Io sono la memoria del mondo

Filippo Tapparelli

Immortale è chi accetta l’istante.

Chi non conosce più un domani.

(Cesare Pavese)

Il cuore mi batteva così forte da farmi credere che il sangue avrebbe spaccato le vene. I polmoni non riuscivano a gonfiarsi e gli occhi mi bruciavano, in tutto quel bianco.

Lì dentro ogni cosa lo era. Bianca e precisa.

Ricordo il dolore, che ogni ora si faceva più pesante e mi schiacciava. Nei giorni buoni mi dicevo che sarebbe passato, in quelli cattivi che mi ci sarei dovuto abituare, mentre ogni notte finivo per rimpiangere quello provato il giorno prima.

Ricordo che ti guardavo, mentre eseguivi quello che tu chiamavi lavoro, ma che per me aveva il suono di una lunga morte. Ricordo la fame che diventava grande, per poi farsi piccola e densa dentro la pancia, fino a quando non plasmava ogni mio pensiero e lo trasformava in un niente che finivo per ringraziare.

Ricordo i giorni che erano venuti prima, quando mi avevi scelto tra centinaia di altri miei simili, immerso nell’odore della pelle sudata, del piscio e della decomposizione di chi non ce l’aveva fatta a sopportare un altro domani. Eravamo così tanti da non riuscire a stenderci per riposare. Lo spazio si creava solo quando quelli che rinunciavano a vivere si accasciavano a occhi aperti negli angoli e rimanevano immobili, fino a quando non diventavano parte dello sfondo. Il mio odore si perdeva in mezzo a quello degli altri fino a sciogliersi e gocciolare sul pavimento di metallo. Lì dentro eravamo un’unica cosa tenuta assieme dalla paura.

Quel giorno toccò a me strisciare in fondo alla cella. Lo avevo deciso appena mi ero svegliato, ma tu decidesti che avrei avuto un altro destino. Avevi guardato uno foglio su cui c’era scritto un numero, avevi sorriso e avevi detto all’uomo che si occupava di sbarazzarsi dei morti che io ero quello giusto. Lui si era grattato un lato della testa, poi ti aveva guardata come se non capisse.

Avevi detto «Duemilacinquecentosessantatrè», l’uomo dei morti aveva scosso la testa e tu avevi puntato il dito verso di me, fino quasi a toccarmi. Mi aveva sorpreso che non puzzassi e quel gesto mi aveva messo a disagio, perché la gentilezza è una delle prime cose che impari a dimenticare quando conosci solo le sbarre e la vita che ci sta dietro.

Non sapevo da dove venivo. Non avevo nulla con me, nemmeno il nome e, se anche ne avessi avuto uno, sarebbe finito disperso in mezzo a tutti i lamenti. Ero nudo, lurido, con gli occhi opachi e la bocca ricoperta di croste, eppure mi avevi scelto.

Ti eri chinata a guardarmi e avevi detto «Tu vieni con me». Quelle quattro parole mi erano sembrate la più bella dichiarazione d’amore di tutta la mia vita. Quando ero uscito, mi ero voltato a guardare la massa di corpi dall’altra parte della gabbia. La pietà che avevo provato per loro era stata infinitamente più piccola del sollievo che mi aveva riempito mentre mi allontanavo da quello che, fino a quel momento, era stato il mio mondo. Mi avevi tirato fuori di lì e il primo pensiero che avevo avuto era stato che non ti era importato che fossi sporco e puzzassi di morte e merda.

Avevo annusato l’aria. «È questo l’odore della libertà» avevo detto. Non lo avevo chiesto: sapevo che era così, mentre case, alberi, lampioni, cartelloni pubblicitari, persone e colori, tantissimi colori, scorrevano dall’altra parte del finestrino del furgone.

Sapevo anche che non saresti mai riuscita a imparare la mia lingua ma, se ero uscito da quella prigione, allora tutto mi sembrava possibile. Continuavo a parlare e ridere, mentre guardavo il mondo scivolarmi davanti. Avevo bisogno di raccontare questa nuova vita, perché avevo paura che se non lo avessi fatto sarebbe scomparsa. Ogni cosa che accadeva, fuori da quello che avevo creduto fosse l’inferno, era così perfetta che i tutti i limiti erano diventati inconsistenti.

Grazie a te mi avevano dato cibo, acqua per lavarmi e bere, e uno spazio tutto per me. Ricordo che avevo trascorso un’ora intera a correre e saltare. Alla fine, con il cuore che mi batteva forte e le lacrime che mi scendevano dagli occhi, avevo gridato di gioia e tutti si erano voltati a guardarmi. Anche tu avevi sorriso e quella notte, per la prima volta, mi ero addormentato senza chiedermi se qualcuno mi avrebbe ammazzato nel sonno. Non feci incubi e persi il conto del tempo che trascorsi in quello stato di pace.

Poi venne quel giorno in cui mi portarono nell’altra stanza. Così grande che il soffitto e il pavimento si perdevano in un orizzonte lontanissimo. Quello spazio così grande e chiuso mi aveva terrorizzato. Quando avevi allungato la mano per prendermi e mettermi su un tavolo di metallo, mi ero rivoltato e ti avevo morsa. Ricordo come mi avevi guardato quando ti eri portata la mano davanti al volto e avevi osservato i buchi che i miei denti ti avevano lasciato sulla pelle. Erano quasi invisibili e, credimi, la sofferenza che avevo provato quando ti avevo inflitto quel dolore era stata mille volte superiore alla tua. Avevo avuto paura, era stato per quello che lo avevo fatto, ma tu non lo avevi capito. Avevo provato a chiederti scusa, ma ti eri rifiutata di ascoltarmi e ti eri allontanata. Ricordo la tua voce che si era fatta più fredda man mano che parlavi, fino a quando non avevi cominciato a usare parole che non conoscevo.

Mi avevi fatto prendere da qualcuno che non era te, come se d’un tratto ti avesse fatto schifo o paura toccarmi. Sì, paura, o disprezzo. Non l’ho mai capito. Poi mi avevi fatto mettere in una stanza piena di gabbie ed eri entrata, solo che non ti eri avvicinata sorridendo. Eri rimasta distante, con una mano stretta nell’altra. Mi ero aggrappato al pensiero che mi avessi fatto portare lì perché volevi calmarmi o curarmi da quella pazzia che mi aveva spinto a farti male. Avevo gridato che stavo meglio, che non era necessario che mi visitassero, che ti volevo bene perché mi avevi salvato e che quello di prima era stato solo un errore, uno stupidissimo errore. Qualsiasi cosa era perfetta fuori dall’inferno dal quale mi avevi liberato e io te ne ero grato, ma quel posto dove mi avevi portato ci assomigliava tanto e la paura mi aveva fatto sbagliare. Sapevo che mi avevi sentito mentre lo dicevo e sapevo che avevi scelto di non ascoltarmi.

Fu quello il giorno in cui imparai che la fiducia è molto peggio del dolore, perché distrugge ogni difesa.

Mi rifiutavo di credere che mi avessi gettato di nuovo in una prigione. Perché liberarmi per poi rinchiudermi ancora? Non aveva senso. Me lo ero ripetuto per ore dopo che te ne eri andata, mentre cercavo una spiegazione a quello che stava succedendo. Tornasti il giorno dopo o forse quello dopo ancora. Non c’erano finestre in quel posto e il tempo era scandito solo dai neon che venivano spenti e poi accesi. Il giorno e la notte erano artificiali, fatti da una mano e dal tick di un interruttore.

Quando ti rividi, ti chiamai e stavolta ti girasti verso di me. Indossavi un camice bianco e le tue mani erano coperte da guanti verdi. Ricordo bene quei colori, perché mi avevano fatto tornare in mente le piante e le nuvole che avevo visto dal furgone.

Quelli che seguirono furono giorni di dolore. Era diverso da quello che avevo patito prima di incontrarti. Questo era metodico, strutturato, finalizzato al compimento di uno scopo. Il male era solo un effetto collaterale prevedibile, ma inevitabile; un numero fisso nell’equazione dell’esperimento.

Eppure non fu la sofferenza fisica a farmi desiderare la morte, quanto la consapevolezza di essere stato separato per sempre dalla speranza. L’anima può sopportare una quantità di danni infinita, ma la speranza no e, quando muore, diventa una bocca che divora ogni altro sentimento.

Cominciarono le iniezioni. Sentivo le vene contorcersi, le ossa bruciare come se volessero fondersi. Quando mi abituavo a quel dolore, tu cambiavi procedura e mi iniettavi dell’altro, che mi dilaniava la carne. Volevo solo lasciarmi morire, ma tu mi negavi anche questo, infilandomi tubi in gola e nella pancia che mi pompavano dentro acqua e cibo. I giorni diventarono settimane, poi mesi, fino a quando smisi di sperare nella morte e quello che rimase di ciò che ero stato, fu solo un vuoto immenso, riempito unicamente dalla tua voce. Ti ascoltavo dire ai colleghi che l’esperimento era stato un successo e che le sue implicazioni avrebbero cambiato il corso della storia umana al di là di ogni previsione. Dicevi loro che sareste stati ricordati nei secoli come i nuovi dei. Fu in quei giorni che mi accorsi di riuscire a pensare molto più in fretta di prima e che ogni ferita, frattura, puntura che mi era stata inflitta guariva all’istante. Il dolore, invece, non passava. Era come se il mio corpo stesse reagendo in maniera esponenziale a ogni sensazione: la paura diventava terrore e la nostalgia per quelle poche ore di libertà che avevo vissuto, in angoscia disperata. Il mio corpo diventava invincibile, mentre la mente andava in pezzi.

Nessuno dei tuoi colleghi si preoccupava di quello che diceva davanti a me: credevano che non capissi le loro parole, oppure non importava loro affatto. Dopotutto ero solo una delle centinaia di cavie con le quali avevano avuto a che fare. Dicevano che la sperimentazione sugli altri soggetti non dava alcun risultato. Io ero stato solo un caso fortuito: nulla più di un tiro di dadi nel casinò degli dei. Dicevano tante cose su di te e ridevano mentre lo facevano, fino a quando non arrivavi tu. Allora smettevano, chinavano la testa e riprendevano a fingere di ascoltare i tuoi ordini.  In quei momenti l’odore della loro paura era così forte che dovevo obbligarmi a respirare con la bocca per non vomitare, eppure tu non te ne accorgevi. Continuavi a ripetere che andava tutto bene, che avresti trovato la chiave per decifrare ciò che rendeva speciale il mio sangue e replicarne gli effetti anche sugli altri. I tuoi colleghi sorridevano quando parlavi, ma lo facevano solo con la bocca. I loro occhi sfuggivano sempre il tuo sguardo. Capivo cosa significava e mi sembrava impossibile che tu, così intelligente, non riuscissi a vedere l’ovvietà di quell’atteggiamento. Avevi perso il loro rispetto e per loro eri soltanto una fonte di imbarazzo e una minaccia alle loro carriere. Sembravi cieca a ogni cosa tranne che a te stessa, ma dall’esitazione dei tuoi gesti avevo capito che non ne eri più tanto sicura.

Ricordo il giorno in cui entrasti in laboratorio e dicesti che l’esperimento era concluso e che, nonostante i risultati, i fondi erano stati dirottati verso un’altra ricerca. Con un sorriso imbarazzato, dicesti che il lavoro di tutti sarebbe stato ricompensato. Nessuno disse nulla, ma cominciarono a riordinare provette e materiali per sbarazzarsi alla svelta di quel fallimento.

Quando decidesti di sopprimermi, la morte mi venne somministrata nelle stesse vene che ti erano servite per togliermi l’anima. Non fosti tu a uccidermi, anche questa volta lo facesti fare a un altro, a uno qualsiasi.

Sentii l’ago entrare per l’ultima volta nel mio corpo e il veleno fermarmi prima i polmoni, poi il cuore. Fu così che morii, solo che dopo che l’ultimo brandello di luce artificiale mi si spense negli occhi, accadde qualcosa che ne tu e nemmeno io avevamo previsto. Il dolore arrivò in un unico colpo. A quel tempo non sapevo cosa erano gli atomi, ma se ne fossi stato consapevole, avrei saputo identificare la sofferenza che era esplosa in ognuno di essi. Fu così che accadde: ero la più grande scoperta dell’intera storia della vita sul pianeta, ma mi svegliai dentro a un sacco, pronto per essere bruciato insieme agli altri fallimenti. Sballottato verso la fornace da un nastro trasportatore. Fu facile rosicchiarmi la libertà attraverso quella fossa di plastica nera e uscire dal laboratorio ormai pieno solo di gabbie deserte. La parte difficile fu accettare la solitudine che venne dopo, anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, fino a quando anche il trascorrere del tempo cessò di avere importanza, perché ero rimasto l’unico essere vivente a testimoniarne l’esistenza.

Una volta uno di voi disse che solo i topi sarebbero sopravvissuti all’estinzione del genere umano e ora, che mi trovo a raccontare la mia vita all’ultima delle stelle morenti, a essere la memoria del mondo, non riesco a pensare a nient’altro che a quel momento in cui ogni traccia di umanità scomparve dai tuoi occhi e io, per te, tornai a essere solo un numero. Il topo 2563.

I am the memory of the world

Filippo Tapparelli

Immortal is one who accepts the instant.

One who no longer knows a tomorrow.

(Cesare Pavese)

My heart was beating so fast I thought my blood would split my veins. My lungs could expand no more, and my eyes burned in all that whiteness.

Within it everything was white and defined.

I remember the pain, which became stronger and crushed me. On good days I told myself it would pass, on bad ones I told myself that I would have to get used to it, while every night I found myself mourning the pain I had felt the day before.

I remember looking at you, while you did the thing you call work, but which sounded to me like prolonged death. I remember the hunger that grew in me, then became small and dense in my stomach until it shaped my every thought and transformed it into a nothingness for which I would end up being grateful.

I remember the days that came before, when you chose me from hundreds of other similar beings, drowned in the smell of sweaty skin, excrement, and the decomposition of those who would not be able to bear another tomorrow. There were so many of us that we could not lie down to rest. We found a bit of space only when those who had given up living sank, eyes wide open, into the corners and became still, when they became a part of the background. My smell mingled with the smell of others until it melted and dripped onto the metal pavement. In there we became one thing alone, one thing melded together by fear.

That day, it was my turn to slither along the floor of the cell. I had made up my mind the minute I woke up, but you told me I had another future. You had looked at a piece of paper with a number on it, smiled, and told the man who did away with the dead that I was the right one. He scratched the side of his head, and then looked at you as if he didn’t understand.

You said “Twothousandfivehunderandsixtythree”, and the warden of the dead shook his head, and you pointed your finger at me, almost touched me. The fact that you didn’t smell surprised me, and your pointing upset me, because kindness is one of the first things you learn to forget when you know only bars and the life behind them.

I didn’t know where I had come from. I didn’t have anything with me, not even a name, and, even if I had had one, it would have been lost in all the whimpering. I was naked, lurid, my eyes opaque and my lips covered in scabs; and yet you chose me.

You bent down to look at me and said “You come with me.” Those four words sounded like the most wonderful declaration of love of my life. When I was outside, I turned to look at the crowd of bodies on the other side of the cage. The pity I felt for them was infinitely smaller than the sense of relief I felt for myself as I moved away from what had been, until that moment, my world. You had pulled me out of there, and my first thought was that you didn’t care that I was dirty and that I stank of shit.

I smelled the air. “This is the scent of freedom,” I said. I hadn’t asked for it: I knew this was the case as I watched houses, trees, street lamps, billboards, people, and colours pass, so many colours on the other side of the van window.

I also knew you would never learn my tongue, but, if I had been able to leave that prison, well then anything was possible. I continued to talk and laugh while I watched the world slip past me. I needed to recount this new life, because I was afraid that if I didn’t, it would disappear. Everything that happened outside of the place I considered hell, was so perfect that limits seemed to lack consistency.

Thanks to you, they gave me food, water to wash with and to drink, and a space just for me. I remember spending a whole hour running and jumping. In the end, with my heart bursting in my chest and tears falling from my eyes, I shouted with joy; and everyone turned to look at me. You, too, smiled, and that night, for the first time, I fell asleep without wondering if someone would kill me while I slept. I didn’t have nightmares and I lost count of the time I spent in that peaceful state.

Then the day came when they took me to that other room. It was so big that the ceiling and pavement were lost in a distant horizon. It was such a vast, enclosed space that it frightened me. When you reached out a hand to grab hold of me and put me on that metal table, I turned around and bit you.

I remember how you looked at me when you put your hand in front of your face and examined the holes my teeth had left on your skin. They were almost invisible and, believe me, the ache I felt when I inflicted that pain on you was a thousand times worse than yours. I was afraid, and that’s why I did it, but you didn’t understand. I tried begging you for forgiveness, but you refused to listen to me and moved away.

I remember how your voice became colder and colder as you spoke, until the words you started to use were no longer familiar to me. You had me taken away by someone who was not you, as if I disgusted or frightened you. Yes, fear and disgust. I never knew why. Then you had me put in a room full of cages, and you entered, but you didn’t come close or smile. You stood at a distance, one hand clasped in the other. I hung on to the thought that maybe you had me taken there to calm me down, or to cure me of the madness that had pushed me to hurt you. I cried that I was better now, that they didn’t need to examine me, that I loved you because you had saved me, and that what I had done was only a mistake, a stupid mistake. Anything outside the hell you had saved me from was perfect, and I was grateful; but the place you brought me to was too similar to the one I had left, and I’d made a mistake because I had been afraid. I knew you heard me as I said it, and I knew you chose not to listen to me.

That was the day I learned that trust is much worse than pain, because it destroys our defences.

I refused to believe you had thrown me into prison again. Why free me only to imprison me again? It didn’t make sense. I repeated it to myself for hours and hours after you left, searching for a reason for what was happening. You came back the next day, or maybe the one after that. There were no windows in that place, and the passing of time was marked only by the neon lights, which went on and then off. Day and night were artificial, executed by a hand and the flip of a switch.

When I saw you again, I called out to you, and this time you turned to look at me. You were wearing a white coat, and your hands were covered in green gloves. I remember the colours well, because they reminded me of the plants and the clouds I had seen outside the van windows.

What followed were days of pain. It was a different kind of pain from the one I had felt before meeting you. This was methodical, structured, carried out for a reason. Pain was simply a predictable, and yet inevitable, side effect; it was a fixed number in the equation of the experiment.

And yet it wasn’t so much the physical pain that made me wish I were dead, but the knowledge that I had been separated forever from hope. The soul can bear an infinite amount of pain, but hope cannot, and, when it dies, it becomes a mouth that devours every other sentiment.

The injections began. I could feel my veins twisting, my bones burning as if they wanted to dissolve. When I got used to that pain, you changed procedure, and you injected something else, something that tore at my flesh. All I wanted to do was let myself go, but you refused me even that, and stuffed tubes down my throat and into my stomach, tubes that would pump water and food into me. The days turned into weeks, then months, until I stopped hoping I would die, and the only thing that was left of what had once been was an emptiness that only your voice filled. I heard you tell your colleagues that the experiment was a success, and that the implications would change the course of human history beyond all expectations. You told them that they would be remembered for centuries to come as the new gods. It was then that I discovered that I could think much faster than before, and that every cut, fracture, injection inflicted upon me healed instantly. The pain, however, never passed. It was as if my body were reacting in an exponential way to every emotion: fear became terror, and my longing for the hours of freedom I had lived became anguish. My body was becoming invincible while my mind was shattering. None of your colleagues thought twice about what they said before me: they thought I didn’t understand their words, or didn’t care one bit if I did. I was, after all, only one of the hundreds of guinea pigs they had had to deal with. They said that the experiments on the other participants had yielded no results whatsoever. I was only a lucky case: nothing more than a roll of the dice in the casino of the gods. They said so many things about you, and they laughed as they said them, until you arrived. Then they would stop, bow their heads, and pretend to follow your orders again. In those moments the smell of fear was so strong that I had to force myself to breathe out of my mouth so as not to vomit, and yet, you didn’t seem to notice. You continued to say that all was well, that you would find the answer to why my blood was so special, and replicate the effects on others. Your colleagues smiled when you spoke, but they smiled only with their mouths. Their eyes avoided yours. I knew what that meant, and I could not believe that someone as intelligent as you could not see how obvious it was. You had lost their respect, and you were an embarrassment to them, and a threat to their careers. You seemed blind to everything but yourself; but I could tell from your actions that you were no longer so sure of yourself.

I remember the day you entered the lab and said that the experiment was over, and that, notwithstanding the results, funding was being channelled to other types of research. With an embarrassed smile you said that everyone would be paid for the work they had done. No one said anything, but they started tidying up test tubes and equipment to distance themselves from that failure.

When you decided to put me out of my misery, death came by way of an injection in the same veins you had used to take my soul. You were not the one to kill me: again, you had some other person do it, any other person.

I could feel the needle puncture my flesh for the last time, and the poison stop my lungs first, and later my heart. This is the way I died; but just before the last ray of artificial light went off in my eyes, something happened, something which neither you nor I could have expected. The pain arrived in a single stroke. I didn’t know what atoms were then, but if I had known, I would have known how to identify the pain that had exploded in each and every one of them. That is what happened: I was the greatest discovery in the history of life on the planet, but I awoke inside a bag that was just about to be burned with other failed experiments. Moving towards an incinerator, carried by a conveyor belt, it was easy to gnaw my way through those black plastic depths to freedom, and to leave that lab now full of empty cages. The most difficult part was accepting the loneliness that came afterwards. Year after year, decade after decade, century after century until time itself stopped being important, because I was the only living creature to have witnessed existence.

Once one of you said that only mice would survive after the extinction of mankind; and now that I find myself telling my tale to the last dying star, that I am the memory of the world, I can think about nothing but the moment in which every trace of humanity disappeared from your eyes, and I, for you, became nothing more than a number again. Mouse number 2563.

 

 

Translation ©Matilda Colarossi 2020

tapparelliFilippo Tapparelli was born in Verona in 1974. He has studied English and Russian literature at the university of Verona, has mastered many arts like fencing and hang-gliding, and has even been a street performer. He has published short stories in numerous anthologies, and has a definite leaning towards “noir” and psychological thrillers. He was the winner of the 2018 Premio Calvino with the book L’inverno di Giona, Mondadori, 2018. You can find the novel at: https://www.librimondadori.it/libri/linverno-di-giona-filippo-tapparelli/

I am proud to be the first person to publish Io sono la memoria del mondo, and I hope I will not be the last. I thank Filippo for trusting me with it: all rights belong to the author ©Filippo Tapparelli

The eternal question: Do animals feel pain? And do we, as humans, have a right to inflict it to better our own lives. I think the author has answered this question brilliantly. – M.C.

For more information please go to:

Mice and Rats in Laboratories

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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