La pentola d’oro

di Filippo Rigli

Il Diavolo arrivò in paese di buon’ora. Era alto e portava occhiali neri rotondi, soprabito nero sopra un completo nero, scarpe nere di cuoio, bombetta e bastone, anch’essi neri. Capelli e pizzo a punta nerissimi, striati di riflessi blu. Appena sceso dal treno un carabiniere lo notò. Salve. Lei è forestiero? Chiese al Diavolo con fare amichevole. Sì, certo, rispose quello. È venuto per la festa? Continuò il carabiniere aggrottando le sopracciglia. A dire il vero sono qua per lavoro, rispose ancora il Diavolo. Io lavoro sempre, aggiunse dopo una breve pausa. Sospirò lievemente. Il carabiniere, al quale il curioso straniero destava qualche sospetto, chiese ancora, se poteva permettersi, che lavoro facesse il signore. Faccio l’assicuratore, disse il Diavolo. Sono qui per saldare un debito. Immagino che non abbia voglia di dirmi con chi, chiosò il carabiniere. Con il vostro municipio, rispose tranquillo il Diavolo. Anzi: con la comunità. Il carabiniere si congedò dallo straniero. Sarà contento il nostro sindaco, fece, accennando un saluto militare. Saranno contenti tutti, concluse il Diavolo, e si avviò a cercare una locanda.

Il locandiere non lo riconobbe. Anzi, credette subito di avere tra le mani un buon pollo da spennare. Vendeva camere fatiscenti a prezzi maggiorati. La sua tanto era la sola locanda del paese. Credeva, il locandiere, di saperne una più del diavolo. Si sbagliava. Il Diavolo prese una camera. Il locandiere gli disse che gli riservava la migliore. L’albergo era vuoto e le camere erano tutte uguali. Il Diavolo posò la sua ventiquattrore nera nella stanza fatiscente e uscì salutando. Povero diavolo, pensò il locandiere, sfregandosi le mani. Il Diavolo non pensò nulla di particolare.

Due sfaccendati seduti davanti a un bar videro passare il Diavolo per la via maestra. Un forestiero, disse uno. Rapiniamolo, disse l’altro, facendo scattare la lama di un serramanico. Aspetta, disse il primo. Prima vendiamogli della droga. L’altro annuì. Lo aspettarono all’angolo della strada e cominciarono a offrirgli droga e puttane. Lui si tolse gli occhiali e i due rimasero di sasso. Eppure gli occhi di quel signore ben vestito non avevano nulla di strano. Erano solo scuri. Molto scuri. I due ebbero paura. Tornate questa sera, disse loro, forse avrò lavoro per dei bravi ragazzi come voi. Stasera in paese c’è la festa, gli risposero i due, quasi all’unisono. Lo so, rispose il Diavolo, e fece loro cenno di andarsene con la mano guantata di pelle nera lucida. I due corsero via, cercando di scacciare una paura senza nome che aveva preso a torcergli le viscere.

Il Diavolo attraversò la piazza e varcò la soglia della chiesa. Al suo passaggio tutti i ceri si accesero. Rimase qualche minuto come assorto davanti all’altare con la bombetta in mano, poi uscì senza fare il segno della croce. Appena fuori dalla chiesa incontrò il prete e il sagrestano, e consegnò loro una banconota di grosso taglio. Ho acceso molti ceri, disse ai due. Per mio padre. Poi salutò e tornò sui suoi passi. Che brava persona, disse il sagrestano. Il prete annuì.

Fuori dalla locanda era seduto lo scemo del paese. Quando il Diavolo si avvicinò vide la coda e le corna che spuntavano dalla bombetta e gli si fece incontro ridendo. Tu! Gli disse. Tu sei… l’atro si portò l’indice alla bocca e gli fece cenno di stare zitto, sorridendo. Uscì il locandiere e cacciò lo scemo a male parole, urlandogli dietro di non infastidire i clienti. Lo scemo scappò via. Mi perdoni, disse il locandiere al Diavolo. Sa. È lo scemo del paese… Non fa niente, rispose il Diavolo. Poi salì in camera a riposare. Era un po’ stanco. Era in piedi da quasi l’inizio della Creazione.

Dopo qualche ora il Diavolo si avviò verso la banca del paese per una commissione. Attraversando la via principale passò davanti all’impresa di pompe funebri. L’impresario affacciato sulla soglia lo vide passare, annusò l’aria che sapeva di zolfo e tornò dentro a preparare altre casse. In banca fu ricevuto dal direttore in persona, un uomo molto elegante, molto pio, che terrorizzava gli impiegati. Ma al Diavolo sorrise. Fa piacere, ogni tanto, vedere un cliente facoltoso. Sa, con questa crisi… Lo so, rispose il Diavolo. Lavorate solo voi banche e le pompe funebri. Per i vampiri e i becchini il lavoro non manca mai, disse il direttore, scherzando. Al Diavolo dispiacque che il direttore tirasse in ballo i suoi figli, notoriamente bevitori di sangue, per una faccenda che invece riguardava dell’oro. Gli dispiacque, ma solo un po’, e non lo dette a vedere. Il Diavolo, si sa, è una pellaccia. Consegnò al direttore una chiave di una cassetta di sicurezza e quello fece portare una cassa molto pesante. Mentre il Diavolo sbrigava le pratiche per il ritiro notò un rosario lavorato che spuntava dal taschino del direttore. Molto bello il suo rosario, gli disse il Diavolo. È d’oro, rispose quello.

Dopo aver sbrigato le sue faccende in banca il Diavolo tornò in paese. Varcò la piazza con passo svelto e prese la porta del municipio. Mentre passò gli impiegati si zittirono. Salì leggero due rampe di scale e spalancò la porta dell’ufficio del sindaco. Salve, vecchio mio! Disse sorridendo. Quanto tempo! Quello da parte sua strabuzzò gli occhi e per poco non soffocò. Rimase piantato con le mani umide sulla scrivania, sudando e arrossendo. Il Diavolo, da vero gentiluomo, aspettò che il politicante si fosse ripreso. Poi continuò, senza smettere di sorridere. Sono venuto a prendermi quello che mi spetta, fece, con un pleonasmo palese ma del tutto voluto. Non amava ripetersi ma con certa gente era d’obbligo. L’altro si passò un fazzoletto sulla testa calva e sudata, si guardò intorno come per cercare una via di fuga, ma poi si abbandonò sulla scrivania, arreso. Balbettò appena un mah… Niente mah, riprese il Diavolo. Quello che mi spetta, mi spetta. O vuoi provare a fregarmi? Disse cambiando espressione in un batter d’occhio. In un’espressione che sarebbe sembrata demoniaca anche a uno che non gli avesse venduto l’anima. E il sindaco il suo bel contratto lo aveva firmato. Tanti anni prima. Bene vecchio mio, fece il Diavolo ritornando bonario, almeno all’apparenza. Ci vediamo stasera alla festa, concluse, e uscì dall’ufficio, chiudendo la porta, non si sarebbe detto con violenza, ma virilmente, ecco. Il sindaco aveva quattro mandati alle spalle e due conti in Svizzera, nella zona faceva il bello e il cattivo tempo ed era fermamente intenzionato a correre per il parlamento. Almeno fino a un quarto d’ora prima. Rimase seduto, con la testa tra le mani, a cercare di gestire il suo magone.

Il Diavolo uscendo rivide i due loschi sfaccendati che aveva già incontrato. Abbassarono istintivamente la testa come fanno i pesci piccoli quando passano gli squali, ma il Diavolo li chiamò con voce suadente. Stasera alla festa terrò un discorso, disse loro. Dopo, in serata, avrei un certo interesse per la vostra offerta di stamattina. I due non rispondevano, e il Diavolo dovette insistere. Una bella ragazza, a fine serata. Pensate di farcela? I due annuirono e il Diavolo se ne andò. Appena ebbe girato l’angolo i due ringraziarono Dio, ma ormai era tardi.

Arrivò la sera, come più o meno ogni sera, ma quella sera era la sera della festa. La festa era quella del Santo Patrono, che veniva esposto dentro un pesante altare all’ingresso della chiesa. Era ridotto a un mucchio d’ossa, lo scheletro pareva avesse due piedi sinistri e grossomodo nessuno in paese sapeva chi fosse. Tanto meno i paesani andavano a rendergli omaggio, troppo occupati con il lato, diciamo così, più materiale della festa. Il Diavolo lo ricordava bene invece. Era poco più di un bambino quando gli chiese tre volte, vestito da console, di rinnegare la setta delle catacombe. Operava miracoli, interrompeva la siccità, e in cambio chiedeva solo preghiere per il suo Dio che, diceva, era morto per loro. Sembrava quasi felice mentre veniva condannato alla croce come il suo Maestro. Il Diavolo, che di quel maestro era se non proprio fratello almeno parente stretto, non riusciva a capacitarsi di quel fanatismo, di quel fervore. Provava quasi tenerezza per quei fanatici. Il ragazzo non fece in tempo a salire sulla collina del supplizio. Venne linciato dalla plebaglia, altrettanto fanatica ma di modi più spicci. L’anima raggiunse il Maestro mentre il corpo venne trafugato dai compagni e venerato come reliquia. La porta della chiesa era aperta e il Diavolo si fece il segno della croce davanti allo scheletro del ragazzo. Tutto si poteva dire del Diavolo, e molto spesso con piena ragione, ma non che non apprezzasse il coraggio. Poi uscì tra il chiasso e i banchetti e le giostre, e i bambini schiamazzanti, e l’odore di croccante, e i boccali di vino nuovo, e i paesani col vestito buono, e gli ubriachi che ciondolavano e i potenti che tramavano nell’ombra. Arrivò quasi in mezzo alla piazza e chiese l’attenzione della folla. Si girarono in molti a quella voce che sembrò coprire il rumore della festa. Il Diavolo tolse gli occhiali, e mentre si alzava un vento leggero ma piuttosto freddo incominciò il suo sermone. Paesani! E si tolse la bombetta, tanto che molti pensarono a un imbonitore. Vi porto un regalo dal vostro amatissimo sindaco! Tutti gli occhi si girarono verso sinistra, dove un sindaco col cuore congelato sgranava gli occhi senza proferire parola. Il vostro esemplare primo cittadino, forse voi non lo sapete, prima di trasferirsi nel vostro bel paese, venticinque anni fa, era un delinquente di piccolo calibro! La folla, incredula, vide spuntare qualcosa dalla coltre di capelli neri. Corna, avrebbero detto i più fantasiosi. Il Diavolo continuò. Lo trovai solo e triste, appena uscito di galera, e gli proposi di cambiare vita! La voce si era fatta più roca, sembrava alla folla, e lo straniero sembrava più alto. Gli spiegai che poteva avere una bella vita, diventare ricco e potente, se solo si ravvedeva! La folla era incredula a sentir accostare un qualche derivato di ravvedimento alla figura del sindaco. Ma ancora più incredula era a vedere la pelle del forestiero arrossarsi. Ma non come si arrossa d’estate al sole. Di un rosso cupo, ramato. Un rosso diabolico, avrebbero detto i più fantasiosi. E tutto ciò in cambio di molto poco, sia chiaro, riprese il Diavolo. Di qualcosa di poco valore. La sua anima. E tutti voi, aggiunse. La folla era impietrita. Quello che li stava arringando era un demone altro tre metri, rosso cupo, con due corna da capro. I vestiti erano stracciati. Ma io non solo mi accontento della sola sua anima, continuò quel tizzone d’Inferno. Ma vi ho portato un regalo. Ho nascosto una pentola di monete d’oro. Apparterrà a chi saprà trovarla. Buona fortuna a tutti, e le parole si spensero nell’eco della sera che si era fatta notte, per quanto era scura, e il Diavolo, che era tornato di colpo agli occhi di tutti il distinto forestiero, si rimise la bombetta e si fece largo tra la folla. Adocchiò i due sfaccendati, tremanti di paura, anche se non si sarebbe mai detto che un così distinto forestiero potesse ispirare paura. Siccome è universalmente noto che il Diavolo ha sempre lavoro per le mani oziose, li apostrofò. La ragazza, figlioli. In camera mia, subito, fece loro, suadente. Quelli corsero via per obbedire, e il Diavolo si avviò alla locanda.

La ragazza era pallida e aveva i capelli tinti di nero. Era molto giovane, ma piuttosto sciupata. Era anche bella, pensò il Diavolo mentre la guardava, anche se sembrava molto triste. Ma il Diavolo era di parte, aveva un debole per le anime perse. Le offrì un bicchierino di un liquore che a lei parve fortissimo, poi le ordinò di togliersi i vestiti. Ma con gentilezza. Se il frastuono della festa non avesse sovrastato tutti gli altri rumori, in più di uno l’avrebbero sentita strillare. Non le capitava da anni, anche se a lei sembravano secoli. Da quando aveva iniziato il mestiere.

Per cui, chi sei, gli chiese, fumando una delle sue sigarette, quando ebbero finito. Tu non eri alla festa, vero? Le rispose il Diavolo. Gli capitava spesso di rispondere con delle domande. Lei rispose che no, non era alla festa, odiava la festa, odiava il paese e tutti i paesani, che più la disprezzavano e più bussavano alla sua porta a notte fonda, ed era così triste che spesso beveva, e a volte prendeva l’oppio, e aveva una figlia da qualche parte, e il padre della bambina l’aveva sedotta e mollata che era minorenne, e basta così, rispose il Diavolo, che di storie tristi ne aveva sentite a bizzeffe, anche se ci campava, come lei campava con i paesani che odiava. Vattene a casa, le disse. Ti è arrivata una lettera, da una zia americana. Adesso sei un’ereditiera. Fai la valigia e prendi l’ultimo treno della notte. Non dire niente a nessuno. Non guardarti indietro. Lei senza neanche sapere perché si fidò del forestiero, si rivestì con le lacrime agli occhi. Cercò di congedarsi ma non sapeva che dire. Ti rivedrò, allora gli chiese. Molto presto, rispose. Va’ a prenderti tua figlia. La pagò con una moneta d’oro, lei uscì nella notte e nessuno in paese la vide mai più.

Andiamo a fregargli l’oro, disse uno degli sfaccendati al suo compare. Tu sei pazzo, rispose il prete al sagrestano. Quello è un… Un demonio, rispose il locandiere alla moglie. E poi non sappiamo nemmeno se quella storia dell’oro è vera, fece il maresciallo al suo appuntato. Ma certo che è vera, disse il direttore al suo vice. Gliel’ho data io la cassa. Era da noi. In banca, fece lo sfaccendato al suo compare. Che altro c’è andato a fare in banca, sennò. Il sindaco invece non parlava con nessuno. Si era avviato verso la stazione correndo trafelato, con il cuore che gli rimbombava in gola. Non era neanche passato da casa. Arrivò preciso per vedere l’ultimo treno notturno che partiva. La puttana del paese invece era salita appena in tempo, lo vide di lontano e gli fece un gestaccio dal finestrino.

I due sfaccendati si portarono sul retro della locanda, intenzionati a forzare la finestra della camera del forestiero. Dovevano stare attenti. Li aveva o non aveva ipnotizzati, alla festa? Doveva essere un illusionista. Qualcosa del genere. Ci rimasero di sasso quando trovarono il prete e il sagrestano con il piede di porco in mano. Cercarono di prendere tempo, ma i due detestavano i piccoli delinquenti. Non si confessavano mai. Così gli spaccarono la testa con le spranghe, in preda a furore sacro. Appena finito si riebbero, si videro l’un l’altro come allo specchio e corsero via. Appena arrivati in sagrestia si chiusero la porta alle spalle, ma vennero sorpresi dal direttore di banca e dal suo vice, che li avevano visti correre coperti di sangue nel cuore della notte e avevano mangiato la foglia. Li presero alle spalle minacciandoli con dei grossi coltelli e intimarono loro di consegnargli l’oro del forestiero. Il sagrestano gli disse che era il prete a sapere dove fosse l’oro. Questo dal canto suo lo chiamò traditore e senzadio e cercò di strangolarlo, mentre il direttore e il suo vice si industriavano a dividerli. Nella penombra balenarono le lame e i due uomini di chiesa ebbero la peggio, ma anche il vice venne ferito. Implorò il suo capo di portarlo all’ospedale ma quello pensò bene di finirlo e scappare. Venne giusto intercettato dal locandiere e dalla moglie, che avevano visto la scena del prete e degli sfaccendati, e gli ordinarono di portarli in banca per consegnargli il malloppo che legittimamente, dissero, spettava a loro. Alle proteste del direttore seguirono le bastonate, e quando questo fu esangue i due si diressero alla banca per forzare la cassaforte. Ci trovarono il maresciallo e l’appuntato, che pistola in pugno gli ordinarono l’alt, credettero di vedere un accenno di resistenza e fecero fuoco. Continuarono a forzare la cassaforte e trovarono in effetti una cassa. Una cassa si sa, non somiglia a una pentola nemmeno per sbaglio, ma nella cassaforte non c’era altro, e se la issarono in spalla per portarsela in caserma. In piazza incrociarono il sindaco che tornava dalla stazione, che come li vide prese a urlargli contro che non avevano ben capito chi fosse il forestiero, di barricarsi e nascondersi, di lasciar perdere l’oro. L’appuntato conosceva bene da quale pulpito veniva la predica, lo freddò con una revolverata, poi si girò verso il suo superiore come per ottenere encomio, ma ottenne piombo a sua volta. Il maresciallo con la faccia di chi l’aveva spuntata riprese la cassa sulle spalle, la sua pesantezza lo rallegrò, ma l’allegria non andò troppo lontano, giacché il sindaco moribondo lo centrò alle spalle con l’ultimo colpo della pistola dell’appuntato, e finì di morire con una bestemmia tra i denti. La cassa cadde a terra aprendosi, le cambiali che conteneva si sparsero in terra. L’alba poco dopo scoprì gli altarini. Il Diavolo si affacciò alla finestra, insonne, gli venne da sorridere.

Lo scemo smanacciò davanti alla fronte per mandar via la sensazione di mal di testa che aveva. I due sfaccendati si erano divertiti a farlo bere finché non aveva perso i sensi. Si tirò su, seduto su una delle grosse conche di fiori ai lati della piazza. Ricordava molto poco, ma per lui non aveva nessuna importanza. Raramente ricordava quello che aveva fatto il giorno prima. Aveva la bocca impastata e una sete fortissima. Si alzò in piedi e per poco non ricadde a terra per via di un capogiro. Si riprese e massaggiandosi le tempie si guardò intorno. Non era il solo, sembrava, ad aver dormito in piazza. Praticamente tutti i paesani erano per terra là intorno. Non sembravano intenzionati ad alzarsi, e non gliene poteva fregare di meno. Aveva sete. Si diresse al pozzo nel centro preciso della piazza e prese a girare la manovella. Pesantissima, gli sembrava. Quando riuscì a tirarla su, tutto sudato per lo sforzo, si accorse che legata sopra il secchio c’era una pentola di rame, piena. La gettò stizzito da una parte e mandò di nuovo giù il secchio. Bevve fino a farsi passare la sete, poi si ricordò della pentola e ci guardò dentro. Era piena di dischetti gialli lucenti. Se ne riempì le tasche e corse verso il fiume per tirarli ai pesciolini e alle rane, ridendo e cantando.

Il Diavolo uscì dalla locanda, scansò i cadaveri e spense la pipa. Si tossì nella mano. L’aria pulita gli dava fastidio, non c’era nulla da fare. Fumare molto aiutava, ma niente di che. Non aveva chiuso occhio. Si incamminò verso la stazione, attraversando la via principale. Passò davanti alla ditta delle pompe funebri. Il becchino stava lucidando la falce con le mani scheletriche. Che bel lavoro, vecchia mia, disse al becchino. Il becchino lo fissò con gli occhi privi di orbite. Li porto dal Giudice e ti consegno il dovuto, rispose. Si salutarono e il Diavolo proseguì fino alla stazione. Il treno arrivò fischiando mentre quello varcava la soglia, perfettamente in orario. Ringraziò il Dio che lo aveva maledetto per aver trovato una cuccetta vuota e si sedette dando un ultimo sguardo al paese, di sfuggita. Si segnò qualcosa sull’agenda e poi si addormentò con la bombetta calata sugli occhi, le lunghe gambe distese, sfinito.

The pot of gold

by Filippo Rigli

The Devil arrived in the town early. He was tall and wore round, dark glasses, a black coat over a black suit, black leather shoes, a bowler, and carried a cane, also black. Hair and goatee were both raven black with hues of blue. As soon as he got off the train an officer noticed him. Hi. Foreigner, are you? He asked the Devil amicably. Yes, of course. Answered the stranger. Come here for the celebration, have you? Continued the officer frowning. Actually, I’m here on business, said the devil. I work all the time, he added after a brief pause. He sighed softly. The officer, who observed the foreigner with a hint of suspicion, asked the strange man if he wouldn’t mind telling him exactly what kind of work he did. I’m an insurance broker, said the Devil. I’m here to settle a debt. I suppose you don’t want to tell me who with, added the officer. With City Hall, answered the Devil serenely. Or rather, with the community. The officer turned to go. I’m sure the mayor will be happy about that, he said, saluting the foreigner. They will all be happy, concluded the Devil, and he went to look for the inn.

The innkeeper didn’t recognize him. Or rather, he thought he had just found himself a sucker. He rented appalling rooms at not so appealing prices. It was the only inn in town. He, the innkeeper, was sure he had the Devil’s own luck. He was wrong. The Devil booked a room. The innkeeper assured him he would get him the best room in the house. The inn was empty and the rooms were all the same. The Devil left his black briefcase in the disgusting room and said good-bye to the man on his way out. Poor devil, thought the innkeeper, rubbing his hands. The Devil wasn’t thinking anything in particular.

Two crooks, sitting outside a cafe, saw the Devil turn down main street. A foreigner, said one. Let’s mug ’em, said the other, pulling out his switchblade. Wait, said the first crook. Let’s sell ‘im some drugs first. The second crook nodded. They waited at the corner of the street for him and started offering drugs and whores. The Devil took off his glasses and the two froze. And yet there was nothing special about the gentleman’s eyes.  They were just dark. Very dark. The two became frightened. Come back tonight, he told them, maybe I’ll have a job for you nice lads. The town celebration is tonight, they said, almost exactly at the same time. I know, said the Devil, and he waved them away with his black patent leather gloved hand. The two got out of there fast, trying to run off the fear that had gripped their guts.

The Devil crossed the square and entered the church. All the candles lit up as he passed. He stood in contemplation for a moment in front of the altar, bowler in hand, then left the church without making the sign of the cross. Outside the church, he met the priest and the sacristan, and gave them a large banknote. I lit quite a few candles, he said. For my father. Then he turned and left. What a nice man, said the sacristan. The priest nodded.

The village idiot was sitting outside the inn.  He watched the Devil approach. He saw his tail, and, sticking out of his bowler, his horns, and walked up to him, grinning. You! He said. You’re…the Devil smiled, putting his index finger to his mouth to silence him. The innkeeper came outside and shooed the poor idiot away, yelling obscenities and telling him to stop bothering the clients. The simpleton ran off. I’m so sorry,  said the innkeeper to the Devil. He’s the village idiot, you see…No harm done, answered the Devil. Then he went up to his room to rest. He was a bit tired. He’d been up since Creation.

After a couple of hours, the Devil went to the local bank to take care of some business. Walking down Main Street, he passed in front of the funeral home. The funeral director, standing on the door step, watched him walk by, sniffed the sulphur in the air and went back to preparing the coffins. In the bank, the bank manager himself welcomed him; he was an elegant pious man who terrified his employees. But he smiled at the Devil. It’s nice to see a wealthy man every now and then. What with the crisis and all….I know, said the Devil. Banks and funeral homes are the only ones doing business. There is always a market for vampires and undertakers, said the manager joking. The Devil wasn’t pleased to hear his kids, notorious leeches, mentioned when the subject was gold. He was saddened, but just a bit, and hid it well. The Devil, as we all know, is a tough guy. He gave the manager the key to his deposit box, and a heavy safe was brought in. While the Devil was doing the paperwork, he noticed an elaborate rosary hanging from the manager’s breast pocket. You have a beautiful rosary there, said the Devil. It’s gold, said the manager.

When he finished doing what he had gone to the bank to do, the Devil went back into town. He crossed the square quickly and marched into City Hall. The employees fell silent as he walked past. He climbed the stairs lightly and threw the mayor’s door open. Well hello, old friend! He said smiling. Been a long time! The mayor’s eyes opened wide, and he almost choked. He sat there with his sweaty palms on the table top, perspiring, red-faced. The Devil, always a gentleman, waited for the politician to collect himself. Then he started talking again, smiling the whole time. I have come to reclaim for myself what I, myself, am entitled to, he asserted with obvious, yet intended, redundancy. He didn’t like to have to repeat himself, but with some people it was necessary. The mayor wiped a handkerchief over his sweaty bald head, looked around the room for an escape exit, and then dropped his head on his desk. He stammered a low but…No buts, said the Devil. What’s mine is mine. Or were you thinking of cheating me? He said, changing expression. In a tone that would have sounded diabolic to anyone, even someone who hadn’t sold his soul. And the mayor had, in fact, signed his away. Years before. Very good, old chap, said the Devil merrily, or at least it seemed that way. See you at the celebration tonight, he concluded, and left the office, closing the door behind him, not violently really, but let’s just say with force. The mayor had four terms of office under his belt, and a couple of bank accounts in Switzerland. He ran the show in the area and intended to run for parliament too. Or at least he had intended to up to a quarter of an hour before. He sat there with his head in his hands, trying to keep his desperation in check.

On his way out of the building, the Devil saw the two crooks he had met earlier. They bowed their heads automatically, like tiny fish in front of a huge shark, but the Devil called out to them in a persuasive voice. I’m giving a speech at the celebration tonight, he said. Later tonight, I may decide to take you up on the offer you made me this afternoon. They didn’t answer and he had to insist. A good looking woman, later tonight. Do you think you can do that? The two nodded and the Devil left. As soon as he turned the corner they thanked the Lord, but it was too late for that.

The evening arrived, like every evening, more or less, but it was the evening of the celebration. It was the feast of the patron saint, exhibited in the heavy casket at the entrance of the church. He was nothing but a bunch of bones; the skeleton looked as if it had two left feet, and there was hardly anyone in the town who knew who he was. And no-one paid homage to him. They were too busy with the, let’s say, material side of the celebration. The Devil remembered him well though. He had been no more than a child when, dressed as a consul, he had asked him to renounce the sect of the catacombs. And he had worked miracles too, stopped the drought, for example, and asked for nothing in return but for people to pray to his God, who, he said, had died so that they could live. He almost looked happy to be put on the cross, like his Master. The Devil, who wasn’t exactly the Master’s brother, but definitely a close enough relative, couldn’t understand all that fanaticism, all that fervour. He had a kind of soft spot for fanatics. The kid had just barely made it up the hill of agony. He was lynched by the crowd, a crowd as fanatic as he was, but more peremptory. His soul reached the Master while his body was being stolen by his companions, and venerated as a relic. The church door was open and the Devil made the sign of the cross in front of the relic of the boy. You could criticize the Devil all you liked, and rightly so most of the time, but you couldn’t say he didn’t appreciated courage. Then he went into the street and the chaos, the stalls and the carousels, the screaming children and the smell of candy, the jugs of new wine and the townsfolk in their new suits, the stumbling drunks and the powerful people plotting in the shadows. He had almost reached the middle of the square when he asked for the crowd’s attention. Many turned when they heard his voice, which seemed to drown out the noise of the celebration. The Devil took off his glasses, and as the wind, gentle but somewhat cold, rose, he started  his sermon. Countrymen! And he removed his bowler, looking a lot like a barker to many in the crowd. I have brought you a gift on behalf of your beloved mayor! Everyone looked left to where the mayor was standing dumbstruck, his heart frozen and his eyes open wide. You may not know that your upstanding mayor here, before moving into town twenty-five years ago, was nothing but a petty thief! The crowd, incredulous, saw something sprout from the mass of black hair. Horns, the more imaginative members of the bunch would say. The Devil continued. I found him alone and miserable, fresh out of prison, and I suggested he turn his life around! His voice had become throatier, or so they thought, and the foreigner seemed taller. I explained that he could have a nice life, become rich and powerful, if only he mended his ways! The crowd couldn’t believe their ears: it was the first time they’d ever heard the words mending one’s ways used in the same sentence with the word mayor. What was even more incredible was the fact that the foreigner’s skin seemed to be turning red. Not a summer sunburn type red. Dark red, coppery-like. A diabolic red, the more imaginative members of the bunch would say. And all this, continued the Devil, in return for very little indeed, to be sure. For something worthless. For his soul. And for all of you, he added. The crowd stood petrified. The man addressing them was a three metre tall demon, dark red, and with goat horns. His clothes were torn. But not only is his soul more than enough for me, continued that burning coal from Hell, I have brought you a present. I have hidden a pot of gold coins. It will belong to the person who finds it. Good luck to you all, and his words were lost in the echo of the evening that had become night, the darkest of nights, and the Devil was once again an elegant foreigner in the eyes of the townspeople. He put on his bowler and made his way through the crowd. He saw the two crooks, trembling with fear, even if it is hard to believe that such an elegant foreigner could frighten anyone. And since it is a well-known fact that the Devil always makes work for idle hands, he called to them. The woman, boys. In my room, now, he said forcefully.  The two ran off, and the Devil walked towards the inn.

The woman was pale, and her hair was dyed black. She was very young, but worn. She’s pretty too, thought the Devil studying her, but she’s so sad looking. The Devil was biased of course: he had a weak spot for lost souls. He offered her a glass of liquor which she found very strong, then he told her to take her clothes off. But gently. If the noise of the celebration outside hadn’t drowned out all the other sounds, her screams would certainly have been heard. It hadn’t happened to her in years, even if it seemed like centuries to her. From when she had taken up the profession. So, who are you, she asked afterwards, smoking one of his cigarettes. You weren’t at the celebration, were you? Asked the Devil. He often answered a question with a question. She said no, she hadn’t attended the celebration, she hated celebrations, she hated the town and all the townspeople, who the more they hated her, the more they went knocking at her door in the middle of the night. And it was all so terrible that she often drank, and sometimes she took opium, and had a daughter somewhere, and the child’s father had seduced her and then left her when she was just a kid, and that’s enough, said the Devil, who had heard a million sob stories, even if it was his occupation, like her occupation was sleeping with the townspeople, even if she despised them. Go home, he said. You received a letter, from an American aunt. You’re an heiress now. Prepare your bags and take the last train out tonight. Don’t say a word to anyone. Don’t look back. She didn’t know why, but she trusted the foreigner, and had tears in her eyes when she got dressed. She wanted to say good-bye, but wasn’t sure what to say.  Will I see you again? She asked in the end. Soon, he said. Go get your daughter. He paid her with a gold coin, and she slipped into the night, and no-one in the town saw her again.

Let’s go steal his gold, said one of the crooks to his friend. You’re nuts, said the priest to the sacristan. He’s…A demon, replied the innkeeper to his wife. And plus, we don’t even know if the story about the gold is true, said the officer to his partner. Of course it’s true, said the manager to his assistant. I was the one who brought him the safe. He was with us. In the bank, said the crook to his friend.  What else would he go to the bank for? The mayor didn’t say anything to anyone. He was running towards the station with his heart in his throat. He hadn’t even gone home. He got there just in time to see the last train leave the station. The town whore, on the other hand, had made it, saw the mayor from a distance and gave him the finger from the carriage window.

The two crooks went to the back of the inn with the intention of breaking into the foreigner’s room. They had to be careful. Had he or hadn’t he hypnotized them all at the celebration? He was probably an illusionist. Or something like that. They were shocked to find the priest and the sacristan at the window holding a crowbar. They tried to buy some time, but the two men hated the crooks. They never confessed. So they split open their heads in a flash of sacred fury. When it was over, they came to their senses and saw themselves reflected in the other, like in a mirror, and ran off. They got to the sacristy and locked themselves inside, but the bank manager was there waiting for them with his assistant. They had seen them run off in the middle of the night covered in blood and understood. They came up behind them and threatened to knife them if they didn’t give them the foreigner’s gold. The sacristan said the priest knew where the gold was. The priest called him a godless traitor and tried to strangle him. The bank manager and his assistant tried to separate them but the knives flashed in the dark and the priest and sacristan got the worst of it. The bank assistant was hurt too.  He begged his boss to bring him to the hospital, but the manager thought it was a better idea to finish him off and then run for it. The innkeeper and his wife, who had seen what had happened with the crooks, asked the manager to open the bank and hand over the gold, which, they said, was rightfully theirs. The banker protested, and they beat him to death with sticks and decided to go to the bank to force the safe open. They found the officer and his partner who, guns pointed, told them to put up their hands, thought they saw what might be considered resisting arrest, and shot them.  They continued to force the safe and when they got it open found a box. Now, a strongbox doesn’t look much like a pot, but there was nothing else in the safe. They lifted it up on their shoulders to take it to the precinct. In the square they ran into the mayor who was coming back from the station. As soon as he saw them, he started yelling that they didn’t understand who the foreigner was, and that they had better forget about the gold and go home and lock themselves inside. The officer’s partner knew exactly what pulpit the sermon was coming from and shot the mayor. Then he turned to his partner for approval but was filled with lead. The officer, satisfied, lifted the box to his shoulder again, and the fact that it was heavy made him happy, but the happiness didn’t last long. The mayor shot him in the back with the last round in his partner’s gun. He died cursing. The box crashed to the ground and fell opened. The promissory notes flew to the ground. As dawn approached, the guilty secrets were exposed. The Devil looked out of his window, and smiled.

The village idiot waved his hands in front of his eyes as if to free himself from the hangover. For a laugh, the two crooks had forced him to drink until he had fallen unconscious.  He straightened up, sitting on one of the huge flower pots at the side of the square. He couldn’t remember much, but it made little difference. He rarely remembered what happened the day before. His mouth was dry and he was terribly thirsty. He got up, felt dizzy and almost fell back down.  He got up again and, massaging his temples, looked around the square. He wasn’t the only one who had slept there, he thought. Practically the whole town seemed to have slept outside. They didn’t seem to be in a hurry to get up either, and he couldn’t care less. He was thirsty. He went to the well in the middle of the square and started turning the crank. Heavy, he thought. When, drenched in sweat, he finally pulled out the pail, he realized there was a pot of gold tied to it. He threw it to one side angrily, and let the pail fall back into the well.  He drank and drank until he had quenched his thirst, then remembered the pot and looked inside. It was full of shiny yellow disks. He filled his pockets with them and ran to the river to throw them at the fish and the frogs, laughing and singing all the way.

The Devil left the inn, walked around the bodies and put out his pipe. He covered his mouth as he coughed.  The fresh air bothered him, and there was nothing he could do about it. Smoking helped, but not much. He hadn’t slept a wink. He walked towards the station, down Main Street. He passed in front of the funeral home.  The undertaker’s skeletal hands were shining his scythe.  Well done, my dear,  he said to the undertaker. The undertaker looked at him with orbit-less eyes.  I’ll take them to the Judge and give you what is owed you, he answered. They said good-bye and the Devil continued walking towards the station. The train whistled as it entered the station perfectly on time. He thanked the Lord who had damned him for letting him find an empty seat, sat down and gave a last fleeting glance at the town. He wrote something down in his agenda and then fell asleep with his bowler lowered over his eyes, his long legs stretched out in front of him, dead tired.

Translation by ©Matilda Colarossi

Filippo Rigli is a talented young Italian writer. He has published short stories in several Italian magazines such as “Inchiostro”, “Flanerì”, “Corriere della Sera”, and on-line for the literary magazine http://www.stanza251.com

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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