“Everything, until it lasts, carries with it the sorrow of its form, the sorrow of being the way it is and not being able to be any other way.” Luigi Pirandello

SGOMBERO

Luigi Pirandello

Squallida stanza a terreno. Un lettuccio su cui giace rigido, ma non ancora composto nel consueto atteggiamento dei morti, il cadavere d’un vecchio, con la barba messa da malato e i globi degli occhi stravolti, quasi trasparenti sotto le palpebre esili come veli di cipolla. Le braccia fuori delle coperte e le mani giunte sul petto. Il letto ha la testata contro la parete, e un Crocefisso è appeso al capezzale. Accanto al letto è un tavolinetto da notte con qualche bicchiere di medicinale, una bottiglia e un candeliere di ferro. Nel mezzo, un usciolo semiaperto; e più là, un antico canterano con l’impiallacciatura crepacchiata, con su qualche rozza suppellettile. Inginocchiata alla sponda destra del letto e arrovesciata su esso con tutto il busto e la faccia e le braccia lungo distese, è la vecchia moglie del morto, vestita di nero, con un fazzoletto violaceo in testa. Non dà segno di vita. Davanti all’usciolo semiaperto è una ragazzina di otto o nove anni, del vicinato, con gli occhi sbarrati e un dito alla bocca, in sgomenta contemplazione del cadavere. Nell’ombra dell’andito, attraverso la semiapertura dell’usciolo, s’intravedono uomini e donne del vicinato che spiano e non osano entrare. Nella parete destra è una finestra che dà sul cortile; e anche di qua s’intravedono, attraverso i vetri, altri visi di curiosi che spiano. Nella parete sinistra è un decrepito armadio di legno tinto, a due sportelli. Sedie impagliate; un tavolino.
Si sente dall’andito la voce di Lora:
– Fate largo! Lasciatemi passare!
Entra.
Ha poco più di vent’anni. Aria equivoca. Modi bruschi. Porta avvolto nella carta un cero, e in mano frutta di vivaci colori: arance, mele. Appena entrata, dice alla ragazza:
– Ah, brava, t’han lasciata entrare? Così poi da grande ti rammenti quando hai visto un morto la prima volta. Vuoi anche toccarlo col ditino? No? E allora vattene!
La prende e la mette fuori dell’uscio, dicendo a quelli dell’andito:
– C’è un funerale di prima classe in capo alla via: l’ho visto io passando: tiro a quattro, cocchiere e famigli in parrucca bianca, una sciccheria! correte, correte a vederli! Amate il sudicio come le mosche?
E tira a sé l’usciolo.
– Ma già, l’ippopotamo… – esclama in mezzo alla stanza, scrollando le spalle. – Quando hai visto al Giardino Zoologico che Dio ha creato anche l’ippopotamo, di che ti vuoi più maravigliare? C’è l’ippopotamo, come c’è chi si piglia le bambine e poi le ammazza; e c’è chi deve far la sgualdrina, e chi ti butta in mezzo alla strada. E le mosche. Le mosche.
Posa sul canterano il cero e la frutta. Gli occhi le vanno allora a quegli altri che stanno a spiare dai vetri della finestra. Vi corre, irritata:
– Ma guarda, anche qua, appiccicate ai vetri!
Appena apre la finestra, quelli scappano via. E allora lei si sporge a gridar fuori:
– Ma sì, ma sì, sono io! Che peste, eh, Bigiù? Ma mi sai dire perché sei da più di me tu? perché vendi a casa all’ingrosso, a pezze intere, e io faccio la mercantina di strada e vendo a metro? Che vuoi! Tu l’assaggi ancora col pollice e l’indice la stoffa; io non l’assaggio più, stoffetta di liquidazione. Va’, va’ su, che la scala può darsi che toccherà di scenderla anche a te. Allegra, comare! Siamo entrati in due, a braccetto, stamattina, la Morte e il Disonore, già, il Disonòòòre! Ma guarda che faccia! Toh, cara, aspetta: ti butto una meluccia.
Prende una mela rossa dal canterano e fa per gettarla alla ragazzina messa fuori poc’anzi.
– Scappi? Non la vuoi! Be’, me la mangio io.
L’addenta e richiude la finestra, facendo, subito dopo, l’atto di turarsi il naso:
– Fffff, questo puzzo ardente di lavatojo! Guarda sul letto il cadavere del padre:
– Mangio, sì, mangio, e mi possa far veleno! Digiuna da jeri. Le mani, eh, ora non le stacchi più! Certi schiaffoni! E mi sputavi anche in faccia, m’acciuffavi pei capelli, mi sbattevi di qua e di là a furia di pedate! Ragazzina, che vuoi? ne sapevo già più d’un’immagine sacra a capo del letto. Ora le tieni l’una sull’altra, così sul petto, le mani, fredde come la pietra.
Va a scuotere per la spalla la madre.
– Su, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che prenda qualche cosa. D’improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il resto, e fa il conto:
– Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta. Che altro ho comprato ? Ah, già, da quell’imbecille, la frutta. Vendeva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur vedere che portavo un cero.
Sobbalza, sovvenendosene:
– Ah già, il cero.
Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia.
– Perché non si dica che non te l’abbiamo acceso. Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte.
– Speriamo che lo regga.
Pianta il cero nel bocciolo del candeliere.
– Toh, guarda, come fatto su misura.
C’è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende il cero e lo posa lì.
– Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le vergini.
– Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su l’altare. Ma noi li vediamo illuminati i santi, e c’inginocchiamo. E tutta fede, la fabbrica dei ceri. Ora crediamo che tu stia godendo di là. Ma non lo dai a vedere, poveretto. Su, mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima che s’indurisca. Piangi, sì, seguita a piangere. Bella professione anche la tua, lì buttata per morta anche tu. Bisogna far presto. È grazia che abbiano aspettato che morisse. Vogliono fuori tutto prima di sera. E alle quattro verranno quelli della Misericordia. Non daranno neanche al cero il tempo di consumarsi tutto.
Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso al muro.
– Ah, il Crocefisso tra le mani.
Va all’altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta; stacca il Crocefisso; lo tiene un po’ tra le mani:
– Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te… L’hai fatto apposta! Chi può avere più il coraggio di lagnarsi della sua sorte con Te, e di tutto il male che gli altri gli fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato mettere in croce con le braccia aperte, Cristo! La speranza che si godrà di là, sì. La fiamma di questo cero da quattro soldi.
Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto, dicendo alla madre:
– Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo vesti più, o bisognerà spaccar di dietro la giacca per infilargli le maniche di qua e di là. Ah, non vuoi muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti buttino fuori della porta? Be’, guarda!
Prende la sedia e vi si siede.
– Mi metto ad aspettare anch’io che venga uno spazzino con la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle immondizie. Beato chi s’è levato il pensiero di muoversi; anche di qui là, anche d’alzare una mano per portarsi un boccone alla bocca! Tanto poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai più voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in piedi; tu non ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci vogliono, non ti danno neanche il tempo d’abbatterti, t’allungano una pedata o ti tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzolare nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il cante¬rano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu lì per terra, bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardarti. Viene una guardia: «Proibito dormire sulla strada». E allora dove? «Sgombrate!» Tu non sgombri. Niente paura. Qualcuno, se proprio non vuoi, ci penserà a farti sgombrare. Avrà pur diritto, chi non ha più casa, a un posto dove stare, sulla terra: su un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chiesa; su un sedile di giardino; accorrono i bambini: sì, la nonnina. Che dici, bello mio? Cecce? Non ti capisco. Ah, ti vuoi mettere a cecce qua con me? Babba non vuole. Va’ a vedere i pesciolini nella vasca. Rossi, sì. Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti con la mano così, e qualcuno passando ti butterà un soldo o un tozzo di pane. Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputo! La mano, io, piuttosto che a chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sì, la galera: da mangiare e dor¬mire gratis.
Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
– M’approfitto che non puoi più sentire e mi sfogo per tutti gli schiaffi che mi desti. Non lo volesti mai capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo, quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perché il tuo corpo, toccato senza intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si fa viva in mezzo alla disperazione e te l’avvampa, tutt’a un tratto, insieme con tutte le cose che non vedi più, cieco, abbracciato e disperato, in un piacere che non t’aspettavi. Fu così. Fu così. Qua. Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote tradito dalla moglie. Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi così la testa per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia sul petto: eh, donna, così, che ci si debba sentir piacere, non mi sono fatta da me! S’accese il sangue a tutt’e due; e anche lui, dopo, rimase lì steso come morto, dallo spavento d’avermi avuta. E poi se ne tornò dalla moglie consolato, vigliacco! d’aver conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono uguali, e oneste non ce n’è; uguali come gli uomini, la stessa carne; e che dunque non c’è perché – disse – se lo fa un uomo tante volte, e non è nulla, se lo fa poi la donna, una volta, debba parer tanto da considerarla perduta per sempre. «Infine, ti sei preso un piacere anche tu!» Vigliacco, e il figlio? Per te non fu nulla; ma per me… Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi sono dannata così, lo debbo a te. Tutti uniti nel giudizio d’una donna, voi uomini: tutti: non c’è padre; non c’è fratelli; anzi loro, i più feroci. E il più feroce di tutti fosti tu, che mi buttasti come una cagna sulla strada. Ma io così, guarda, mi levai lagrime e sputi dalla fàccia, e la presentai al primo che passò. La strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna che non volesti tenere nascosta. Ma poi il figlio, il figlio… Non è vero quello che si dice; sarà vero dopo, ma prima no; sentirselo, cosa spaventosa! E poi quando nasce… È vero dopo; la creaturina che ti cerca… Te lo venni a lasciare qua, d’otto mesi, una notte, dietro la porta, nella cesta del suo corredino. Dev’esserci ancora, il corredino; o l’avete venduto? Dio, ti ringrazio d’essertelo preso con Te così bambino! Su su, vestiamo lui adesso!
Va ad aprire l’armadio; ne cava un abito di panno marrone appeso alla gruc¬cia. Si volta alla madre:
– È vero che l’addormentava lui, ogni sera, con quella canzone… com’era? che la cantavi anche tu, a me bambina. Me lo vennero a dire, una notte che pioveva, uno che passò di qua e lo sentì dal cortile. E poi voleva da me… capisci? dopo avermi detto questo!
Guarda l’abito del padre che ha ancora in mano; l’esamina:
– Oh, ma quest’abito è ancora buono. Quasi quasi… Tanto, se ha già fatto la sua comparsa davanti a Dio, per quelli che tra poco se lo verranno a prendere, che gli serve più l’abito? E tu, stretta come sei… qua c’è dell’altra roba… potresti intenderti con un rigattiere. Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci sarà altra roba nel canterano…
Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista dentro: stracci. Apre il se-condo; non c’è nulla. Apre il terzo: c’è il corredino.
– Ah, è qui.
Lo guarda. S’accascia a terra. Ne tira fuori qualche capo: una fascia arroto¬lata, una carnicina, un bavaglino; poi alla fine, una cuffietta: introduce una mano a pugno chiuso nel cavo di essa, e come se cullasse un bimbo si mette a canticchiare con una voce lontana la vecchia canzone della madre. E mentre canta, tutto a mano a mano s’oscura, finché, spenta ogni luce, si vede soltanto la fiamma del cero.
Silenzio.
CLEARING OUT

Luigi Pirandello

Squalid room on the ground floor. A little bed on which lies the rigid body―not yet arranged as is customary for the dead―of an old man, with a sick man’s stubble, and dazed, almost transparent, eyes under lids as fine as the veils of an onion. Arms on the covers and hands folded on his chest. The headboard is against the wall, and a Crucifix is hanging above it. Near the bed is a small night stand with glasses filled with medicines, a bottle and an iron candle holder. In the middle, a half-opened door; and not far from it, an ancient chest of drawers with cracked veneer and some measly knickknacks on it. Kneeling on the right side of the bed, sprawled on it with her bust and face down, her arms outstretched, is the dead man’s elderly wife; she’s dressed in black and is wearing a purple headscarf. She shows no sign of life. In front of the half-opened door, a young girl from the neighborhood, roughly eight or nine with wild eyes and a finger in her mouth, stands in bewildered contemplation of the body. In the shadows of the hallway, through the crack in the half-opened door, men and women from the neighborhood can be seen spying but not daring to enter. On the right-hand wall, there is a window that looks onto a courtyard, and there, too, through the glass, other inquisitive faces, spying. On the left-hand wall, there is an old wardrobe in painted wood with two doors. Rush seat chairs; a table.
From the hallway, Lora’s voice can be heard:
“Get out of the way! Let me through!”
She goes in.
She’s just over twenty. An equivocal air. Brusque manners. She’s carrying a holy candle wrapped in paper, and brightly colored fruit: oranges, apples. As soon as she goes in, she says to the girl:
“They let you in, eh? So that when you’re all grownup you’ll remember your first dead body. D’you also want to touch him with your little finger? No? Well then beat it!”
She grabs her and throws her out, saying to the people in the hallway:
“There’s a first-class funeral down the road: I passed it coming up. Four horse carriage, coachman, and the family in white wigs, real classy! Go on, go see! You love filth as much as flies do, eh?”
And she pulls the door shut.
“Oh, yeah, the hippo…” she exclaims from the middle of the room, shrugging her shoulders. “Once you’ve been to the Zoological Gardens and seen that God’s also created a hippo, what’s there left to surprise you? There’s the hippo, just like there’s people who take little girls and kill ‘em; and there’s people who have to be whores, and people who throw you out onto the street. And flies. Flies.”
She places the candle and the fruit down on the chest of drawers. Then her eyes go to the people spying just outside the window. She rushes there and says angrily:
“Will you look at that, here too, stuck to the glass!”
As soon as she opens the window, they run away. So she leans out and shouts:
“Yeah, yeah, it’s me! What a pest, eh, Bigiù? Hey you, you think you’re better than me? Because you sell wholesale, from home, in bulk, and I sell retail, on the street and by the meter? What about it! You still test the stuff with your thumb and index finger; I don’t test it anymore, cheap discount fabric. Go, go on up, but maybe you’ll have to come down that ladder, too, one day. Enjoy, neighbor! There were two of us who came in here arm in arm this morning, Death and Dishonor, yeah, Dishoooonor! Would you look at that face? Here, sweetie, wait: I’ll throw you an apple.”
She takes a red apple from the chest of drawers and acts as if she’s about to throw it to the little girl she just kicked out.
“Running away, eh? Don’t want it! Good, I’ll eat it”
She takes a bite, closes the window, and then she pretends to plug her nose:
“Phew, this disgusting stink of wash house!”
She looks towards her father’s bed:
“I’m eating, yeah, I’m eating and may it choke me! I haven’t eaten since yesterday. Your hands, not raising those anymore, eh? Smacking me around big time! And spitting in my face, grabbing me by the hair, kicking me so hard I slammed here and there! Just a girl, what do you think? And I already knew more than any sacred image above a bed. Now your hands rest on top of each other, there on your chest, hands, cold as stone.”
She goes over to her mother and shakes her shoulder.
“Get up, ma: you haven’t eaten since yesterday either. You have to eat something.”
Suddenly, she starts to wonder if they gave her the right change, and begins counting:
“Four and eight, twelve, and five, seventeen. Wait. What else did I buy? Oh, yeah, from that idiot, the fruit. He was selling birds in bunches, tied together by the holes in their beaks, and he threw them in my face, the scumbag, without even noticing I was carrying a holy candle.
She starts, remembering:
“Ah, right, the candle.”
She gets it off the chest of drawers and unwraps it.
“Wouldn’t want people to say we didn’t light you a candle.”
She takes the iron candle holder from the night stand.
“I hope it’ll hold.”
She plants the candle in the socket of the candle holder.
“Well, look at that. Looks made to measure.”
There’s a box of matches on the bedside table. She lights the candle and places it there.
“Burning and dripping: nice profession. Like virgins.”
“Can you see it? No. Neither can the wooden saints on the altar. But we see the saints all lit up, and we kneel. It’s nothing but faith, the candle factory. Now we assume you’re happy on the other side. But you don’t look like it, poor guy. Come on, mamma, oh: we have to dress him before he gets stiff. Cry, yeah, keep crying. Nice profession you have as well, lying there as if you were dead too. We have to hurry up. We’re lucky they waited for him to die. They want everything out of here before night. And at four the funeral people are coming. They won’t even give the candle time to burn down all the way down.”
She looks at the burning candle, then she raises her eyes to the Crucifix hanging on the wall.
“Ah, the Crucifix in his hands.”
She goes to the side of the bed, puts a chair close and stands on it; she takes down the cross; she holds it in her hands a bit:
“Ah, Christ! The poor who look to you for help…you did it on purpose! Who could complain about their own state, about all the wrong that’s done to them when you yourself, sinless, let them hang you on a cross, Christ! The hope they’ll find joy on other side, yeah. The flame of this four-bit candle.”
She jumps off the chair and puts the Crucifix in the dead man’s hands, saying to her mother:
“Hey, look, his hands really are stiff. There’s no way you’re dressing him now, unless we cut the jacket in the back and only put his arms in the sleeves. Ah, you’re not going to budge, eh? Are you waiting for them to grab you by the arm and throw you out the door? Alright then!”
She takes the chair and sits down.
“Then I’ll just sit here too and wait for the street cleaner to come with his broom and shovel and toss me onto the rubbish cart. Blessed are those who’ve decided not to budge; not even from here to there, not even just to raise an arm to put some food in their mouth! But in the end, you’re right, things go as they go when you don’t want anything anymore. They come in, pull you by the arms to stand you up; you don’t comply; but make no mistake, if they don’t want you here, they won’t even give you the time to keel over, they’ll just kick you or push you from behind and send you rolling onto the street. The rags, the bed with the body on it, the chest of drawers, everything out on the street: let anyone have it! And you there on the ground, face down like you are now on the bed, among the passersby who stop to stare. A guard comes along: ‘It’s illegal to sleep on the street.’ And where then? ‘Clear out!’ But you don’t clear out. Have no fear. Someone, if you really don’t want to leave, will force you to. But there has to be a place on earth for people who don’t have a house anymore: on a curbstone like a posed mannequin; on a church step; on a park bench. And kids gather around: yes, it’s granny. What’s that you say, dear? Have a sit? I don’t understand you. Ah, you want to sit down here with me? Mommy doesn’t want me to. Go look at the little fish in the pool. Gold, yes. Uh, praise the Lord! Then you put your hands out like this, and a passerby will throw you a coin or a crust of bread. But not me! Look: ptui, spit! My hand? I’d rather scratch and steal and kill than beg. And then, yes, prison: with free room and board.”
Exasperated, she gets up and goes to her father:
“I’m making the most of the fact that you can’t hear anymore, and I’m venting my anger for all the times you hit me. You never wanted to understand how it went, that some things just happen, when you least expect them to, that you get caught up in things, while crying and despairing, because your body, touched without you even wanting to be, has experienced a softness that comes alive in you in the midst of the desperation, driving it away, all of a sudden, together with all the things you can’t see anymore, blind, embraced and desperate, in a wave of pleasure you didn’t expect. That’s how it was. Here. You left him here, your nephew whose wife had cheated on him. He was crying, seated here on this very bed. So I put my arms around his head to comfort him. He started twitching, searching for my breasts with his face: eh, woman, just like that, that I should feel pleasure, was not my doing! Our blood was on fire; and later, he lay there, like a corpse too, from the shock of having had me. And then he went back to his wife, the wretch, comforted, he said, by the fact that I’d shown him all women were alike and there were no honest ones, same as men, same flesh. So, he said, if a man could do it lots of times and it meant nothing, there was no reason to think a woman was lost forever if she’d done it just once. ‘In the end, you enjoyed it too!” Wretch! And what about the baby? It was nothing to you, but to me…Ah, father, you’re dead, and I forgive you, but if this is how I ended up, it’s on you. You all gang together, you men, to judge women. All of you, no one excluded: fathers; brothers, who are even more ferocious. And the most ferocious of them all was you: you threw me out onto the street like a dog. But you see, I wiped the tears and the spit from my face, like this, and offered it to the first man I met. The street, the anger to throw in your face the shame you wanted to keep hidden. But then the baby, the baby…It’s not true what people say; maybe it’s true after, but not before: feeling it inside, a terrifying thing! And then when its born…It’s true after; the baby searching for you…When he was eight months old, I left him here with you one night, behind the door, in his layette basket. His layette has got to still be here, or did you sell it? Lord, thank you for taking him away with you so young! Come on, come on, let’s dress him now!”
She opens the wardrobe; she takes out a brown wool suit on a hanger. She turns to her mother:
“Is it true that he would put the baby to bed every night with that song…how did it go? You sang it to me too when I was a child. Someone came to tell me one rainy night, someone who was passing by and heard him in the courtyard. And then, from me, he wanted…you know? After telling me that!”
She looks at her father’s suit, which she is still holding; she examines it:
“Oh, but this is still in good condition. We could almost…I mean, if he’s already met his maker; and what use would it be to the men who are coming to get him? And you, poor as you are…There are some other things here…You could call a scrap dealer. Hey, can you hear me? We have to clear out! There’s probably more stuff in the chest of drawers…”
She goes to the chest, opens the first drawer, rummages inside: rags. She opens a second: nothing. She opens a third: the layette.
“Ah, it’s here.”
She looks at it. She slumps to the ground. She pulls out some baby things: a roll of swaddling bands, a frock, a bib; and, finally, a bonnet. She puts her closed fist into the opening and, as if she were rocking a baby, she starts singing her mother’s ancient song in a distant voice. And as she sings, everything very slowly fades to black, and when every light is out, only the flame of the candle is visible.
Silence.
Translation ©Matilda Colarossi 2022

The short story Sgombero by the Nobel Prize winner Luigi Pirandello was most likely written in 1918 (but the date is uncertain) for the actress Marta Abba, who, based on the letters between them, not only inspired the work but also helped him with it. Sgombero, however, would only be published posthumously, in 1938, in Appendix I of the collection Novelle per un anno. It was, in fact, the author himself who removed it from Volume 14 of the collection.

I have tried to research the possible reasons for this, but it has led me nowhere. Of course, Pirandello died relatively young, at the age of 69, of pneumonia; and just as he intended to complete the short stories, producing one for each day of the year, he probably intended to include it in a later volume. The fact that it was not published prior to his death, however, did not lessen the impact it had on the public and its success. Adapted for the stage by the famous actress Paola Borbone in 1954, it has since been performed numerous times. It is thought to be the exemplum of the theatricalization process of Pirandello’s prose. I am submitting it today because I fell in love with it the moment I read it. And so I introduce to you Lora (and the life of women in general) and her trials, trials she has survived, notwithstanding everything.

@picture, a trip to Pompei with my students.

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