Mostro in cantina

by Filippo Rigli

Il bambino continuava a piangere. La mamma lo stringeva, lui si rifugiava contro la sua spalla bagnandola di lacrime. La mamma provò a cullarlo, poi gli parlò dolcemente. Su, gli disse. È stata solo suggestione. Lo sai cosa vuol dire suggestione? Il bambino si tirò su e guardò la mamma con espressione incuriosita, dimenticando per un attimo di piangere. La mamma gli sorrise. Il bambino arricciò il labbro superiore e scoppiò di nuovo in pianto. La mamma lo tirò a se. Vuol dire che ti eri così convinto di vedere qualcosa di brutto che alla fine te lo sei immaginato, ma immaginato così forte che ti è sembrato di vederlo. Capito? Il bambino scosse la testa con furia, fino a farle male alla clavicola. No no no, mamma, rispose, con la voce rotta. Ti dico di no. Ti dico che davvero c’è un mostro in cantina. Si tirò su di nuovo e la guardò negli occhi. Davvero. E non ridere. Ok disse la mamma. Non rido. Raccontami come è andata. Il bambino saltò giù e si mise in piedi davanti alla madre. Si asciugò le lacrime con la manica e si preparò per raccontare. La madre dovette trattenersi dal sorridere ancora. Allora, cominciò. Ero andato giù al piano di sotto. Stavo giocando. Lo sai che non devi andare di sotto no? Te lo avremmo detto un milione di volte, io e papà. Mamma, però se mi interrompi io non riesco a raccontare, insistette lui con la voce rotta. La madre annuì e fece cenno di continuare. Ero andato giù insomma. Mi stavo annoiando. I cartoni animati non mi piacevano e i videogiochi mi avevano un po’ rotto. Allora sono andato in cucina a prendere un succo di frutta. Poi volevo tornare in salotto, ma mentre tornavo ho visto che la porta della cantina era aperta. Non mi ricordo se era aperta anche prima, ma mi pare di no. Non lo so però. Allora mi sono affacciato. Non l’avevo mai vista la cantina. È buio là sotto. Non so perché sono sceso. Ho acceso la luce, ma non arrivava fino in fondo alla scala. Però sono sceso. Piano piano, perché avevo paura. Però sono sceso lo stesso. Ricominciò a piangere, in silenzio, singhiozzando. La madre prese un fazzoletto dal comodino e glielo passò, lui si asciugò le lacrime, si soffiò il naso e glielo rese. Continua, gli disse infilandoselo in tasca. Si. Sono sceso. C’era sempre meno luce. Le scale scricchiolavano, come nei film terror. Horror. Si. Non dovresti guardarli. Si. Continua. C’era sempre meno luce. Ma in fondo non era proprio buio. Un pochino si vedeva. E io avevo già un po’ di paura e non sapevo cosa fare. Ma però sono andato avanti. In fondo alle scale c’era uno stanzone buio, con le cose ammucchiate, i bauli, le scatole e tutto. In fondo allo stanzone c’era una porta. Che non era aperta, ma nemmeno chiusa. Era aperta solo un pochino. Socchiusa. Si. Dalla porta aperta un pochino, cioè, no, socchiusa si vedeva una luce. E si sentiva un rumore strano. Un rumore di mostro. E come sarebbe, un rumore di mostro? Chiese la madre, cercando di non sorridere. Come… come quando l’acqua della vasca va via giù per lo scarico. Ma più forte. E che non smette. Continuo? Sì. E io volevo scappare perché ero sicuro sicuro che lì c’era un mostro, però volevo vedere. Come quando guardo i film terror, no, horror, che mi fanno paura però li voglio vedere e poi la notte non dormo. E allora sono andato verso la porta un po’ aperta. C’è la caldaia, là dietro, gli disse la madre. Quel gorgoglio, il rumore che sentivi, e la luce che filtrava da dietro la porta, era solo la caldaia. La caldaia è la macchina che serve a far funzionare il riscaldamento e l’acqua calda. E in effetti quella porta porta doveva essere chiusa, non quasi chiusa. Proprio per evitare che certi bambini curiosi intronati dai film horror vadano giù e rischino di farsi male, oltre che di prendersi un bello spavento. Ne conosci qualcuno così? Io si. Lo sapevo che non mi credevi! Le urlò in faccia il bambino. Io non sono intronato! Avevi detto che mi facevi finire! Va bene va bene amore, finisci, scusa se ti ho interrotto, disse la madre sospirando, con gli occhi al cielo. Non era la caldaia, disse il bambino con lo sguardo a terra. L’ho vista, la caldaia. Lo so cos’è. Ce lo hanno spiegato a scuola. Ma dietro la porta, accanto alla caldaia, c’era un mostro. Sembrava tipo un uomo, ma era verde, con la pelle tipo quella dei dinosauri, e aveva i dentoni, e gli occhi rossi. Più rossi della luce della caldaia. E quando mi ha visto ha riso, ma senza ridere, e ha allungato una mano. E allora io sono scappato e sono corso su per le scale e ho chiuso la porta della cantina e ho pianto, con la faccia nel cuscino del divano, e poi sei arrivata tu. Mi dai un altro fazzoletto? La madre gli asciugò le ultime lacrime. Senti, gli disse. Sei un piccolo incosciente. Perché non mi dai mai retta, e ti avrò detto mille volte che non devi andare in cantina, perché rischi di farti male. Però sei stato molto coraggioso, perché hai affrontato la paura che avevi, e io sono molto orgogliosa di questo sai? Sei il mio ometto coraggioso. Però devi ascoltare la mamma quando ti dice che in cantina non c’è nessun mostro, e che te lo sei solo immaginato. La fantasia fa brutti scherzi a volte sai? Anche quella degli ometti coraggiosi. Ma adesso sai che facciamo? Scendiamo giù insieme, accendiamo tutte le luci e così vedi che giù c’è solo la caldaia. Ok? Il bambino la guardava atterrito. Non avrai mica paura a scendere giù con la tua mamma? Le mamme sono più forti dei mostri sai? Dai ometto coraggioso. Il bambino deglutì, ci pensò un po’ su, poi disse di sì. Era un ometto coraggioso. Accesero le luci e scesero piano le scale. Il bambino si teneva al corrimano e guardava avanti, lo sguardo vigile. La madre dietro sorrideva, mentre un lembo di maschera si staccava rivelando le squame, subito sotto gli occhi rossi.

A Monster in the cellar

by Filippo Rigli

The child kept crying. His mother hugged him to her, and he hid in the warmth of her shoulder wetting it with his tears. His mother tried rocking him, whispering softly. Oh come on, she said. It was just a figment of your imagination. Do you know what that means?  The little boy sat up and looked at his mother questioningly; he forgot to cry for a minute. His mother smiled at him. The little boy’s lip curled upwards and he started weeping again. His mother pulled him into her arms. It means you were so sure you would see something bad that in the end you imagined it, but you imagined it so well that it seemed real. Do you understand? The little boy shook his head so furiously he hurt her neck. No. No! There really is a monster in the cellar. He sat up again and looked her in the eyes. For real. And don’t laugh. OK, said his mom. I won’t laugh. Tell me what happened. The little boy jumped off her lap and stood in front of his mother. He dried his eyes with his sleeve and got ready to tell his story. His mother had to keep from smiling again. Well, go on. Well, I was downstairs. I was playing. You know you aren’t supposed to go downstairs alone.  How many times have dad and I told you that? Mom, if you keep interrupting, I’ll never tell you, he insisted on the verge of tears. His mother nodded and motioned for him to go on. So, like I said, I went downstairs. I was getting bored. There were no good cartoons on and I was tired of playing with my video games. First I went to the kitchen to get some juice. Then I wanted to come back to the living room but while I was coming back I saw the cellar door open. I don’t remember if it was open before, but I don’t think so. But I’m not sure. So, I looked down. I never seen the cellar before. It’s dark down there. I don’t know why I went. I turned the light on, but it doesn’t shine all the way down. But I went down anyways. Slow, ’cause I was scared. But I did it anyways. He started crying again, quietly, sniffling. His mother got a handkerchief from the side table and gave it to him. He dried his eyes, blew his nose and gave it back to her. Go on, she said putting it in her pocket. Yeah. I went down. It was real dark. The stairs creaked, like in scared movies. Scary. Yeah. You shouldn’t watch those films. Yeah. Go on. There was less and less light. But at the bottom, it wasn’t really that dark. I could see a little. I was already a little scared and didn’t know what to do. But I went anyways.  There was a big dark room at the bottom of the stairs, full of stuff piled up, cartons, boxes and everything. There was a door at the back. It wasn’t open, but not closed either. It was a little bit open. Half open. Yeah. Behind the open door, half open, I mean, I could see a light. And there was a strange noise. A monster noise. And what does a monster noise sound like? Asked his mother, trying not to laugh. Like…like when you take the stopper out of the tub and the water goes down. But louder. And never stopping. Do you want me to go on? Yes.  And I wanted to run away ’cause I knew there was a monster there, but I wanted to see. Like when I watch scared movies, no scary movies, that frighten me, but I watch them anyways, and then I can’t fall asleep. So I went to the door that was a little bit open. The furnace is down there, said his mother. The sound of water you heard and the light behind the door were just the furnace.  The furnace is a big machine that heats the water and the radiators. And that door should have been closed, not half closed, so that certain  nosy little boys who get silly ideas because they watch too many horror films don’t go down there and get hurt or frightened to death. Do you know any little boys like that? I do. I knew you wouldn’t believe me! He shouted at her. I’m not silly. You said that I could finish telling you the story! All right sweetie, go on, I’m sorry if I interrupted you, said his mother sighing and rolling her eyes. It wasn’t the furnace, said the little boy looking down at his feet. I saw the furnace. I know what it is. They explained it at school. But behind the door, near the furnace, there was a monster. He kinda looked like a man, but he was green with scaly dinosaur skin, and big teeth, and red eyes. Redder that the furnace light. And when he saw me he laughed and stuck out his hand. So, I ran away and came up the stairs and closed the cellar door and stuck my face in the pillow of the sofa and cried, and then you came. Can I have a tissue? His mother wiped his last tears away. Listen, she said. You are a little brat. Why don’t you ever listen to me? I must have told you a million times not to go down to the cellar because you could get hurt. But you were very brave, and you faced your fears, and I am very proud of you, do you understand? You are my brave little man. But you have to listen to mummy when she says there aren’t any monsters in the cellar, and that you imagined the whole thing. Sometimes a vivid imagination can play tricks on you, do you understand? Even the imagination of very brave little men. But do you know what we are going to do now?  We are going to go down to the cellar together, and turn on all the lights so you can see that there is nothing down there except the furnace. Come on my brave little man. The child swallowed hard, thought about it for a moment and nodded. He was a brave little man.

They turned on all the lights and went down the stairs slowly. The little boy gripped the hand rail, staring straight in front of him, attentively. His mother smiled from behind him as a piece of her mask started to peel off revealing scaly skin just under her red eyes.

Translation by ©Matilda Colarossi

Filippo Rigli is a talented young Italian writer. He has published short stories in several Italian magazines such as “Inchiostro”, “Flanerì”, “Corriere della Sera”, and on-line for the literary magazine www.stanza251.com

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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