As always, the theme of migration is very dear to me. This time it comes in the words of Grazia Deledda. #Sardinianlegends

L’uccello d’oro

Grazia Deledda


Fu visto l’emigrato ritornare peggio di come era partito, con una vecchia valigia legata con una corda, e vestito di una grande giacca povera tutta abbottonata: per di più, sotto il berretto a quadretti, anch’esso in cattivo stato, aveva la testa e metà del viso fasciati di garza e di bende nere: il resto delle guance azzurrognolo di barba non rasa da più giorni; mentre le mani erano bianche come quelle d’un malato. Qualcuno che credeva di riconoscerlo lo scansò, ricordandosi che il mese avanti una donna era tornata dall’estero con la lebbra: e poi anche perché soffiava un vento furibondo, uno di quei classici aquiloni speciali del luogo, che pareva volesse davvero, come fa l’aquila affamata con gli agnelli, portarsi via la gente che si azzardava a uscire con quel tempo.
L’uomo quindi, solo, con la sua pietosa valigia strangolata, le vesti gonfie di vento, si fermò, come per orizzontarsi, nella piazzetta che strapiombava, a guisa di bastione, sopra la valle. Bellissima era la valle, nei tempi buoni; adesso, sotto la luce spettrale del crepuscolo, le cascate di olivi e i boschi di castagni si agitavano tumultuosi con un rombo metallico di mare in tempesta. L’albergo per villeggianti, che spadroneggiava solo in questa piazzetta tutta sfarfallante di alberelli rossi e gialli, era in parte chiuso; ma la porta a vetri, sotto la pensilina di cristalli scuri, brillava di luce come un camino.
L’uomo esitò, prima di decidersi a suonare; non intimorito, e nemmeno timido, ma perché sapeva che il proprietario dell’albergo era adesso un suo parente, al quale un tempo egli aveva prestato denari, solo in parte restituiti: e non voleva far pesare una presenza interessata; anzi egli tornava con buoni propositi, con desiderio di simpatia e di pace. Solo dopo qualche momento, dopo aver guardato in su verso il paesetto ammucchiato in una specie di forra, e tutto terroso e fumoso, con qualche scintilla di lume, come una carbonaia in funzione, premette il bottone del campanello. Aprì una donna grassa, vestita di rosso, con un gran viso ridanciano che però, alla vista della valigia e della testa fasciata del forestiero, si fece subito ostile e inospitale.
Egli domandò del proprietario.
È fuori del paese – ella rispose pronta, già decisa a non lasciarlo neppure entrare.
Io sono la moglie. L’albergo è chiuso per restauri.
Egli capisce che non c’è da far niente; e non protesta, non insiste: solo, con un sorriso che sembra idiota, dice il suo nome. La donna lo guarda meglio; forse sa del debito del marito, e quella valigia, quella testa fasciata, quelle scarpe che portano ancora le rughe e la polvere di un esilio poco fortunato, la induriscono nella necessità di difendersi. Per non sembrare del tutto inumana, disse:
Torni quando c’è lui. C’è, sa, in cima al paese, un’osteria con alloggio. E spinge, spinge la vetrata, perché il vento pare voglia aiutare l’uomo a penetrare nella casa. Ma non lo aiuta a salire l’erta strada che come una scalinata pietrosa s’inerpica su per il paesetto e pare vada a perdersi sul cocuzzolo del monte già tutto nero sotto un cielo glaciale. E come da un ghiacciaio il vento vien giù con una ferocia di tormenta: è un piombare selvaggio, non di una, ma di stormi di aquile, con fischi, sibili, beccate che penetrano fino al petto del viandante e lo costringono a chiudere gli occhi, a difendere la sua valigia che tende a seguire la rapina del vento; a ricordare che nella città donde veniva c’era almeno, nei giorni di forte bufera, una corda legata da un punto all’altro dei grandi viali perché i pedoni potessero afferrarsi e procedere senza cadere.
Qui, nel suo paesetto, del quale conosceva ogni pietra, ogni porta, si sentiva più malfermo e strapazzato che nella metropoli sconosciuta. Tutto era chiuso e scuro, e in cima all’erta non appariva neppure il lume dell’osteria. Ma a metà strada egli riconobbe una porticina, riparata dall’arco di una scaletta esterna; vi abitava un tempo un suo cugino, calzolaio, molto povero: e gli venne in mente di bussare, pensando che spesso il povero è più ospitale del ricco. Anche lì, tuttavia, esitò. Dalle fessure della porta uscivano fili di luce e voci e strida di bambini. Non sono graziose né beneducate, le creature della povera gente, ed egli non credeva d’intenerirsi nel sentire le querele di questi suoi piccoli parenti, ma pensava che la sua apparizione li avrebbe forse divertiti, e nello stesso tempo fatto piacere ai grandi. Avrebbe detto, sedendosi all’umile focolare:
Adesso vi racconterò le storie del mondo lontano.
Ma questi erano pensieri suoi, di campagnuolo che, nonostante l’esperienza e la furberia acquistate appunto nel girare il mondo, ha conservato un fondo di semplicità biblica.
Dentro, intanto, i ragazzini litigano, si dicono parole ingiuriose, ridono e piangono, finché una voce alquanto rauca, di donna raffreddata, che deve essere la madre, non li minaccia di bastonarli, e non ottenendo l’effetto desiderato, aggiunge esasperata:
Adesso, il vento fa venir giù il lupo mannaro.
In questo momento l’uomo bussava; e un silenzio fulmineo soffocò le piccole querele. Nella strada il vento urlò più forte, assecondando la minaccia della madre. Ma la prima ad avere qualche paurosa reminiscenza era lei; e quando ai replicati colpi alla porta si decise ad aprire nel veder l’uomo quasi mascherato, con quella valigia poco rassicurante, indietreggiò e parve gonfiarsi nei suoi stracci come la gallina che vede minacciati i suoi pulcini. Subito però riconobbe l’emigrato: lo riconobbe dagli occhi, ancora dolci e mansueti, del colore delle castagne del luogo: e il suo viso scarno si contrasse in una sofferenza quasi fisica.
Tu – disse con impeto.
Ti credevamo laggiù… ricco. Come sei tornato! Sembri davvero il lupo mannaro.
Tuo marito dov’è?
Ella si piegò fin quasi a terra: scoppiò a piangere e non rispose. Era un pianto d’indignazione, più che altro: poiché il marito era morto ed ella credeva che tutto il mondo fosse in obbligo di saperlo.
Ancora più spaventati i bambini si nascosero l’uno contro l’altro, chiudendo gli occhi per non vedere l’uomo nero. Egli entrò, si mise a sedere, si guardò attorno: però non parlava e lasciò che la donna si calmasse. Ella non si calmava: pareva anzi impaurita anche lei dal ritorno, dalla visita di lui, e volesse a sua volta spaventarlo col racconto delle sue disgrazie.
Oh, sì, ella lo sapeva bene; dappertutto c’è grande miseria, disoccupazione, bisogno; ma nelle città si ottiene almeno una minestra, un asilo per gli orfani: qui, invece, la gente è dura; qui i poveri devono vivere come bestie selvatiche, nutrendosi d’erba e di radici.
L’uomo ascoltava, buio in viso, senza farle osservare che intanto sul fuoco davanti a loro bolliva una pentola dalla quale usciva odore di legumi e di grasso: poi, d’un tratto, parve cambiar d’umore e divertirsi alla scena. Si volse verso i bambini, domandò come si chiamavano, li invitò ad avvicinarsi: ma al suono della sua voce, li vedeva sempre più annodarsi fra loro, sordi e muti ad ogni richiamo.
Bene, – disse infine, come fra sé, – sono proprio il lupo.
Sì, – proseguiva la donna, con una tosse un po’ vera, un po’ forzata, – i tempi sono terribili: la gente è cattiva, l’uccello d’oro è volato via dai monti del paese e non tornerà mai più.
L’uccello d’oro…
Nel mucchio dei bambini si vide allora qualche viso volgersi in qua, qualche occhio brillare come al riflesso di un lampo: oh, in compenso alle credenze del lupo che si traveste da uomo e penetra nelle case dei bambini cattivi fingendosi magari, come questo straniero, un loro parente, essi conoscevano la storia del grande uccello d’oro che dagli antichi tempi viveva nelle grotte dei monti, e quando la buona gente lo invocava di cuore, volava sul paese e disperdeva ogni male. Era più fulgido del sole, potente come lo Spirito Santo: ma bisognava esser buoni per farlo uscire.
Come ossessionato dalla sua idea, l’uomo però ripeté:
Adesso dai monti scendono solo i lupi.
E gli occhi dei bambini tornarono a chiudersi, e i visi a nascondersi. La madre pareva avesse piacere che facessero così, per allontanarli dal malcapitato, dalla sua miseria e soprattutto dal suo male: e frugava nella pentola aspettando, per tirarla giù, che egli se ne andasse.
Egli lo capiva benissimo: un sorriso, questa volta un po’ crudele, gli balenò negli occhi. Si alzò, prese la valigia, fu per uscire: la porticina stessa, col suo battere e il suo stridere, lo invitava ad andarsene. Ma quando la donna corse premurosa ad aprirgliela accadde una cosa che solo più tardi i bambini dovevano capire: l’uomo aveva aperto la giacca, e sotto vi apparve un bel corpetto di lana a maglia, di quelli che usano i signori: una catena d’oro lo decorava; una catena che, tirandola, pescò dal taschino profondo un grosso cronometro d’oro con la calotta incisa e sparsa di piccole perle. Guardare l’ora fu certamente un pretesto per metterlo in mostra, e così pure l’indugiarsi dell’uomo ad aprire un portafoglio tratto dalla tasca interna, e leggervi dentro come in un libro.
La donna aveva occhi buoni; e vide che i fogli del libro erano larghi biglietti di banca. L’uomo ne tirò fuori uno, dei più piccoli, e glielo porse: ella lo prese, esitando, poi con un riso chiaro di gioia, di sorpresa, d’ingenua furberia, disse:
Ma perché te ne vai? Resta a prendere un boccone con noi. Dove vuoi andare, con questo tempo, malato come sei?
Egli s’inumidì le labbra, gustando la sua vendetta.
Oh, non è nulla: ho gli orecchioni.
Poi si buttò nel vento; e come l’uccello d’oro non si fece più vedere.
The golden bird

Grazia Deledda  

They saw the immigrant return worse off than when he had left. He was carrying an old suitcase tied with string and was dressed in a big shabby jacket buttoned all the way up to his neck. And what is more, under his plaid cap, also shabby, half his face was dressed in gauze and black bandages, and the other half presented an azure-tinged, unshaven cheek. His hands, meanwhile, were as white as those of a sick person. Those who thought they recognized him, avoided him: they remembered how, some months earlier, a woman had returned with leprosy; and, also, the wind was blowing wildly. It was one of those special squalls so common to the area, which seemed to want, as do hungry eagles that swoop down on lambs, to carry away those who dared go out in that weather.
The man, therefore, alone with his pitiful throttled suitcase and his ballooning garments, stopped, as if to get his bearings, in that square suspended like a bastion over the valley. In fine weather, the valley was beautiful, but now in the ghostly light of nightfall, the cascade of olive trees and chestnut forests swayed tumultuously with the metallic roar of a storming sea. The hotel for travellers, which alone dominated the square which was aglow with red and yellow trees, was in part closed. But the glass door, under the dark crystal covering, shone with light like a fireplace.
The man hesitated before deciding to ring the bell, not because he was afraid or shy, but because he knew that a relative of his now owned the hotel and that the relative had borrowed money from him, money that had only been repaid in part; and he didn’t want his presence there to seem deliberate. Quite the contrary, he brought good tidings of sympathy and peace.
He only pressed the bell after a few minutes, after having looked up towards the town, which stood huddled there in that sort of gorge made of earth and smoke from which the flicker of a lamp could be seen, like a coalbin set alight. A fat woman opened the door; she was dressed in red and had a happy open face which, however, immediately became hostile and inhospitable when she saw the stranger’s suitcase and bandaged head.
He asked for the proprietor.
“He’s out of town,” she answered readily, already knowing she would not never let him in. “I’m his wife. The hotel is closed for renovations.”
He knows there is nothing to be done; he doesn’t protest, doesn’t insist; but, with an idiotic grin on his face, just says his name. The woman looks more closely at him; maybe she knows of her husband’s debt; and that suitcase, that bandaged head, those shoes that bear the creases and the dust of an unfortunate exile, strengthen her desire to defend herself. To keep from seeming totally inhuman, she said:
“Come back when he’s here. There is an inn that takes in boarders up at the top of the town.”
And she pushes, pushes the glass door because the wind seems to want to help the man enter the house. But it doesn’t help him scale the steep road which, like a rocky staircase, climbs through the town and seems to lose itself in the crests of the mountain which is already black under the glacial sky. And as if from a glacier, the wind rages down ferociously: it is wild plummeting, not of one but of kettles of eagles whose whistling, screeching, and pecking bear into the traveller’s chest and force him to close his eyes, to defend his suitcase, which seems to bend to the winds wrath. He remembers that the city from which he came had, at least, on wildly windy days, a rope tied from one end to the other of the boulevard so that pedestrians could hold on to it and proceed without falling.
Here, in his home town, of which he knew every stone, every door, he felt more unsteady and battered than in the unfamiliar metropolis. Everything was closed and dark, and up on top of the hill not even the light of the inn could be seen. But halfway up the road, he recognized a small door, covered by the arch of a small external stair; his cousin, a very poor shoemaker, once lived there: and he thought he might knock on the door because he believed that sometimes the poor are more hospitable than the rich. There too, however, he hesitated. From the slits in the door filtered threads of light and voices and the cries of children. The children of the poor are neither gracious nor well-educated, and he didn’t think he would enjoy the loud squabbling of his young relatives, but he thought his appearance might possibly have entertained them, and at the same time possibly pleased the adults. He would have said while sitting near the humble fire:
“Now I’ll tell you the stories of a far-away land.”
But these were his thoughts, the thoughts of a peasant who, notwithstanding the experience and wisdom he had acquired while travelling the world, had preserved a basic biblical simplicity.
Meanwhile, inside, the children continued to fight, swearing at each other, laughing and crying until the somewhat hoarse voice of a woman with a cold, who was probably their mother, threatened to beat them, and, not obtaining the desired effect, then added, maddened:
“Now the wind will bring the werewolf.”
In that moment the man knocked; and a sudden silence choked the small cries. In the street the wind howled strongly, complying with the mother’s threat. But the first to be overcome by frightful memories was the mother herself; and when in reply to the knocks on the door, she finally decided to open it, she stepped back when she saw the partly masked man and his anything but reassuring suitcase; and she seemed to puff up like a chicken protecting her defenceless chicks. She suddenly recognized the immigrant, however: she recognized him by his eyes, which were still gentle and kind, the colour of the local chestnuts; and his thin face contracted then in what seemed like physical pain.
“You,” she blurted out. “We thought you were far away…rich. Just look how you’ve come back! You really do look like a werewolf.”
“Where is your husband?”
She bent down low, almost to the ground; she started crying and didn’t answer. More than anything else, it was a cry of indignation: her husband was dead and she thought the whole world most surely know that.
More and more frightened, the children hid huddled together, closing their eyes so as not to see the bogeyman. He entered, sat down, looked around him; but he didn’t say anything, waiting for the woman to calm down. She didn’t: she too seemed frightened by his return, by his visit, and seemed to want to frighten him with her own tales of woe.
Oh, yes, she knew it well; there is misery everywhere, unemployment, need; but in the city a dish of soup is possible at least, a home for the orphans: here, on the other hand, people are unkind; here the poor must live like wild beasts, eating grasses and roots.
The man listened, his face dark, without remarking that on the fire just in front of them, there was a pot that smelled of legumes and lard: then, suddenly, his mood seemed to change and he seemed to be enjoying the scene. He looked towards the children, asking them their names, inviting them to move closer: but at the sound of his voice, they huddled closer together, deaf and mute to his invitations.
“Well then,” he said finally, as if to himself, “I really am the wolf.”
“Yes,” the woman continued to cough, a real cough but also a bit forced, “times are terrible: people are mean, the golden bird has left the mountains never to return again.”
“The golden bird…”
Among the children a face or two looked up, an eye or two started shining as if run through by a flash of lightning: oh, along with the stories of the wolf that was dressed like a man and entered the homes of bad children pretending, perhaps, to be this stranger, a relative of theirs, they also knew the story of the great golden bird that, from as far back as the ancient times, had lived in the mountain caves; and when the good people called upon it with open hearts, it flew over the town and rid it of evil. It was more radiant than the sun, as mighty as the Holy Spirit; but you had to be good to get it to come out.
As if obsessed by his thoughts, the man said:
“Today only wolves come down from the mountains.”
And the children closed their eyes once again; and they hid their faces. Their mother seemed pleased by their behaviour, which would keep them safe from the unlucky wretch, from his misery and, mostly, from his evil: and she stirred the pot, waiting for him to leave before taking it off the fire.
He understood this well: a smile, this time a bit cruel, flashed in his eyes. He got up, took his suitcase, and was about to leave: even the small door, with its rattling and squeaking was inviting him to leave. But when the woman ran quickly to open it for him, something happened, something that the children would only understand much later on: the man opened his jacket, and underneath it a beautiful woollen vest appeared, the kind only gentlemen wear; a golden chain hung from it, a chain which, when pulled from the deep pocket, showed a huge gold watch studded in pearls. He looked at the time, but this was certainly only a pretext to show it off, as was the man’s long-drawn-out act of opening his wallet, which he had taken from his inside pocket, and reading it like he would a book.
The woman’s eyes were sharp; and she saw that the pages of the book held large banknotes. The man took one of the smaller ones and gave it to her: she took it, hesitating, then with a smile of pure joy, of surprise, of ingenuous cunning, said:
“But why are you leaving? Stay and have something to eat with us. Where do you want to go in this weather, sick as you are?
He moistened his lips, savouring his vendetta.
“Oh, it’s nothing: I have the mumps.”
Then he pushed headlong into the wind; and like the golden bird, he was never seen again.

  Translation ©Matilda Colarossi 2021

As in many of her stories about Sardinia, Deledda introduces us to the world of myths and folklore that is her native land; and so the golden bird, too, is introduced to us: “the great golden bird that, from as far back as the ancient times, had lived in the mountain caves; and when the good people called upon it with open hearts, it flew over the town and rid it of evil.” But the key to the myth is the “good people”, and the immigrant, upon returning to his native town, finds none.


This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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