“We could never have imagined that other men and other women had prepared a similar sort for human beings whose only crime was that of being born Jewish.”

Part 2

Dovevamo fuggire in Svizzera

Anch’io avevo la carta d’identità falsa.

Quando mio padre riuscì ad averla da un impiegato corruttibile di un municipio e me la portò a casa, mi spiegò che avrei dovuto imparare a memoria quelle generalità false. Ero stupida, sicuramente. Ma mi ripugnava l’idea di assumere generalità non mie: mi era stato insegnato, nella mia famiglia di persone oneste, a non fingere, a dire sempre la verità, a presentarsi con pregi e difetti per quello che si è.

Era profondamente umiliante sentirmi dire improvvisamente: «Impara a memoria queste generalità, perché non solo potrai salvarti tu, ma potrai anche salvare gli amici eroici che d’ora in poi ti terranno nascosta». Quando arrivò il momento di fuggire, con quella carta d’identità mi presentai nella casa di amici con la A maiuscola, che mi tennero nascosta per due mesi.

Erano famiglie di persone normali che rischiavano la vita, perché c’era la pena di morte per chi nascondeva un Ebreo con carte false. Aprirono le loro porte e mi trattarono con grande affetto, come trattavano i loro figli.

Ma in quel momento io avevo lasciato per sempre la mia casa.

Non sono mai più rientrata in quella casa, e non ho mai più visto i miei nonni amatissimi Olga e Giuseppe Segre. Mio padre, mentre io ero nascosta e protetta da questi amici, riuscì ad avere un permesso per i suoi genitori: vista l’età e visto lo stato di salute di tutti e due erano – come scopri dopo la guerra leggendo il documento che papà aveva conservato – «impossibilitati a nuocere al Grande Reich tedesco». In seguito, quando già tante altre tragedie si erano compiute, i miei nonni furono arrestati nella loro casa, portati a Fossoli e dopo essere stati a Fossoli, portati a Milano, a San Vittore, e da lì deportati ad Auschwitz, dove arrivarono vivi per essere gasati e bruciati all’arrivo per la sola colpa di esser nati.

All’epoca non sapevamo. Non avremmo mai immaginato che altri uomini e altre donne avessero preparato una simile realtà per esseri umani colpevoli solo di esser nati Ebrei.

Gli amici ospitanti, visto quel lasciapassare che dava tranquillità a mio papà – perché noi naturalmente eravamo ben contenti di credere a quel permesso – ci aiutarono a trovare dei contrabbandieri che a quel tempo dietro Varese, ai piedi delle montagne che confinano con la Svizzera, per cifre da capogiro, accompagnavano i clandestini fino al confine, naturalmente sulle montagne, là dove passavano i cosiddetti “spalloni”, dediti al contrabbando di persone e di sigarette in Svizzera.

Ricordo che immaginavo quella fuga come una meravigliosa avventura e spingevo tantissimo papà perché la volesse compiere insieme a me. Eravamo ormai tranquilli per i nonni e potevamo fuggire in Svizzera.

Fu un’avventura ma certamente non a lieto fine.

Lasciammo la casa dei nostri amici Civelli a Legnano e ci imbarcammo prima su autobus, poi corriere, funivie, filovie… il terrore a ogni fermata, quando la polizia saliva a controllare i documenti. Finalmente arrivammo con le nostre carte false. Arrivammo in un paesino, si chiama Viggiù, e poi a Saltrio, dove ci aspettavano i contrabbandieri. In una notte, in un’alba – sembrava di compiere un’avventura straordinaria – correvamo sulla montagna, io con la mano nella mano di mio papà, con altri due vecchi cugini che si erano uniti a noi, correvamo su quella montagna che ci portava in Svizzera: terra di libertà… Con grande fatica attraversammo quei buchi nella rete così stretti per noi, vestiti da città, e inadatti alla clandestinità. Era inverno, dicembre, e noi ci provammo. Riuscimmo a passare dall’altra parte, ci abbracciammo quando i contrabbandieri ci dissero: «Correte, correte che arrivano adesso, a quest’ora le sentinelle, correte, avanti, è la terra di nessuno, correte, al di là c’è la Svizzera».

E quando scendemmo da quella cava di sassi, arrivammo nel boschetto, ci voltammo indietro a guardare le montagne che con una fatica infinita eravamo riusciti a passare. Eravamo felici, eravamo liberi, non avremmo dovuto più fuggire.

Ma non fu così.

L’ufficiale del comando di Arzo, il primo paese del Canton Ticino, ci disse: «Ebrei, perseguitati in Italia? Non è vero, siete degli impostori». Avevamo buttato le carte d’identità false sulla montagna e avevamo conservato i documenti autentici perché ci era stato riferito che gli Svizzeri non ci avrebbero accettato con le carte false, sapevamo bene che con i nostri documenti non avevamo più possibilità di tornare indietro. Fu un momento tremendo, erano le speranze perdute. Mi ricordo che mi buttai per terra, inginocchiata ai piedi di quell’ufficiale e lo supplicai: «Ci tenga, la prego, di là ci ammazzano». Ma quello mi respingeva come si fa con un cucciolo.

Mi hanno invitato due o tre volte a intervenire a programmi della televisione svizzera, ultimamente mi hanno anche intervistata al telegiornale per la giornata della memoria, e io la racconto questa vicenda agli Elvetici increduli, agli Elvetici pacifisti, agli Elvetici che voltano la faccia dall’altra parte. La prima volta in cui fui invitata alla televisione svizzera, raccontai di come ci avesse trattato quell’ufficiale. Con disprezzo infinito verso l’altro, inerme e bisognoso, gridò: «Via, la Svizzera è piccola, non vi può tenere» Gli risposi: «in questi momenti bisognerebbe sentire la voce della propria coscienza». Anche se gli ordini erano «La barca è piena» – come si diceva in Svizzera dall’8 settembre in poi – la nostra vicenda rappresentava comunque uno di quei casi in cui sarebbe stato generoso voltare la faccia dall’altra parte e far finta di non vedere, certamente non per indifferenza, ma per altruismo e amore della vita. Se quell’ufficiale avesse finto di non vederci, avrebbe salvato quattro persone. Invece ne ha mandate a morte quattro, sentenza eseguita poi dai nazisti per tre, visto che io sono viva. Non ha voltato la faccia dall’altra parte e, al mattino stesso, ci ha rimandato nel luogo da dove eravamo partiti, accompagnati da guardie armate sghignazzanti. La sera stessa eravamo arrestati sul confine, con i nostri documenti veri.

L’ultimo rifugio insieme

A 13 anni, con l’accusa di esser nata ebrea, sono entrata nel carcere femminile di Varese. Mi ricordo le impronte digitali, la fotografia, mi ricordo il corridoio, il corridoio buio, spinta da una secondina senza pietà che mi buttò dentro una cella… Carcere femminile.

Piangevo disperata. E piansi sempre, tutti i giorni, insieme alle altre donne arrestate come me sul confine, e poi piansi ancora tanto nel carcere di Como. E poi non piansi nel carcere di Milano, perché a Varese e a Como ero sola, nel carcere femminile, per la sola colpa di esser nata, a San Vittore ero prigioniera, per la sola colpa di esser nata, ma ero con il mio papà. Il carcere di San Vittore a Milano è costruito con una pianta, potremmo dire a stella: c’è un corpo centrale e dei bracci. Uno di questi era adibito agli Ebrei: famiglie intere. Non c’era la divisione tra i reparti maschili e femminili, come c’era e come c’è nelle carceri anche adesso. Famiglie ricostituite stavano nelle celle insieme, quando – dopo l’iter burocratico dell’ingresso – vidi mio padre e compresi che saremmo stati insieme nella cella provai una indescrivibile tranquillità.

Quanto sono stati importanti quei quaranta giorni, gli ultimi che passai con papà, come fu importante quella cella: fu una casetta, una casetta spoglia, terribile, ma l’ultimo rifugio insieme.

Era la deportazione annunciata. Si susseguivano notizie, perché già era partito un trasporto e si sapeva che ne sarebbe partito un altro. Dei trentacinquemila Ebrei residenti in Italia la maggior parte si era nascosta, molti erano fuggiti per tempo, ma ottomilaseicento furono i deportati, quindi quasi un quarto della popolazione ebraica di allora. Il carcere si riempiva: all’inizio eravamo circa duecento, col passare dei giorni i rastrellamenti portavano persone a ogni turno, era terribile incontrare un amico, trovare un parente: «Anche tu. Anche tu». Ognuno aveva la sua storia: «Sono stato arrestato lì». «Mi hanno portato via questo…».«Mia madre l’hanno portata via, io mi sono nascosto…».

Erano mille storie, piccole, grandi, di cui io, adesso, ogni volta che c’è la giornata della Shoah o qualche momento particolare, cerco di ricordare, perché il mondo possa sapere, perché quasi nessuno si può ricordare di quelle persone che sono sparite nella Shoah. Ricordo un nome, una storia, una persona: alta, bassa, bionda, bruna, ricordo la voce per ridarle voce, per ridarle un volto, per restituire un colore a quegli occhi, che nessuno ha mai più visto.

Ci incontravamo sempre alla stessa ora. C’era il permesso di sostare in una piccola sala di riunione, e allora partivano quei messaggi che ognuno credeva di sapere sulla deportazione annunciata, con la speranza che fosse solo una voce infondata, ma con la paura nel cuore che fosse il futuro di tutti noi: «Ma non è possibile che Mussolini lasci partire per l’estero dei cittadini italiani, non è possibile, ci manderanno a lavorare, ma sarà in Italia, non sarà all’estero»

Part 2

We had to escape to Switzerland

I had a fake identity card too.

When my father was able to buy it from a corruptible clerk in a city hall and brought it home, he explained that I would have to memorise the fake personal information by heart. I was stupid, surely. But the idea of assuming an identity that was not my own revolted me: I had been taught, in my honest family, to never lie, to always tell the truth, to present myself for who I was with my own strengths and defects.

I was terribly humiliated to hear my father say suddenly: “Learn this information by heart, because not only will you be able to save yourself, but you will also be able to save our heroic friends who will hide you from this moment on.” When the time to flee came, I presented myself with that identity card to the house of those friends with a capital “F”, friends who hid me for two months.

They were normal families made up of normal people who put their lives at risk, because anyone who hid a Jew with fake documents risked the death sentence. They opened their doors, and treated me with extreme kindness, like they did their own children.

But at that moment I had left my own home forever.

I never returned to my house, and I never saw my beloved grandparents, Olga and Giuseppe Segre, again. My father, while I was hidden and protected by friends, was able to get his parents a pass: given their advanced age and precarious health, they were both—as I discovered after the war, when I read the documents my father had conserved—“incapable of causing harm to the Great German Reich.” Afterwards, when so many other tragedies had come to pass, my grandparents were arrested in their own home, taken to Fossoli and from Fossoli to Milan, to San Vittore prison; and from there they were deported to Auschwitz, were they arrived alive only to be gassed and burned soon after, simply for being guilty of having been born.

At that time we did not know. We could never have imagined that other men and other women had prepared a similar sort for human beings whose only crime was that of being born Jewish.

The friends who hosted me, because of the document that afforded my papà such serenity—because we were more than happy to believe in that document—helped us find smugglers who at that time, just past Varese at the foot of the mountains that border on Switzerland, accompanied illegal immigrants to the border for a staggering amount of money. Naturally the path led over the mountains where these so-called “spalloni”, those committed to smuggling people and cigarettes to Switzerland, passed.

I remember thinking of that escape as a sort of marvellous adventure, and I insisted my father come with me. We were, at that point, convinced my grandparents would be all right and that we could flee to Switzerland.

It was an adventure, but there was indeed no happy ending.

We left the house of our friends, Civelli, in Legnano, and first we took a bus, then lorries, cable-ways, trolleys…filled with terror at each stop, each time the police got on and checked our papers. Finally we arrived with our fake documents. We got to a small town called Viggiù, and then to Saltrio, where the smugglers were waiting. In one night, in one dawn—we seemed to be carrying out an extraordinary feat—we found ourselves running over the mountain. With my father’s hand in mine, and with two elderly cousins who had joined us, we ran over the mountain that would lead us to Switzerland: the land of freedom…With a great difficulty, we passed through holes in a fence that were too small for us, for we were dressed in city clothes that were anything but suited to that sort of travel. It was December, winter time, and we tried. We were able to make it to the other side, and we hugged each other when the smugglers said: “Run, run, they’re coming, now, the guards, run, hurry, this is no-man’s land, run, just over there you’ll find Switzerland.”

And when we climbed down from that stone pit, we reached a forest. We turned back to look at the mountain which, with such an enormous effort, we had crossed. We were happy; we were free; and we wouldn’t have to flee again.

But that is not what happened

The commander of Arzo, the first town in the Canton Ticino, said: “Jews, persecuted in Italy? That’s not true. You’re imposters.”
We had thrown away our fake identification on the mountain, and we had kept our real documents because they had told us that the Swiss would never accept us if we had fake documents. We knew full well that we could not go back with our own documents. That was a terrible moment, a moment of lost hope. I remember throwing myself onto the ground, kneeling at the official’s feet and begging: “Let us stay, please, they’ll kill us there.” But he pushed me away like you would a puppy.

They have asked me two or three times to speak on Swiss television programmes. Recently, they even interviewed me on the news for Holocaust Remembrance Day; and I tell this story to the incredulous Swiss, to the peace loving Swiss, to the Swiss who look the other way. The first time I was invited on a Swiss television programme, I told the story of how that official treated us. With open contempt for us, helpless and needy, he had shouted: “Go, Switzerland is a small country. It can’t keep you.” I replied: “You should be listening to your conscience at a time like this.” Even if orders were: “The boat is full”—a line that would be used in Switzerland after September 8—our situation represented one of those times when it would have been generous to look the other way and pretend not to see, certainly not as a sign of indifference, but altruism and a love of life. If that official had pretended not to see us, he would have saved four lives. In fact, he sent four people to their death, a sentence that was later carried out by the Nazis for three of those people, since I am still alive. He did not look the other way and, that same morning, he sent us back to where we had come from accompanied by leering guards armed to the teeth. That same night we were arrested at the border: we were carrying our real papers.

Our last refuge together

At thirteen, arrested on charges of being born Jewish, I entered the Varese women’s prison. I remember the fingerprints, the photograph; I remember the corridor, the dark corridor; and being pushed forward by a pitiless prison guard who threw me in a cell…Women’s prison.

I cried in desperation. And I cried all the time, every day, together with other women who had been arrested like me at the border; and then I cried some more in the prison in Como. And then I didn’t cry in the prison in Milan, because in Varese and in Como I was alone in the women’s prison, guilty only of being born, but I was with my father. The San Vittore prison in Milan is built on a plan that is, let’s say, in the shape of a star: there is a central body and arms. One of these was used for the Jews: whole families. There was no division between the male and female wards, like in other prisons then and now. Reunited families were placed in the same cell together, when—after the bureaucratic procedure at the entrance—I saw my father and I understood that we would be together in the cell, I felt a sudden, indescribable calm.

How important those last forty days were for me, the last days I spent with my father, and how important that cell was: it was a small house, an barren house, terrible, but our last refuge together.

It was the deportation everyone talked about. An endless flow of news, because one transport had already left, and we knew that another one was about to leave. Of the thirty-five thousand Jews who resided in Italy, the majority was hidden somewhere, and many had fled in time; but eight thousand, six hundred Jews were deported, and therefore almost one fourth of the Jewish population at that time. The prison was full: we were roughly two hundred at the beginning, but with the passing of the days the roundups brought people at every turn. It was terrible to meet a friend or a relative: “You too. You too.” Each had their own story to tell: “I was arrested there.” “They took this away from me…” “My mother was taken away, I hid…”

There were thousands of stories, small and large, which today—every time Holocaust Remembrance Day comes along, or some other important moment—I try to remember, so the world can know; because almost no one can remember those people who died in the Shoah. I remember a name, a story, a person: tall, short, blonde, brunette; I remember a voice to give it voice, to give it a face, to restore a colour to those eyes, eyes no one has ever seen again.

We always met at the same time. We were allowed to stay in a small reunion hall, and that’s when the messages were passed around about the deportation, which we hoped was only a false rumour; but there lingered a fear in our hearts that it was the future of every one of us: “But it’s not possible that Mussolini will let Italian citizens go abroad. It’s not possible. They’ll send us to work, but in Italy, not abroad.”

 

 

Translation ©Matilda Colarossi 2019

Again, I would like to thank #LilianaSegre, whom I admire greatly, for permission to translate this account. I will be forever grateful.- M.C.

Part 1 can be found here: https://paralleltexts.blog/2019/10/27/liliana-segre-da-ad-auschwitz-a-tredici-anni-in-auschwitz-at-thirteen-part-1/

This article was first printed in Italian here: https://www.azionenonviolenta.it/ad-auschwitz-tredici-anni-racconto-liliana-segre/

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

3 thoughts on “Liliana Segre: da Ad Auschwitz a tredici anni/In Auschwitz at thirteen – Part 2

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