither bad not good could come to him, unless it came crashing down on him, just information.

Of course, I started loving him when I limited myself to seeing him only now and then. I would go once a day to visit my daughter and my son-in-law and watch the little hero grow up, blond and beautiful, with only two amusing negative qualities: in the presence of others he refused to recite the poetry he had been made to learn by heart, and he didn’t want strangers to kiss him. I did not kiss him, and had no desire to hear him recite poetry. I brought him the same box of sweets every day. I didn’t love him enough yet to try to surprise him with presents, and on my way to see him I would stop at the same neighbouring shop for an instant, mechanically. I noticed that he was pretty anxious to get his present. One day, he surprised Antonia by showing her how you could put the little boxes one on top of the other to make a house, a house for grandpa who could fit into it if you cut a part of his body off, his whole body off, actually, except for his head. And the little fellow looked at my head, then at the house to decide on the proportions.

Antonia objected: “Do you really want your grandfather to die? He wouldn’t be able to breathe with just his head.”

The little guy studied me a minute: “Can’t you see that he does breathe with just his head?”

translation ©Matilda Colarossi

Italo Svevo (pseudonym for Aron Ettore Schmitz: Trieste, 1861-1928), Italian novelist playwright, author. Excerpt from I racconti (Short stories), which can be found at http://www.liberliber.it , non-profit cultural association for the promotion of artistic and intellectual expression.

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