La prima notte

Luigi Pirandello
 
quattro camice,
 
quattro lenzuola,
 
quattro sottane,
 
quattro, insomma, di tutto. E quel corredo della figliuola, messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d’un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
 
– Roba da poverelli, ma pulita.
 
Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d’abete, lunga e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse l’ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio, con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli altri tre, pure di lana, ma più modesti; metteva tutto in vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: – Roba da poverelli… – e la gioja le tremava nelle mani e nella voce.
 
– Mi sono trovata sola sola, – diceva. – Tutto con queste mani, che non me le sento più. Io sotto l’acqua, io sotto il sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle, raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da serva e da acquajola… Non importa. Dio, che ha contato le mie lagrime e sa la vita mia, m’ha dato forza e salute. Tanto ho fatto, che l’ho spuntata; e ora posso morire. A quel sant’uomo che m’aspetta di là, se mi domanda di nostra figlia, potrò dirglielo: «Sta’ in pace, poveretto; non ci pensare: tua figlia l’ho lasciata bene; guaj non ne patirà. Ne ho patiti tanti io per lei». Piango di gioja, non ve ne fate…
 
E s’asciugava le lagrime, Mamm’Anto’, con una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.
 
Quasi quasi non pareva più lei, quel giorno, così tutta vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a sentirla parlare come sempre.
 
Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara. Ma la figlia Marastella, già parata da sposa con l’abito grigio di raso (una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo, in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per l’avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre, scoppiò in singhiozzi anche lei.
 
– Maraste’, Maraste’, che fai?
 
Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir la sua:
 
–    Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange… Sai come si dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d’un soldo.
 
–    Penso a mio padre! – disse allora Marastella, con la faccia nascosta tra le mani.
 
Morto di mala morte, sett’anni addietro! Doganiere del porto, andava coi luntri, di notte, in perlustrazione. Una notte di tempesta, bordeggiando presso le Due Riviere, il luntro s’era capovolto e poi era sparito, coi tre uomini che lo governavano.
 
Era ancor viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio. E ricordavano che Marastella, accorsa con la madre, tutt’e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere, mormorando, con le mani incrociate sul petto:
 
– Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto…
 
Mamm’Anto’, i parenti del giovane annegato, la gente accorsa, erano restati, a quell’inattesa rivelazione. E la madre dell’annegato che si chiamava Tino Sparti – (vero giovane d’oro, poveretto!) sentendola gridar così, le aveva subito buttato le braccia al collo e se l’era stretta al cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte grida:
 
– Figlia! Figlia!
 
Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: «Penso a mio padre», si scambiarono uno sguardo d’intelligenza, commiserandola in silenzio. No, non piangeva per il padre, povera ragazza. O forse piangeva, sì, pensando che il padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.
 
Quanto aveva dovuto lottare Mamm’Anto’ per vincere l’ostinazione della figlia!
 
– Mi vedi? sono vecchia ormai: più della morte che della vita. Che speri? che farai sola domani, senz’ajuto, in mezzo a una strada?
 
Sì. La madre aveva ragione. Ma tant’altre considerazioni faceva lei, Marastella, dal suo canto. Brav’uomo, sì, quel don Lisi Chirico che le volevano dare per marito, – non lo negava – ma quasi vecchio, e vedovo per giunta. Si riammogliava, poveretto, più per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d’una donna lassù, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera. Ecco perché si riammogliava.
 
–    E che te n’importa? – le aveva risposto la madre. – Questo anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato. Vecchio? Non ha ancora quarant’anni. Non ti farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego. Cinque lire al giorno: una fortuna!
 
–    Ah sì, bell’impiego! bell’impiego!
 
Qui era l’intoppo: Mamm’Anto’ lo aveva capito fin da principio: nella qualità dell’impiego del Chirico.
 
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine – lei, poveretta! – a una scampagnata lassù, sull’altipiano sovrastante il paese.
 
Don Lisi Chirico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassù, sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva invitate a entrare.
 
– Vedi? Che cos’è? Pare un giardino, con tanti fiori… – aveva detto Mam m’Anto’ a Marastella, dopo la visita al camposanto. – Fiori che non appassiscono mai. E qui, tutt’intorno, campagna. Se sporgi un po’ il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci… E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d’aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un’altra. Che vai pensando?
 
E le vicine, dal canto loro:
 
– Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà più impressione. I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti. E tu che sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una. Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.
 
Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell’anima di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a essa s’era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l’anima le si oscurava e le tremava di paura.
 
S’asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chirico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia – quasi irriconoscibile.
 
–    Madonna! – gridò Mamm’Anto’. – E che avete fatto, santo cristiano?
 
–    Io? Ah sì… La barba… – rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e lìvide labbra nude.
 
Ma non s’era solamente raso, don Lisi: s’era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l’aspetto d’un vecchio capro scorticato.
 
– Io, io, gliel’ho fatta radere io, – s’affrettò a intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
 
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell’abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.
 
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.
 
–    Ho fatto male? – seguitò quella, liberandosi dello scialle. – Deve dirlo la sposa. Dov’è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange… Hai ragione, figliuola mia. Abbiamo troppo tardato. Colpa sua, di Lisi. «Me la rado? Non me la rado?» Due ore per risolversi. Di’ un po’, non ti sembra più giovane così? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle nozze…
 
–    Me la farò ricrescere, – disse Chirico interrompendo la sorella e guardando triste la giovane sposa. – Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, più brutto.
 
–    L’uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! – sentenziò allora la sorella stizzita. – Guarda intanto: l’abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
 
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura delle paste ch’egli reggeva ancora nei due cartocci.
 
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar l’assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera. Don Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.
 
– Ci vogliono i suoni! S’è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l’orbo… Chitarre e mandolini!
 
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.
 
–   Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.
 
La sorella gli sgranò in faccia due occhi così.
 
– Come? Anzi! Perché?
 
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
 
–    Pensa che è appena un anno che quella poveretta…
 
–    Ci pensi ancora davvero? – lo interruppe donna Nela con una sghignazzata.
 
– Se stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!
 
– Riprendo moglie, – disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo, – ma non voglio né suoni né balli. Ho tutt’altro nel cuore.
 
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.
 
– Lo sapete, debbo sonare l’avemaria, lassù.
 
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir più. Non se la sentiva, non se la sentiva di andar lassù, sola con lui…
 
– T’accompagneremo tutti noi, non piangere, – la confortava la madre. – Non piangere, sciocchina!
 
Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant’altre vicine:
 
– Partenza amara!
 
Solo donna Nela, la sorella del Chirico, più rubiconda che mai, non era commossa: diceva d’avere assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non erano mancate mai.
 
– Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia. Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via che Lisi ha fretta.
 
Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: – Povera sposa!
 
Lassù, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl’invitati si trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo. Il sole tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva arroventato. Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come d’un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassù nel silenzio.
 
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar Yave, fu come il segnale della partenza per gli invitati. A tutti parve più bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l’aria s’era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa.
 
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le più intime amiche. Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.
 
– Volete entrare? – disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.
 
Ma subito Mamm’Anto’ con una mano gli fece segno di star zitto e d’aspettare. Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giù in paese con sé.
 
– Per carità! per carità!
 
Non gridava; glielo diceva così piano e con tanto tremore nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il cuore. Il tremore della figlia – lei lo capiva – era perché dal cancello aveva intraveduto l’interno del camposanto, tutte quelle croci là, su cui calava l’ombra della sera.
 
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell’entrata; volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po’ incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a entrare.
 
Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.
 
Fino alla sera avanti s’era buttato ginocchioni a piangere come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima moglie. Non doveva pensarci più. Ora sarebbe stato tutto di quest’altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant’anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassù sotto la sua custodia.
 
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.
 
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare. La madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia nell’intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del luogo. E veramente la vista degli oggetti familiari parve confortasse alquanto Marastella.
 
–    Su, levati lo scialle, – disse Mamm’Anto’. – Aspetta, te lo levo io. Ora sei a casa tua…
 
 –    La padrona, – aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e affettuoso.
 
–    Lo senti? – riprese Mamm’Anto’ per incitare il genero a parlare ancora.
 
–    Padrona mia e di tutto, – continuò don Lisi. – Lei deve già saperlo. Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma. E non deve aver paura di niente.
 
– Di niente, di niente, si sa! – incalzò la madre. – Che è forse una bambina più? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso… È vero? È vero?
 
Marastella chinò più volte il capo, affermando; ma appena Mamm’Anto’ e le due vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre, aggrappandosi. Questa, con dolce violenza si sciolse dalle braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d’aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.
 
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d’aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
 
Ancora con le mani sul volto, ella non se n’accorse: le parve invece che tutt’a un tratto – chi sa perché – le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentì un lontano, tremulo scampanellio di grilli, una fresca inebriante fragranza di fiori. Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un chiarore, più che d’alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.
 
Don Lisi accorse per richiudere la porta. Ma, subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell’angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
 
– Per carità, non mi toccate!
 
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
 
–    Non ti toccavo, – disse. – Volevo richiudere la porta.
 
–    No, no, – riprese subito Marastella, per tenerlo lontano. – Lasciatela pure aperta. Non ho paura!
 
–    E allora?… – balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.
 
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d’un contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassù, sotto la luna, nella frescura tutta impregnata dell’odore del fieno verde, falciato da poco.
 
– Se vuoi che passi, – riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato, – vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.
 
Marastella non si mosse dall’angolo in cui s’era ristretta. Lisi Chirico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt’a un tratto.
 
–    Dov’è, dov’è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.
 
–    Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, – le rispose egli cupamente. – Ogni sera, io faccio il giro prima d’andare a letto. Obbligo mio. Questa sera non lo facevo per te. Andiamo. Non c’è bisogno di lanternino. C’è la lanterna del cielo.
 
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.
 
Spiccavano bianche tutt’intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere, le croci di ferro dei poveri.
 
Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglio continuo del mare.
 
– Qua, – disse il Chirico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere. – C’è anche lo Sparti, – aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante. – Tu piangi qua… Io andrò più là; non è lontano…
 
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l’altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d’un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d’aprile.
 
Don Lisi, chino su la fossa della prima móglie, singhiozzava:
 
– Nunzia’, Nunzia’, mi senti?
The first night
 
Luigi Pirandello
 
four shirts,
 
four sheets,
 
four skirts,
 
four, that is, of everything. And she never got tired of showing her neighbours her daughter’s trousseau, which she’d prepared, one thread at a time, with the patience of a spider.
 
“Poor folks’ things, but clean.”
 
From the pine chest, so long and narrow it looked like a coffin, her poor, bleached and rough hands, which had known every hardship, would very slowly lift, as though she were touching the consecrated host, the fine linens one at a time, and the dresses, and the double-sided wool shawls: the one for the wedding with its embroidered corners and its long silk fringe that fell to the floor, and the other three, also in wool, but more modest. And she’d lay them all out on the bed, repeating, humbly and smiling: “Poor folks’ things… “and the joy trembled in her hands and in her voice.
 
“I found myself all alone,” she would say. “All with these hands, which are numb now. Me, under the rain, under the sun; washing in the river and in the well; shelling almonds, picking olives, here and there in the fields; working as a servant and as a water-carrier…It doesn’t matter. God, who counted my tears and knows my life, gave me strength and health. I worked so hard that I did it; and now I can die. To that saint of a man who’s waiting for me on the other side, if he asks about our daughter, I can say: ‘Rest now, dear; don’t fret: I provided for your daughter; she won’t suffer. I suffered enough even for her.’ I’m crying for joy, don’t mind me…”
 
And she would dry her eyes, Mamma’Anto’, with the corner of the black headscarf she always wore tied under her chin.
 
She hardly seemed like the same person on that day in her new dress; and it was strange to hear her talk the way she always did.
 
The neighbours praised her; they fought to commiserate her. But her daughter Marastella who stood dressed in her wedding attire―a grey satin gown (such elegance!) and a light blue silk scarf around her neck―in a corner of that tiny room, which had been decorated at best for the occasion, upon seeing her mother’s tears, burst out crying too.
 
“Maraste’, Maraste’, what’re you doing?”
 
The women quickly gathered around her, talking all together:
 
“Cheer up! Oh! What’re you doing? No crying today…You know the saying! One hundred lire of sorrow won’t pay one cent of debt.”
 
“I’m thinking of my father!” answered Marastella, her face hidden in her hands.
 
He had died a violent death seven years before! A custom’s official, at night, he would go out on patrol with the fishing boats. One stormy night, near the Due Riviere, the boat had capsized and disappeared with the three men on board.
 
The memory of that shipwreck was still alive in the minds of the sea folk. And they remembered that Marastella―who’d come running with her mother, both of them screaming and with their arms raised, through the wind and the spray of the waves to the top of the cliff of the new port where the bodies of the three drowned men had been placed after a desperate search that had lasted three days―had not knelt before the body of her dead father but had stood as if frozen near another body, murmuring, hands crossed on her breast:
 
“Ah! My love! My love! Ah, look what’s happened to you…”
 
Mamma’Anto’, the relatives of the drowned youth, and the people who’d gathered there, had been shocked by that unexpected revelation. And the mother of the boy, whose name was Tino Sparti (a wonderful boy, really, poor dear!) upon hearing that cry, had immediately wrapped her arms around Marastella and held her close to her heart, very close, in front of everyone, as if to make Marastella hers, hers and her son’s, her dead son’s; and she’d cried out loudly:
 
“Daughter! Daughter!”
 
That’s why the neighbours now, hearing the words: “I’m thinking of my father,” exchanged knowing glances, commiserating Marastella in silence. No, she wasn’t crying for her father, poor girl. Or maybe she was, yes, because she thought her father, if alive, wouldn’t accept that match, which to her mother, given her desperate situation, now seemed like a stroke of luck.
 
Mamma’Anto’ had had to fight long and hard to persuade her daughter!
 
“Look at me! I’m old now: more dead than alive. What are you hoping for? What will you do all alone tomorrow with no one to help you, out on the street?”
 
Yes. Her mother was right. But she, Marastella, took so many other into consideration. The man, Lisi Chirico, who wanted to marry her was a good man, yes―there was no denying that―but he was practically old, and a widower as well. He was only getting married again after barely a year, poor man, out of necessity not love, because he needed a woman up there to take care of the house and cook for him at night. That’s why he was getting married again.
 
“And what do you care?” her mother had replied. “If anything, it should inspire trust: he’s being wise. Old? He isn’t even forty yet. He’ll make sure you never lack for anything: he has a fixed salary, a good post. Five lire a day: a fortune!”
 
“Oh, yes, fine post! Fine post!”
 
That was the problem: Mamma’Anto’ had known it from the start: it was the type of post.
 
And one fine day in May, she’d invited some of her neighbours (she, poor dear!) to have a picnic up there, on the high plains overlooking the town.
 
When don Lisi Chirico, from behind the gate of the small, white cemetery that overlooks the town, with the sea in front and the countryside behind, saw the women, he invited them in.
 
“You see? What is it? It looks like a garden with lots of flowers…” Mamma’Anto’ had said to Marastella after their visit to the cemetery. “Flowers that will never wilt. And here, all around, countryside. If you just lean your head outside the gate, you can see the whole town at your feet; you can hear the sound, the voices…And did you see the beautiful white room, clean, full of air? You close the door and the window at night; you light the lamp; and you’re in your own home: a home like any other. What did you think?”
 
And the neighbours, for their part:
 
“But of course! And then, it’s just a question of getting used to it; you’ll see: after a couple of days, it won’t bother you anymore. After all, the dead are harmless, dear; it’s the living you have to watch out for. And you’re younger than we are: we’ll all be here with you, one after the other. This is the great house, and you’ll be its Lady and kind guardian.”
 
The view from up there, on that beautiful day in May, had stayed in Marastella’s heart like a consoling vision during their eleven-month engagement: she’d called that image to mind in her hours of gloom, especially at nightfall, when her heart filled with sadness and trembled in fear.
 
She was still drying her tears when don Lisi Chirico arrived at the door carrying two huge parcels in his arms; he was almost unrecognizable.
 
“Good God!” yelled Mamma’Anto’. “What have you done, dear man?”
 
“Me? Ah, yes…The beard…” answered don Lisi as a cheerless smile quivered, confused, on his big, bruised, naked lips.
 
But don Lisi hadn’t just shaved, he’d skinned himself: his beard was so thick and coarse, so rooted in those sunken cheeks of his that now he looked like a flayed old goat.
 
“I, I am the one who made him shave,” quickly interjected donna Nela, the bridegroom’s fat and brash sister, as she bustled in.
 
She was carrying some bottles under her shawl, and it seemed that, once inside, she took up the whole small room with her pea-green silk dress, which rustled like a fountain.
 
Her husband, thin like don Lisi, followed her, silent and frowning.
 
“Was I wrong?” she continued, throwing off her shawl. “I have to tell the bride. Where is she? Look, Lisi, didn’t I tell you? She’s crying…You’re right, poor dear. We’re very late. His fault, Lisi’s. ‘Should I shave? Shouldn’t I?’ Two hours to make up his mind. Go on, tell me, doesn’t he look younger now? Those awful white whiskers on your wedding day…”
 
“I’ll grow it back in,” said Chirico, interrupting his sister and looking sadly at the young bride. “I look old just the same and, on top of that, uglier.”
 
“A man is a man, you ass, and he’s neither handsome nor ugly!” his sister replied, vexed. “But look: your new suit! You’ve only just put it on. What a shame!”
 
And she started smacking at his sleeves to shake off the flour that had fallen from the two packages of baked goods that he was still carrying.
 
It was already late; they were supposed to go to City Hall first, so as not to keep the Councilman waiting, and to the church afterwards. And the festivities had to be over before nightfall. Don Lisi, who was very dedicated to his job, had begged them―especially his brash and rowdy sister who kept him on edge―to leave no later than after the feast and the abundant drinking.
 
“We have to have music! Have you ever heard of a wedding with no music? We have to dance! Send for Sidoro the blindman…Guitars, mandolins!”
 
She was shouting so much that her brother had to take her to one side.
 
“Stop it, Nela, stop it! You should know I don’t want to make such a fuss.”
 
His sister stared at him wide eyed.
 
“What? I mean! Why?”
 
Don Lisi frowned and sighed deeply:
 
“Don’t you realize that it’s been just a year since that poor woman…”
 
“Are you really still thinking about her?” grinned donna Nela, interrupting him.
 
“But you’re getting married again! Oh, poor Nunziata!”
 
“I’m getting married again,” said don Lisi half closing his eyes and turning pale, “but I don’t want music or dancing. My heart is not up to it.”
 
And when the day seemed to be turning to night, he begged his mother-in-law to prepare everything for the departure.
 
“As you know, I must play the Ave Maria up there.”
 
Before leaving the house, Marastella, arms wrapped round her mother’s neck, burst out crying again, crying so hard it seemed she would never stop. She just couldn’t, she just couldn’t go up there, alone with him…
 
“We’ll come with you. Don’t cry,” her mother said to comfort her. “Don’t cry, silly!”
 
But she was crying too, and so were the other women:
 
“Sad departure!”
 
Only donna Nela, Chirico’s sister, more red-faced than ever, was not moved: she said she’d been to twelve weddings and that, in the end, tears, like confetti, were never lacking.
 
“A daughter cries when leaving her mother; a mother cries when leaving her daughter. It’s a known fact! Another drink to keep our emotions at bay, and we’ll be off because Lisi is in a hurry.”
 
They started off. It looked more like a funeral than a wedding procession. And as they watched them pass, the people who were leaning out of their doors and windows or standing in the street, sighed: “Poor bride!”
 
Up there, on the small square in front of the gate, the guests lingered a moment, before leaving, to tell Marastella to take heart. The sun was setting, and the sky was all red, aflame; and the sea below was all red and it seemed scorching hot. From down in the town an endless hum of voices rose up, indistinct, like a distant din; and that wave of raucous voices vanished against the rough white wall that surrounded the cemetery lost up there in the silence.
 
The ethereal, silvery sound of the bell, which don Lisi was ringing to announce the Yahve, was like an invitation for the guests to leave. Upon hearing the bell, the wall of the cemetery looked whiter to them all. Maybe because the air had become darker. They had to go if they didn’t want to be late. And they began to take their leave, congratulating the bride profusely.
 
Only her mother and two close friends stayed behind with Marastella, who was cold and dazed. Up above, the clouds, once aflame, had become grey, like smoke.
 
“Would you like to come in?” asked don Lisi on threshold of the gate.
 
But Mamma’Anto’ quickly signalled to him to be quiet and wait. Marastella was crying, begging her mother to take her back to the town with her.
 
“Please! Please!”
 
She wasn’t shouting; she was speaking so softly and with such a tremor in her voice that her poor mother felt like her heart was being ripped from her chest. She understood her daughter’s fear; it was because, from the gate, they could see the whole cemetery, with all its crosses, on which the nights shadows had begun to fall.
 
Don Lisi went to light the lamp in the small room, to the left of the entrance; he looked around him to make sure it was tidy, and he seemed unsure whether to go or to wait for the bride’s mother to convince her to enter.
 
He understood and sympathized. He knew that his sad figure, old and ugly, could not inspire neither affection nor confidence in the bride: his heart too was filled with tears.
 
Up until the previous night, he’d knelt crying like a child before a small cross in that very cemetery to say goodbye to his wife. He had to stop thinking about it. He would be everything to this new bride now, both father and husband; but his caring for her would not make him ignore all the others, friends and strangers alike, who for so many years had been sleeping up there under his care.
 
He had promised it to all the crosses during his rounds the night before.
 
In the end Marastella let herself be swayed, and went in. Her mother quickly closed the door as if to isolate her daughter in that cozy room, leaving the fear of that place outside. And the sight of those familiar objects really did seem to comfort Marastella.
 
“Go on, take your shawl off,” said Mamma’Anto’. “Wait, I’ll take it off for you. You’re in your house now …”
 
“The Lady of the house,” said don Lisi timidly, a sad and affectionate smile on his lips.
 
“Did you hear him?” said Mamma’Anto’ to encourage her son-in-law to continue.
 
“My Lady and the Lady of all this,” don Lisi went on. “It’s important you know this now. Here you will find someone who respects and loves you like your own mother does. And you have nothing to fear.”
 
“Nothing, nothing, of course!” her mother insisted. “What is she still a child? What fear! She’ll have so much to do now…Isn’t that right? Isn’t that right?”
 
Marastella nodded her head in agreement; but as soon as Mamma’Anto’ and the two women moved to leave, she started crying again, throwing her arms around her mother’s neck, clinging to her. Slipping from her embrace with quiet forcefulness, again her mother repeated that she should put her trust in her husband and God; and, crying too, she left with her neighbours.
 
Marastella stayed by the door her mother had left ajar when leaving; and with her hands on her face, she tried to stifle her violent sobs when a gust of wind silently opened the door.
 
Her face still hidden in her hands, Marastella didn’t notice: but it seemed to her that all of a sudden―who knows why―a sort of delicious void, dreamlike, had opened within her; she heard a distant, tremulous peal of crickets, a cool, inebriating smell of flowers. She took her hands off her eyes: she could see a light in the cemetery, not of dawn but of something that seemed to throw a spell on everything there, still and defined.
 
Don Lisi ran to close the door. But then, at once, Marastella, trembling and backing into the corner between the door and the wall, cried out:
 
“For pity’s sake, don’t touch me!”
 
Don Lisi, hurt by that involuntary burst of disgust, stood motionless.
 
“I wasn’t going to touch you,” he said. “I wanted to shut the door.”
 
“No, no,” said Marastella quickly to keep him at a distance. “You can leave it open. I’m not afraid!”
 
“Why then…?” stuttered don Lisi, confused.
 
In the silence, through the half-opened door, there came the distant sound of a farmer who, carefree, was returning from the fields, up there, under the moon, in the cool air heavy with the smell of green, freshly cut hay.
 
“If you don’t mind my going,” continued the miserable, deeply embittered don Lisi, “I’ll close the gate, which was left open.”
 
Marastella didn’t move from the corner where she stood huddled. Lisi Chirico slowly went out to close the gate: he was about to go back in when he saw her come towards him as if she’d suddenly gone mad.
 
“Where, where’s my father? Tell me! I want to see my father.”
 
“Of course. Why not? It’s only right; I’ll take you there,” he answered sadly. “Every night, I make the rounds before going to bed. It’s my duty. Tonight, I wasn’t going to, for you. Let’s go. We don’t need a lantern. The sky is our lantern.”
 
And they walked along the pebbled lanes among the flowered lavender bushes.
 
All around them the tombs shone white in the light of the moon, the black aristocratic ones in the ground, with their shadows stretching to one side as if lying down, and the steel crosses of the poor folk.
 
More distinct, more ringing now was the tremulous song of the crickets from the lands below and the continuous murmuring of the sea from a distance.
 
“Here,” said Chirico, pointing to a low, rustic tomb on which a tombstone, in memory of the shipwreck and of the three victims who were doing their duty, had been set. “Sarti is here too” he added, seeing Marastella fall on her knees before the tomb sobbing. “You cry here…I’ll go over there; it’s not far…”
 
From up above, the moon looked down on the small cemetery on the hill top. It alone saw the two dark shadows on the yellow pebbles of a lane near two tombs in that gentle night in April.
 
Don Lisi, bowed over the tomb of his first wife, was crying:
“Nunzia, Nunzia, can you hear me?”
 
Translation ©Matilda Colarossi 2021

All the doubts a translator can have wrapped up in one author’s work: Pirandello.

About his Novelle per un anno [Short stories for one year], which he hoped to finish by writing 365, one for each day of the year, Pirandello wrote: “They are so tormentingly dialectical these fine Mediterranean brothers of ours. They bore into their agony, delving to the depths, with the bit of the drill of their reason and bzzz and bzzz and bzzz, they never stop. Not as a cold mental exercise but rather, quite the opposite, to acquire an awareness of their pain that is more profound and complete.” And these many “Mediterranean” brothers occupy the pages of his short stories, and they uncover singular thoughts and behaviours that are, however, common to us all; and they give us cause to reflect on life as it was then and as it is now.

I first read this short story many years ago; I listened to the audio version only very recently and wanted to translate it. I wish I could say that I am totally satisfied: I think that as translators, we rarely are.

La prima notte was first published in Il Marzocco on November 18, 1900 and later in Bianche e nere, Torino: Streglio, 1904, and finally in Scialle nero, Florence: Bemporad, 1922 (volume 1 of Novelle per un anno).


This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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