Macchia grigia

 

Camillo Boito

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Questa macchia grigia, ch’io vedo dentro ai miei occhi, può essere la cosa più comune della vostra scienza oculistica; ma mi dà gran fastidio, e vorrei guarire. Esaminerete con i vostri ordigni eleganti, quando verrò costà fra una quindicina di giorni, cornea, pupilla, retina e il resto. Intanto, giacché la vostra amicizia mi sollecita, vi descriverò, come posso, il mio nuovo malanno.

In mezzo alla molta luce ho la vista da lupo cerviere. Il giorno nelle vie, la sera in teatro distinguo, cento passi lontano, il neo sulla guancia di una bella donna. Leggo per dieci ore di fila, senza stancarmi, il più minuto caratterino inglese. Non ho mai avuto bisogno di occhiali; posso anzi imbrancarmi fra quegli animali di sì altera vista, che, come dice il Petrarca, incontro al sol pur si difende. Non ho mai tanto amato il sole, quanto lo amo da due mesi a questa parte: appena comincia l’aurora, spalanco le finestre e lo benedico. Odio le tenebre. La sera, di mano in mano che cresce l’oscurità, si fa più intensa di contro a me, proprio nel punto dove fisso gli occhi, una macchia color cenere, mutabile, informe. Durante il crepuscolo o mentre splende la luna, è pallidissima, quasi impercettibile; ma nella notte diventa enorme. Ora è senza moto, sicché, guardando il cielo nero, sembra uno squarcio chiaro a lembi irregolari, come la carta dei cerchi da saltimbanco quando v’è passato in mezzo il corpo di pagliaccio; e si crederebbe di vedere, attraverso a quel buco, un altro brutto cielo di là dalle stelle. Ora s’agita, s’alza, s’abbassa, s’allarga, s’allunga, caccia fuori de’ tentacoli da polipo, delle corna da lumaca, delle zampe da rospo, diventa mostruosa, gira a destra, poi rigira a sinistra, e va intorno così delle ore furiosamente innanzi al mio sguardo. Ho accennato a queste immagini tanto per procurare di farmi intendere; ma veramente non c’è ombra di forma. In un mese, dacché devo godermi un tale spettacolo, non ho mai potuto afferrare una figura determinata. Quando mi sembra di trovare certe analogie con certi animali, con qualche oggetto, sia pure fantastico, con qualche cosa insomma di definibile, ecco che quel disegno in un attimo si contorce e si rimuta indecifrabilmente. È una cosa laida, una cosa volgare. Se si potesse annasarla, puzzerebbe. Sembra una larga pillacchera di fango; sembra una chiazza animata, una lacerazione purulenta che viva. È un orrore. Non dico di vederla sempre. La vedo tutte le notti, ma più o meno a lungo, secondo la disposizione, non so se del mio animo o del mio corpo. Spesso, Dio volendo, appena comparsa sparisce. Il terribile è che mi compare davanti all’improvviso, mentre sto pensando a tutt’altro. Stringevo al barlume di una lucerna morente la mano di una cara fanciulla, dicendole quel che non si racconta neanche a voi altri medici, ed ecco a un tratto la macchia che le sporca il seno. Mi sentii inorridire. Anche di giorno s’io entro, mettete, in una chiesa buia, rischio di trovare quella sudiceria sotto l’ombra fitta dell’organo, sui vecchi dipinti affumicati, nel finestrello nero del confessionario. La paura di vederla me la fa scorgere più presto. La notte non guardo mai impunemente l’acqua di un fiume o del mare. Andai giorni addietro a Genova. Era una bella sera, un resto d’estate. La vòlta del cielo tutta serena, tutta di una tinta appena digradata da ponente a levante con un po’ di giallo, un po’ di verde, un poco di paonazzo, mostrava nondimeno, quasi sull’orizzonte, una zona isolata di nubi dense. Una striscia sottilissima, limpidissima d’aria brillava tra le nubi ed il mare. Il sole, che era rimasto nascosto un poco di tempo, da quelle nubi, scendeva dal loro lembo inferiore per tuffarsi nelle onde quiete. Prima il suo oro, quando non si vedeva di esso che il segmento di sotto, parve una lumiera sospesa alle nuvole; poi il cerchio infiammato toccò con la circonferenza per un minuto nuvole e mare; poi si cacciò pian piano nell’acqua, mostrando nel segmento di sopra il fuoco incandescente di una immane bocca da forno. Avevo desinato bene con qualche mio vecchio amico. Si pigliò un battello e si vogò al largo. Dopo lo splendore del tramonto il crepuscolo fu di una dolcezza ineffabile. Cantavamo a mezza voce, sognando. Annottava. L’acqua d’un verde scuro scintillava, luccicava. All’improvviso vidi lontan lontano nuotare la mia macchia grigia; e ritrassi paurosamente lo sguardo entro il battello, e la mia macchia mi seguì tra le forcole e i remi, e, gelato di ribrezzo, mi ricondusse, compagna lurida, a terra. Certo (dottore mio, non ridete) è offesa la retina: v’è qualche punto cieco, un piccolo spazio paralizzato, uno scotoma insomma. Ho letto come sulla retina, nell’occhio dei condannati a morte, s’è trovato, dopo recisa la testa, il ritratto degli ultimi oggetti, in cui i disgraziati avevano ficcato lo sguardo. La retina dunque, non solo rimane fuggevolmente dipinta: in certi casi resta veramente scolpita. Notate poi che, quando chiudo gli occhi per dormire, io sento la mia macchia dentro di me. E allora è un supplizio diverso. La macchia non si aggira più intorno a se stessa, ma cammina, corre. Corre in su, e nel correre tira in su la pupilla; sicché mi pare che il globo dell’occhio debba rovesciarsi, arrotolando dentro nell’orbita. Poi corre in giù, poi corre dalle parti, e il globo dell’occhio la segue, e i legamenti quasi si schiantano, ed io dopo un poco mi sento dolere, proprio effettivamente dolere gli occhi. La mattina, anche dopo dormito, gli ho indolenziti e un po’ gonfi. Voi altri medici avete la virtù di essere curiosi; volete penetrare nelle cause, rimontare al seme. Vi dirò dunque in quali circostanze mi si è manifestata la malattia, che dovete guarire….

Grey spot

 

Camillo Boito

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This grey spot, which I see in my eyes, may be a rather common thing in ophthalmology; but it bothers me immensely, and I would like to get better. You will examine me with your elegant contraptions when I come to your surgery in a couple of weeks – cornea, pupil, retina and the like. In the meantime, since our friendship urges me to do so, I will describe, as best I can, my new malady.

In the strong light, my eyes are like the eyes of a lynx. During the day, in the streets, in the evening, in the theatre, I can detect, from a distance of one hundred yards, a beauty mark on the cheek of a beautiful woman. I can read for ten hours straight, without ever getting tired, the most elaborate calligraphy. I have never needed glasses; in fact, I can herd with those creatures who, as Petrarch states, have such strong eyes that even staring at the sun would not harm them. I have never loved the sun as much as I have in these past two months: as soon as morning breaks, I open the windows wide and bless the day. I hate the night. In the evening, as the darkness slowly grows, a spot, ash coloured, erratic and shapeless, appears at the very spot I am observing. As the sun sets or while the moon is shining, it is very pale, almost invisible; but at night it becomes enormous. At times it is static, so, when looking at the night sky, it looks like a bright gash with irregular borders, like a paper hoop after a clown has jumped through it; and it is almost as if you could see, through that hole, another unsightly sky beyond the stars.  Other times it shakes, rises, falls, widens, lengthens, or springs tentacles like an octopus, snails’ horns, toads’ legs, becoming monstrous, turning right, turning left, going on furiously for hours, right before my eyes. I am describing this to you to give you an idea, but, in actual fact, the spot has no shape at all. In an entire month, since I have been forced to view this spectacle, I have yet to make out a true image. When I think I have discovered a likeness to some animal or object, even fantastic ones, something defined, that is, the figure twists and turns into something indistinct again, just like that. It is obscene, vulgar. If you could smell it, it would stink. It is like a huge muddy puddle; it is an inanimate blob, a purulent laceration, alive. It is horrible. Now, I am not saying I see it all the time. I see it at night, but for a variable length of time, according to my disposition, my body’s perhaps, or maybe my soul’s. Often times, god willing, it disappears shortly after it appears. The terrible thing is that it appears suddenly, while I am thinking of something else altogether. I was holding a delightful girl’s hand under the light of a fading lantern, expressing things I refuse to tell even you, doctor, and all of a sudden the spot stained her breast. I was horrified. Even during the day, if I enter a dark church, let’s say, I risk finding that filthy spot in the shade of the organ, on the smoke-covered paintings, and in the dark confessional grate. The fear of actually seeing it makes it appear sooner. At night, I never gaze into the water of a river or the sea without fear. I went to Genoa some days ago. It was a splendid night, the end of summer. The vault of the sky was limpid, all one colour but slightly graduated, from west to east, with a bit of yellow, a bit of green and a bit of red. Almost at the horizon, however, there was an isolated spot, covered with dense clouds. The finest, brightest rays of air glimmered between the clouds and the sea. The sun, which remained hidden for a few seconds behind the clouds, slipped off the edges to dive into the quiet waves. At first its golden rays, when all we could see was the lowest end, looked like a candle suspended from the clouds; then the circumference of that circle of fire touched both the clouds and the sea; and then it sank slowly into the sea, looking very much like the incandescent mouth of a furnace. I had been dining pleasantly with some old friends. We took a boat and rowed out to sea.  After the magnificence of the setting sun, the dusk was magnificently soothing. We sang softly, fantasising. Night was approaching. The dark green waters shimmered and glowed. All of a sudden, in the distance, I saw my grey spot swimming. I looked down into the boat, and my spot followed me there among the rowlocks and the oars, and, shuddering with disgust, accompanied me back, lurid companion that it is, to shore. Of course (dear doctor, don’t laugh) my retina is damaged: there is a blind spot, a small paralyzed area, a scotoma apparently.  I read about how the impression of the last object a condemned man sees before his death was found, after the decapitation, etched on the poor devil’s retina. The retina, therefore, not only is left briefly smeared, but in some cases remains absolutely sculpted. Now you must also know that when I close my eyes, I feel that spot inside me.  And that is a whole other sort of torture. The spot no longer coils around itself, but it moves, and runs. It runs up, and as it does so, it pulls the pupil up with it; so it feels like my eyeball is going to roll backwards, flipping back into my socket. Then it runs downwards, and next sideways, and my eyeball follows it, and the ligaments almost tear, and after a while, my eyes ache, really, truly ache. In the morning, even if I have managed to sleep, they throb and are a bit swollen. You doctors have the advantage of being curious; you want to delve into things, get to the bottom of things, so I have decided to tell you just how the illness, which you must treat, first manifested itself…

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Translation ©Matilda Colarossi

Camillo Boito  was an Italian architect and engineer, and a noted art critic, art historian and novelist. The story Macchia grigia, by Camillo Boito, is part of the collection of short stories, Senso, and the full story in the original can be found at liberliber here.
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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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