Grasses


After immigrating to Canada, my father returned to Italy almost every summer for over twenty years.
The land where his family home rises is surrounded by trees; but mostly, it is infested with grasses, some so wild and thick it takes an axe to fell their short but hardy lives. My father’s whipper snipper would echo throughout the valley, announcing his arrival to the town. The few friends he still had there, the even fewer relatives, and once even a Google Maps van, would find him already at work.
Wearing his favourite light-green checked shirt, his white cap, and his grass-stained pants, he’d whip and snip and axe. A huge grass sickle was also a common tool, and it would swing forcefully in his brawny, although ageing, arms to the tune of a deafening drive to conquer nature.
That drive took hold of my pops, and it was the sound that mad, pounding machinery makes in factories: relentless.
He would not rest. Nature, that is, the grasses, had to be tamed, conquered, quashed, destroyed; and the thought possessed him, occupied his mind and every fibre of his body.
My pops would not rest.

For me, today, that grass is a metaphor for life, mine too, which is so different from my father’s, and which includes long walks through tall grasses teeming with ticks and spiders and garden snakes. That grass is what takes hold of me when I work through the night on a translation that is not due, on a sweater that does not need knitting; and it even takes hold of me on my long hikes to the top of the lovely hills of my own town.

But there is no need to conquer the grasses in just one day: it can be done slowly while enjoying the air around us; it can be done after resting to take in the view. It can be done with beer breaks and chats with loved ones or simply in the time it takes to actually breathe in life, without the rumble of machinery in our heads.
I’d like to learn to scatter the driving sound of those presses and fill that space with the music of the people I love, of the air I breathe, of the time that is fleeting, and enjoy the cool beer I dream of sipping with my pops as we sit near his family home under the walnut trees.
Erbacce


Dopo essere emigrato in Canada, mio padre è tornato in Italia quasi ogni estate per più di vent’anni.
La terra sulla quale la casa paterna si erge è circondata da alberi; ma soprattutto, è infestata da erbacce, alcune così selvatiche e spesse che ci vuole un’accetta per tagliare le loro brevi ma robuste vite. Il tagliaerba di mio padre era solito echeggiare in tutta la valle, annunciando il suo arrivo in paese. I pochi amici che aveva ancora, i pochissimi parenti, ed una volta perfino la fotocamera di Google Maps, lo trovavano già a lavoro.
Con indosso la camicia preferita a scacchi verdi chiari, il berretto bianco, i pantaloni macchiati d’erba, frustava e falciava e mozzava. Un altro attrezzo abituale era una grossa falce con manico, e la faceva volteggiare nelle forti sebbene vecchie braccia al ritmo di una brama assordante di vincere la natura.
Quella brama s’impossessava di papà ed era il suono martellante che fanno le macchine nelle fabbriche: implacabile.
Non riposava. La natura, cioè le erbacce, dovevano essere domate, vinte, soffocate, distrutte; e l’idea si impossessava di lui, occupando la sua mente e ogni fibra del suo corpo.
Papà non riposava.

Per me, oggi, quell’erba è la metafora della vita, anche della mia, che è così diversa da quella di mio padre e che comprende lunghe passeggiate nell’erba alta, tra zecche e ragni e serpi. Quell’erba è ciò che si impossessa di me quando lavoro tutta la notte ad una traduzione senza scadenza, ad un maglione che non importa finire; e si impossessa di me anche nelle lunghe passeggiate su per le mie colline.

Ma non c’è bisogno di domare le erbacce in un solo giorno: lo si può fare lentamente, mentre si assapora l’aria che ci circonda; lo si può fare dopo una sosta per godere della vista. Lo si può fare fermandosi a sorseggiare una birra e a chiacchierare con le persone che amiamo, o semplicemente nel tempo che ci vuole a respirare la vita a pieni polmoni senza il rombo dei macchinari nella testa.
Mi piacerebbe imparare a disperdere il suono incessante di quelle presse e riempire quello spazio con la musica delle persone che amo, dell’aria che respiro, del tempo che passa, e godermi la birra fresca che sogno di sorseggiare con papà, mentre sediamo sotto i noci davanti alla sua casa paterna.

Testo e traduzione ©Matilda Colarossi 2022

For my father, Orlando Colarossi (18/02/25-05/01/2022).

Revisione: Leslie Giovacchini

5 thoughts on “Matilda Colarossi: Grasses/ Erbacce

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