Di sera, un geranio

di Luigi Pirandello

S’è liberato nel sonno, non sa come; forse come quando s’affonda nell’acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà sú da sé, e sú invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.

Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell’aria della sua camera chiusa.

Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com’erano; non ancora lontani ma già staccati: là l’udito, dov’è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov’è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell’uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia cosí lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull’occhio.

Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d’addormentarsi. Difatti poi, nel sonno…

Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:

— Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un’operazione cosí rischiosa?

— Al punto in cui siamo, il rischio veramente…

— Non è il rischio. Dico se c’è qualche speranza.

— Ah, poca.

— E allora…

La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.

Ma dopo tutto, ora s’è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore.

Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell’immagine come la cosa piú sua.

Non era vero. Non è vero.

Lui non era quel suo corpo; c’era anzi cosí poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s’agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.

Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d’addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.

Lui è ora quelle cose; non piú com’erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.

E questo è morire.

Il muro della villa. Ma come, n’è già fuori?

La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.

La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.

L’acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.

Come chiara quest’acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E cosí esile il filo, cosí rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d’acqua già caduta è come un’eternità di oceano.

A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d’acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell’acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s’ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e cosí bianche sul cupo verde vitreo dell’acqua. Ma se sono cadute! se sono cosí lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!

Sparire.

Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l’illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c’erano; suoni, colori, non c’erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com’era. Quel verde… Ah come, all’alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde cosí fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l’umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz’aver piú nulla vicino; sí, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d’una cosí vana eternità.

Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio…

– Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s’accende! Perchè?

Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.

In the evening, a geranium

by Luigi Pirandello

He is freed in his sleep, but doesn’t know how: maybe it’s like when you’re sinking, and you feel like your body will float by itself, but the only thing afloat is the feeling, the buoyant shadow of your still sunken body.

He was sleeping, and is no longer in his body. He can’t say he woke up, and where he really is.  It’s as if he’s suspended in the air in his closed room.

Alienated from his senses, he remembers what feelings are, but doesn’t actually have any. They are removed, but not yet distant: sound, where there’s a faint noise in the night; sight, where there’s a hint of light; and then the walls, the ceiling (how dusty it all seems from here), and, below, the rug covered floor, and the door, and the now remote fear of that bed with the green duvet and the yellowy blankets under which he detects a motionless body. A bald head is buried in the rumpled pillows; the eyes are closed and the mouth is agape between the reddish whiskers and the beard, thick, metallic looking; a barren hole, black; and an eyebrow that is so long that if he doesn’t push it back, it droops over one eye.

That’s him! Someone no longer alive. Someone whose body was already a burden. And how difficult it was to breathe!  His whole life had been confined to that room and the feeling that, little by little, everything was slipping from him; and he held on to life by fixing his gaze on an object, this one or that, afraid of falling asleep. And, in fact, it was in sleep…

How strange the last words in his life, spoken in that very room, seem to him now:

-But do you think that, in the state I am in, I should attempt such a risky operation?

-In the present state, well, the risk…

-Not the risk, I mean, is there any hope?

-Oh, very little.

-But, then…

The pinkish lamp hanging in the middle of the room is still on, in vain.

But in the end, he’s free; and he doesn’t feel aversion for that body, just anger.

He could never understand why others had to identify him with that image.

It wasn’t true. It isn’t true.

He was not that body; there was so little of him in there; he was in life, in the things he thought about, which stirred inside him, and in the things he saw outside his body, without seeing his body. Houses, roads, sky. The whole world.

Yes, but now, without his body, it’s the anguish he seizes, the dread of disintegrating and spilling into everything; but by seizing it, the fear is back, not the fear of falling asleep, but of disappearing into an object that will remain while he will not. The clock on the bed-side table, the frame on the wall, the pink lamp hanging in the middle of the room.

He is now those things, but they are no longer what they once were to him. Those things, which are nothing in themselves, therefore, are nothing to him now.

And this is what dying is.

The wall of the villa. But… is he outside? The moon is beating down on it; and the garden is farther below.

The stone trough is attached to the bordering wall. The wall is dressed in small green climbing roses.

The water in the trough trickles steadily. It is now a gurgle of bubbles. It is now a glass-like thread, limpid, fine, and motionless.

How clear the water is as it falls. Once in the trough, it turns green. The thread is so fine, the drops so sparse at times that, in comparison, the water in the trough is like an endless ocean.

On the surface of the water, numerous leaves of white and green, slightly withered. Level with the water is the iron mouth of the drain pipe, which would silently drink the water if it weren’t for the leaves which, drawn there, grapple around it. Gurgling, the congested drain scolds these silly bustling bustlers, who seem to want to delay being gulped down, as if it were not the best thing to swim gracefully and snowy white on the dark glassy green water. But they’ve fallen! They’re so graceful! And it’s you, mouth of death, who decide their fate!

To vanish.

How surprising that, little by little, the illusion of the senses has become greater, infinite.  Already dispersed, it slowly drains from those things we thought were there, and were not: sounds, colors, were not there; coldness, silence, were nothing; and death, the nothingness of life as it once was. That greenness…Oh, how he desired, once, to be the grass along the bank at dawn as he observed the hedges and breathed in the fragrance of the greenery, so fresh and new! A web of live white roots, sucking the lymph from the black soil.

Oh, life is so earthly, and it doesn’t want sky, if not to give it breath! But now he is like the scent of grass that dissolves in this breath, sensitive vapor that thins and vanishes, but never ends, with nothing around it.  Well, maybe pain. But if he is still able to think of it, then it is already distant, with no more time, in the infinite sadness of a so very vain eternity.

One thing, if only he could continue to live on in one thing, even something infinitesimal: a stone. Or perhaps a flower that doesn’t last: here, this geranium…

-Oh, look down there, in the garden, at that red geranium…Look how it glows! Why?

In gardens, in the evening sometimes, a flower comes aglow suddenly; and no-one knows why.

Translation ©Matilda Colarossi

Luigi Pirandello was an Italian dramatist, novelist, poet and short story writer. He was awarded the Nobel Prize in Literature in 1934. Pirandello’s works include novels, short stories, and plays, some of which are written in Sicilian. Pirandello is seen as a forerunner of the Theatre of the Absurd.

The short story In the evening, a geranium is from the collection Short stories for a year (1922-1937).

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