IL CINGHIALETTO

Grazie Deledda

 

Appena aperti gli occhi alla luce del giorno, il cinghialetto vide i tre più bei colori del mondo:  il verde, il bianco, il rosso, sullo sfondo azzurro del cielo, del mare e dei monti lontani.

In mezzo al verde delle querce le cime dei monti vicini apparivano candide come nuvole alla luna, ma già intorno al nido del cinghialetto rosseggiava il musco fiorito, e i macigni, le chine, gli anfratti rocciosi ne eran coperti come se tutti i pastori e i banditi passati lassù avessero lasciato stesi i loro giubboni di scarlatto e anche qualche traccia del loro sangue. Come non essere arditi e prepotenti in un simile luogo? Appena la giovane cinghialessa ebbe finito di lisciare e leccare i suoi sette piccini attaccati alle sue mammelle dure come ghiande, l’ultimo nato di essi, il nostro ardito cinghialetto, sazio e beato si slanciò dunque nel mondo, cioè al di là del cerchio d’ombra della quercia sotto cui era nato. La madre lo richiamò con un grugnito straziante; ma la bestiuola tornò indietro solo quando vide, sul terreno soleggiato, la figura di un altro cinghialetto col suo bravo codino in su, attorcigliato come un anello: la sua ombra.

Passò un giorno e una notte; anche i fratellini si avanzarono verso il sole e tornarono spaventati dalla loro ombra; la cinghialessa sgretolò le ultime ghiande rimaste fra il musco, grugnendo per richiamare i piccini; e sei di essi, tutti eguali, col pelo a strisce dorate e morate come nastri di seta, accorsero inseguendosi e saltandosi addosso gli uni su gli altri: il settimo, quello che primo s’era avventurato pel mondo, non tornò. La madre volse attorno gli occhi dolci e selvaggi dalle palpebre rossicce, grugnì mostrando le zanne candide come i picchi dei monti, ma il cinghialetto non rispose, non tornò più.

 

Viaggiava, palpitando, grugnendo, dibattendosi invano entro la calda bisaccia d’un piccolo pastore. Addio, montagna natia, odore di musco, dolcezza di libertà appena gustata come il latte materno! Tutti gli spasimi della ribellione e della nostalgia vibravano nel ringhio del prigioniero; e non è da augurarsi neanche al nostro peggiore nemico lo strazio della sua lunga reclusione sotto un cestino capovolto. Passano le ore e i giorni: una piccola mano che pare coperta da un guanto oscuro, tanto è dura e sporca, introduce una scodella di latte sotto il cestino, e due grandi occhi neri spiano attraverso le canne della fragile prigione. Una vocina benevola parla al cinghialetto.

— Morsichi? Se non morsichi ti tiro fuori; se no buona notte e addio!

Il prigioniero grufola, soffia attraverso le canne; ma il suo grugnito è amichevole, supplichevole anzi, e la manina nera solleva il cestino; il cinghialetto lascia titubante il suo carcere e annusa il terreno intorno. Com’era diverso il mondo luminoso della montagna dal piccolo mondo scuro di questa cucina bassa e desolata, di cui il bambino, fratello del pastore, ha chiuso per precauzione la porta. Il focolare è spento; entro il forno, ove il cinghialetto spinge le sue nuove esplorazioni, sta ad essiccare un po’ d’orzo per il pane della povera famiglia.

— Be’, non vieni più fuori? Non sporcare l’orzo; non ne abbiamo altro e mia madre va a lavare i panni dei prigionieri per campare, e mio padre è in carcere… — disse il bambino, curvandosi sulla bocca del forno.

Come colpito da quelle notizie il cinghialetto saltò fuori e i suoi piccoli occhi castanei dalle palpebre rossicce fissarono i grandi occhi neri del bambino: si compresero e da quel momento si amarono come fratellini. Per giorni e giorni furono veduti sempre assieme; il cinghialetto annusava i piedini sporchi del suo amico, e l’amico gli lisciava il pelo dorato e morato, o introduceva il dito nell’anello del suo codino.

Giorni sereni passavano per i due amici; il cinghialetto grufolava nel cortile roccioso che gli ricordava la montagna natia, e il bambino si sdraiava al sole e imitava il grugnito della bestiuola.

 

Un giorno passò nel viottolo una bella paesana alta ed agile e bianca e rossa come una bandiera, seguita da un ragazzetto il cui viso roseo pareva circondato da un’aureola d’oro.

Vedere il cinghialetto e gridare:

— Oh che bellino! Lo voglio! — fu tutt’una cosa per il bel fanciullo dai capelli d’oro. Ma il cinghialetto filò dritto in cucina e dentro il forno, mentre il suo padrone s’alzava, nero nel sole, minaccioso.

— È tuo? — domandò la paesana.

— Mio.

— Dammelo; ti do una lira — disse il signorino biondo.

— Non te lo do neanche se crepi.

— Maleducato, così si parla?

— Se non te ne vai ti rompo la testa a colpi di pietra…

— Pastoraccio! Lo dirò a papà…

— Andiamo, andiamo, — disse la paesana, — glielo dirò io a sua madre.

 

Infatti tornò, qualche sera dopo, mentre nella cucina desolata la lavandaia dei carcerati parlava col suo bambino come con un uomo anziano.

—Sì, Pascaleddu mio,— si lamentava, ansando e torcendo il suo grembiale bagnato, — se tuo padre non viene assolto, non so come faremo; io non ne posso più, con quest’asma; e quel che guadagna il tuo fratellino non basta neanche per lui. Che fare, Pascaleddu mio? E l’avvocato, come pagarlo? Ho impegnato la mia medaglia e i miei bottoni d’argento, per prendere l’orzo: dove andrò, se mi continua questo male?…

La paesana agile e rossa entrò nella povera cucina, sedette accanto al focolare spento.

— Dov’è il cinghialetto, Pascaleddu? — domandò guardandosi attorno. Il bambino andò a mettersi davanti al forno, la guardò, selvaggio e sprezzante, rispose una sola parola:

— Vattene!

— Maria Cambedda, — disse allora la paesana, rivolta alla donna che sbatteva il suo grembiale per farlo asciugare, — lo sai che sto al servizio di un giudice. Nei dibattimenti egli fa da pubblico ministero. La mia padrona è una riccona; hanno un figlio unico, un diavoletto che fa tutto quello che vuol lui. Il padre non vede che per gli occhi di suo figlio. Adesso il ragazzo è malato, mangia troppo! E padre e madre sembrano pazzi di dolore. Senti, l’altro giorno il ragazzo ha veduto un cinghialetto, qui nel vostro cortile, e lo vuole. Dammelo; o meglio domani mandalo con Pascaleddu; se c’è da pagare si paga.

— Il tuo padrone è giudice? — disse la donna, ansando. — Allora tu puoi dire una buona parola per mio marito: fra giorni si discuterà il suo processo. Se egli non viene assolto, io sono una donna morta…

— Io non posso parlar di queste cose al mio padrone…

—Ebbene, domani Pascaleddu porterà il cinghialetto; digli almeno, al tuo padrone, che il bambino è figlio del disgraziato Franziscu Cambedda… Digli che ho l’asma; che moriamo di fame…

La paesana non promise nulla: tutti sapevano che Franziscu Cambedda era colpevole.

 

Il cinghialetto viaggiava di nuovo, ma questa volta attraverso la piccola città e fra le braccia del suo amico. I due cuoricini, l’uno accanto all’altro, palpitano d’ansia e di curiosità; ma se il bambino sa che deve tradire il suo amico, questi non si decide a credere che il suo amico possa tradirlo, e allunga il piccolo grifo al di sotto del braccio di Pascaleddu e con un occhio solo guarda le case, la gente, le strade, i monelli che lo seguono fino alla palazzina del giudice e uno dei quali, arrivati laggiù, s’incarica di picchiare alla porta e di gridare alla bella serva apparsa sul limitare:

— Pascaleddu piange perché non vuol darvi il suo cinghialetto: se non fate presto a prenderglielo scappa e non ve lo dà più!…

—Non è vero, non piango; andate tutti al diavolo!—gridò Pascaleddu cercando di deporre il cinghialetto tra le braccia della serva: ella però lo fece entrare, mentre giusto in quel momento il giudice, con un plico di carte sotto il braccio, usciva per andare in Tribunale. Era un uomo piccolo e grasso, pallido, con due grandi baffi neri e gli occhi melanconici.

—Che c’è?—domandò, mentre la serva gli toglieva un filo bianco dalla manica della giacca.

—C’è questo bambino che porta il suo cinghialetto a signoriccu: è il figlio di quel disgraziato Franziscu Cambedda che è in carcere: son tanto poveri… muoiono di fame… la madre ha l’asma…

Il giudice scosse la mano come per significare «ce n’è abbastanza» e disse, guardando Pascaleddu:

— Dagli qualche cosa.

La serva condusse il bimbo nella camera bianca e luminosa ove signoriccu, seduto sul lettuccio e avvolto in uno scialle, guardava un libro pieno di figure strane: erano donne e uomini coperti di pellicce, di teste di volpe, di code di faina; erano pelli d’orso, di leopardo, di cinghiale: si vedeva bene che il fanciullo dai capelli d’oro amava le bestie feroci. Appena vide il cinghialetto buttò il libro e tese le braccia gridando:

— Dammelo, dammelo!

La mamma, una bella signora alta e bionda in vestaglia azzurra, si curvò su lui spaventata.

— E che, lo vuoi a letto, amor mio? Sporca tutto, sai: lo mettiamo in cucina, e appena ti alzerai giocherai con lui.

— Io lo voglio qui! Dammelo o butto in aria lo scialle e mi alzo.

Glielo diedero: e la fuliggine del forno ove era stata trovata la carne della pecora rubata da Franziscu Cambedda macchiò il letto del figlio del giudice.

Pascaleddu raccattò il libro di figure e lo guardò fisso.

— Lo vuoi? Prenditelo — disse la signora.

Pascaleddu lo prese e se ne andò: di fuori i monelli lo attendevano, e cominciarono a domandargli che cosa aveva ricevuto in cambio del cinghialetto, e lo sbeffeggiarono, gli tolsero il libro.

Ma Pascaleddu lo strappò loro di mano, se lo strinse sotto il braccio e via di corsa: gli pareva di aver almeno un ricordo del suo povero amico.

 

Il suo povero amico conobbe tutti gli strazî di una schiavitù dorata. Quante volte signoriccu fu sul punto di strangolarlo; quanti calci dai bei piedi intorno ai quali ondulava il falpalà della vestaglia azzurra; quante volte la serva disse:

—Lo arrostiremo il giorno della festa di signoriccu!

Solo il padrone era buono: quando dalla finestra sorrideva a suo figlio, guarito e ritornato in giardino, i suoi occhi erano così dolci e inquieti che al cinghialetto ricordavano quelli di sua madre su nella montagna.

Lasciato qualche volta in pace, il cinghialetto si divertiva ad annusare i piedi della serva, a correrle appresso e a mettere il grifo entro le casseruole. Spesso lo lasciavano anche razzolare nell’orto grande e selvatico, ove cresceva una pianta d’olivo e una di quercia: ore di gioia tornarono anche per lui, e quando se ne stava sdraiato a pancia in su fra i cespugli e vedeva il cielo azzurro, le nuvolette rosse, la casina bianca fra gli alberi gli pareva d’essere ancora sulla montagna. Appiattato più in là, col suo fucile, la pistola, la spada e lo stocco, signoriccu giocava a far la caccia e mirava il cinghialetto e gli correva addosso tempestandolo di colpi e turbando così la sua beatitudine.

Un giorno tutte le casseruole cominciarono a friggere nella cucina, ove la bella serva splendeva, in mezzo al fumo, come la luna rossa fra i vapori della sera. Era la festa di signoriccu e in attesa dell’ora del pranzo, qualcuno degli invitati, tutti amici di casa, entrava in cucina per vedere cosa la ragazza preparava di buono, ma in realtà per guardar lei che era il miglior boccone. Fra gli altri entrò, a passi furtivi, il delegato, che fece una carezzina alla serva e nascose la sua pistola in un buco dietro la finestra.

—La metto qui perché quel diavoletto mi fruga in saccoccia e la vuole: non toccarla, è carica.

Di là c’era gran chiasso: tutti ridevano e parlavano, e il padrone e un altro magistrato discutevano sulla “legge del perdono” da poco messa in uso da un buon giudice di Francia.

—Quel disgraziato che abbiamo assolto oggi, quel Cambedda, ebbene…—diceva il padrone—ebbene, ha rubato per bisogno…è un padre di famiglia, ha due figli piccoli, di buona indole…La legge deve adattarsi…

—La legge, oramai, è inesorabile solo per i ricchi—sogghignò il delegato; e tutti risero.

Il cinghialetto, in cucina, leccava i piatti in compagnia d’un gattino nero. Sebbene roba ce ne fosse d’avanzo per tutti e due, il gattino metteva le zampe in avanti e sollevava i baffi sopra i dentini bianchi come granellini di riso.

D’improvviso, mentre la serva era in sala da pranzo, signoriccu precipitò in cucina: vestito di azzurro, coi capelli lisci e lucenti come una cuffia di raso dorato, egli sembrava un angioletto, e volava anche, da una sedia all’altra, dai fornelli alla tavola, da questa alla finestra. Vide la pistola, la prese con precauzione, la rimise nel buco: e non gridò di gioia, ma i suoi occhi diventarono metallici e selvaggi come quelli del gattino.

Si slanciò sul cinghialetto, mentre il gatto, più astuto, fuggiva, lo prese e lo portò nell’orto, in direzione della finestra di cucina.

—Questa volta è per davvero!—gridò saltellando.—Sta lì fermo.

Il cinghialetto fiutava i cespugli: era felice, sazio e beato; vedeva signoriccu alla finestra di cucina, con una pistola in mano, ma non capiva perché il gattino, là dall’alto della quercia, gli mostrasse ancora i denti e lo guardasse coi grandi occhi verdi spaventati.

Una nube violetta lo avvolse: stramazzò, chiuse gli occhi; ma dopo un momento sollevò le corte palpebre rossicce e per l’ultima volta vide i più bei colori del mondo: il verde della quercia, il bianco della casina, il rosso del suo sangue.

 

THE LITTLE WILD BOAR

Grazie Deledda

 

As soon as it opened its eyes to the light of the day, the little boar saw the three loveliest colours in the world: green, white, and red against an azure sky, sea, and distant mountains.

Among the green oak-tree tops, the nearby mountains seemed as white as clouds in the moonlight, but around the wild boar’s nest the moss was already flowering red, and the boulders, the crests, and the rocky recesses were covered in it, as if the shepherds and bandits who travelled there had laid down their red cloaks, and even traces of their blood. How can we not be bold and daring in such a place? As soon as the young sow finished smoothing and licking the seven piglets she attached to her hard, acorn-like teats, the last born, our bold and daring wild boar, utterly sated and full of bliss, ventured out into the world—that is, outside the circle of shade of the great oak where he had been born. His mother called to him with an ear-splitting grunt; but the little beast only returned when he saw, on the sunlit ground, the silhouette of another little boar with an upturned, ring-like tail: his own shadow.

A day passed, and a night; and even his little brothers and sisters moved towards the light and returned, frightened by their own shadows. The mother boar crushed the acorns that were left on the moss, and grunting called her piglets. Six of them—all identical, all with a smooth coat of gold and brown stripes, like bands of silk—returned, chasing and hurdling each other. The seventh little boar, the first to have ventured out into the world, did not return. His mother’s eyes, soft and wild under their reddish lids, searched for him; she grunted, flashing tusks as white as the tips of the mountains; but the piglet did not answer, and never returned.

 

He was on the road, gasping, grunting, and thrashing inside the sack of a young shepherd. Good-bye, native mountain, scent of musk, and sweet freedom as new as the taste of his mother’s milk! The spasms of rebellion and nostalgia could be heard in his caged grunt. Not even our worst enemy deserved the agony of his prolonged reclusion under an overturned basket. The hours and days passed: a small hand, so hard and dirty that it seemed covered in a dark glove, set a bowl of milk under the basket; and two large black eyes spied him from behind the twigs of the fine cage. A soft, kind voice talked to the little wild boar.

“Do you bite? If you don’t bite, I’ll let you out; if you do, well, good-night and good-bye.”

The prisoner grunted, and he puffed through the twigs; but his grunt was friendly, pleading in fact, and so the little black hand lifted the basket. The wild boar left his cage cautiously and sniffed the earth around him. How different the sunny mountain was from the dark world of this low and gloomy kitchen where the child, the shepherd’s brother, was careful to lock him. The fireplace was not burning; and inside the oven, where the wild boar had extended his search, some barley was drying for the poor family’s bread.

“Well, aren’t you coming back out? Don’t dirty the barley. We have no more, and my mother has to wash the prisoners’ clothes to feed us, and my father is in prison…” said the little boy, bending over the mouth of the oven.

As if touched by the news, the little wild boar jumped out of the oven and, from underneath his reddish eyelids, small brown eyes stared at the boy: they truly understood each other, and from that moment onwards they were like brothers. For days and days, they were seen together; the little wild boar sniffed at his little friend’s dirty feet; and his friend smoothed the boar’s gold and brown coat, or wound a finger in his coiled tail.

The two friends spent quiet days together. The little wild boar sniffed the rocky yard that was so much like the land where he was born; and the little boy lay in the sun and imitated the little beast’s grunts.

 

One day a tall ruddy countrywoman―as white and red as a banner ―walked down the lane followed by a child whose rosy face seemed circled by a golden halo.

Upon seeing the boar, the child cried out:

“How lovely it is! I want it!”

But the little wild boar ran straight into the kitchen and into the oven; and his master, blackened by the sun, got up menacingly.

“Is it yours?” asked the woman.

“Mine.”

“Give it to me, and I’ll give you a coin,” said the rich blond boy.

“I wouldn’t give him to you even if you were dying.”

“How rude! Is that any way to speak?”

“If you don’t go now, I’ll take a rock and smash your head open…”

“Bumpkin! I’ll tell my papa…”

“Come now, come,” said the woman, “I’ll ask his mother.”

 

Indeed, she returned a few nights later, while in that gloomy kitchen the washerwoman was talking to her son like you would to an old man.

“Yes, Pascaleddu, my love,” she whined breathlessly as she twisted her wet apron in her hands, “if your father is not found innocent, I don’t know how we shall get by; I can’t bear it any more with this asthma; and the money your brother makes is not even enough for him. What shall we do, Pascaleddu, my love? And the lawyer? How will we pay him? I’ve pawned my medal and silver buttons for the barley: where shall I go if this illness keeps up?”

The ruddy countrywoman entered the modest kitchen, and sat near the dark fireplace.

“Where is the piglet, Pascaleddu?” she asked looking around her. The child went to stand in front of the oven, looked at her with wild scornful eyes and said simply:

“Go away!

“Maria Cambedda,” said the visitor to the washerwoman who was fanning her apron to make it dry, “You know I work for a judge. He is the state attorney in legal proceedings. My mistress is rich; they have only one son, a little rascal who does exactly as he pleases. He is the light of his father’s eyes. Now the boy is ill because he eats too much! His father and mother seem to be going mad with pain. Now listen, the other day the child saw a little boar, here in this courtyard, and he wants it. Give it to me; or better yet, have Pascaleddu bring it tomorrow; if it’s money you want, you’ll have it.”

“Is the judge your employer?” asked the woman breathlessly. “Maybe you could put in a good word for my husband: his trial is coming up in a few days. If he’s not found innocent, I’m a dead woman…”

“I can’t talk to my employer about these things…”

“Fine then, tomorrow Pascaleddu will bring the little boar; but could you at least tell your employer that the child is the son of that wretch Franziscu Cambedda…Tell him I have asthma, and that we are dying of hunger…”

The countrywoman promised nothing: everyone knew Franziscu Cambedda was guilty.

 

The little wild boar was on the road again, but this time it crossed the town, and he was in the arms of his friend. The two little hearts beat together in trepidation; but while the child knew he was about to betray his little friend, the other could not believe his friend would betray him. The wild boar tucked his little snout under Pascaleddu’s arm, and with one eye looked at the houses, the people, the streets, and the imps who were following them to the judge’s residence. Once there, one of the kids knocked on the door and shouted to the pretty maid who appeared on the threshold:

“Pascaleddu is crying because he doesn’t want to give you his piglet: and if you don’t hurry up, he’ll run away and never give it to you!”

“It’s not true. I’m not crying. Go to hell, all of you!” yelled Pascaleddu, trying to put the little boar in the maid’s arms. She, however, let him in just as the judge was leaving to go to the Courthouse with a stack of papers under his arm. He was a small, fat man, pale, with a huge black moustache and melancholy eyes.

“What’s this about?” he asked just as the maid lifted a white thread from the sleeve of his jacket.

“This is the child who is bringing his piglet to the signoriccu:  he’s the son of Franziscu Cambedda, the wretch who’s in prison…they’re dying of hunger…his mother has asthma…”

The judge waved his hand as if to say, “enough said” and then, looking at Pascaleddu, said:

“Give him something.”

The maid led the boy into the bright, white bedroom where the signoriccu was sitting on a small bed under a shawl, looking at a book full of strange figures: there were women and men covered in fur, in fox head and weasel tail; and there were bear, leopard, and wild boar skins. It was obvious that the golden-haired boy loved wild animals. As soon as he saw the piglet, he threw the book onto the floor and stretched out his arms, and he said, yelling:

“Give it to me, give it to me!”

His mother, a beautiful tall blond lady dressed in an azure robe, bent over in disbelief.

“What? In the bed with you, my love? It’ll dirty everything, you know. We’ll put him in the kitchen, and as soon as you get up, you can play with him.”

“I want it here! Give it to me or I’ll throw the shawl off and get up.”

They gave it to him: and the coal dust from the oven, where they had found the mutton Franziscu Cambedda had stolen, sullied the judge’s son’s bed.

Pascaleddu picked up the picture book and stared at it.

“Do you want it? Take it – said the lady.”

Pascaleddu took the book and left: outside the little imps were waiting for him; and they started asking questions about what he had received in exchange for the piglet; and they made fun of him, and took the book away.

But Pascaleddu ripped it out of their hands, tucked it under his arm, and ran away: at least he would have something to remember his little friend by, he thought.

 

His poor friend came to understand the agony of gilded slavery. There were so many times when signoriccu was close to strangling him; and so many times when the pretty feet that walked among swaying azure robes kicked him; and so many times when the maid said:

“We’ll roast it on the signoriccu’s birthday!”

The judge alone was kind: when, from the window, he smiled at his son, who was well and playing in the garden, his eyes were so soft and fearful that they reminded the piglet of his mother’s up there on the mountain.

When they sometimes left him alone, the little boar would sniff at the maid’s feet, run after her, and put his snout into the casseroles. Sometimes they even let him roam around in the huge, overgrown vegetable garden where an olive and an oak tree grew: he experienced hours of joy again, and when he lay belly-up among the underbrush and saw the azure sky, the little red clouds, and the little white house among the trees, he felt as if he were still on the mountain. Just a short distance away, lying flat on the ground with his rifle, his pistol, his sword, and his bow, the signoriccu pretended to hunt; and he aimed at the piglet, and charged at it striking blows, and disturbing his moments of bliss.

In the kitchen one day, the casseroles were sizzling as the ruddy maid, like a bright moon among the vapours of the night, cooked. It was signoriccu’s birthday, and as they waited for lunch, some of the guests, all close friends of the family, sauntered into the kitchen to inspect the food (and also the maid, who was an even more delightful morsel). Among them was a deputy who slipped stealthily into the room, first gave the maid a pat, and then hid his pistol in a space behind the window.

“I’ll just put this here because that little rascal is always searching my pockets and wants it: don’t touch it, it’s loaded.”

There was a lot of noise in the other room: everyone was laughing and chatting, and the master of the house was talking with another magistrate about the “law of forgiveness”, which had been applied by a fine French judge.

“That wretch we interviewed today, Cambedda, well…” said the master of the house. “He stole out of despair…he is a good family man, and he has two good boys…The law must take this into consideration…”

“The law, it seems, is only unrelenting when it comes to the rich,” grinned the deputy; and everyone laughed.

In the kitchen, the little boar and the black cat ere licking a plate together. Although there were enough leftovers for both, the cat had raised its paws and bared its tiny white rice-like teeth.

Suddenly, when the maid was in the other room, signoriccu ran into the kitchen: he was dressed in azure, and his hair was as straight and shiny as a silky golden bonnet. Not only did he look like an angle, he also flitted from chair to chair, stove to table, and table to window. There he saw the gun, picked it up carefully, and then put it back. He did not cry for joy, but his eyes became as steely and wild as the kitten’s.

He threw himself on the piglet, and the cat, which was shrewder, bolted. He grabbed the boar, and took him to the vegetable garden directly in front of the kitchen window.

“This time, it’s for real!” he yelled jumping up and down. “Stay here. Don’t move.”

The little boar sniffed at the bushes: he was happy, sated, and blissful; he could see signoriccu at the kitchen window with the gun in his hand, but he didn’t understand why the cat, who was up in the trees, was still baring his teeth and looking at him with big green anxious eyes.

A violet cloud enveloped him: he fell to the ground and closed his eyes. After a moment he raised his small reddish eyelids and for one last time saw the loveliest colours in the world: the green oak tree, the white house, and his own red blood.

 

 

Translation ©Matilda Colarossi 2020

 

 

More about the author, Grazia Deledda:
https://paralleltexts.blog/tag/grazia-deledda/
 
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

One thought on “Grazia Deledda: Il cinghialetto/ The little wild boar

Leave a Reply to novecentomilaepiu Cancel reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.