So much talk about us and them. So much hatred. So much need to put others down in order to feel bigger, better, stronger. So little memory of the senseless harm man can do…And so today I will start publishing the translation of the account of Liliana Segre, an outstanding woman, a senator, a survivor, an example to us all.

From Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, edited by D. Novara, edizioni la meridiana, Molfetta, 2003. Original title: “Matricola 75190 di Auschwitz”

Ad Auschwitz a tredici anni.
Il racconto di Liliana Segre

Avevo 8 anni ed ero una bambina, famiglia italiana da generazioni e generazioni. Facevo parte di quella minoranza di cittadini italiani di religione ebraica – trentacinquemila persone al tempo – che, di colpo, con le leggi razziali fasciste diventarono cittadini di serie B all’inizio, per poi arrivare a diventare di serie Z.Otto anni e, all’improvviso, mi dissero che non potevo più andare a scuola. Era l’estate del 1938, avrei dovuto iniziare la terza elementare. I miei erano agnostici, laici, in casa non sentivo mai parlare di feste ebraiche, di questioni religiose o di appartenenze particolari, fu, quindi, per me, molto più difficile, anche per questo, rendermi conto che mentre io mi sentivo così uguale alle altre bambine, venivo da quel momento considerata una diversa.Ed è stato allora, quando il mio papà cercò di spiegarmi che non potevo più andare a scuola per quelle leggi razziali fasciste, che io ho strappato il cordone della mia infanzia. Mi ricordo tutto di quell’istante.

E poi? Sono andata in una scuola privata che mi ha accolto. Le ragazzine, con le quali avevo frequentato la prima e la seconda elementare, nel quartiere, quando mi incontravano, mi segnavano col dito. Era una sensazione strana: erano le stesse bambine con cui avevo diviso il banco, con cui avevo trascorso la ricreazione, con cui avevo partecipato a giochi, a festine, a quelle piccole cose delle piccole vite di 8 anni, e improvvisamente quelle mie piccole coetanee mi vedevano come «la Segre». «Lei è la Segre, non può più venire a scuola perché è Ebrea». È stato un momento strano: mi sentivo talmente uguale alle altre ed ero considerata da loro diversa. Nella nuova scuola io non parlavo mai di quello che succedeva a casa mia. Cercavo di non essere diversa, volevo essere uguale alle altre, e quindi non raccontavo che nelle nostre case di borghesi piccoli piccoli, veniva la polizia, e che era un’impressione incredibile per noi: mio padre e mio zio erano stati ufficiali della grande guerra, erano patrioti, mio zio era persino fascista e si era sposato, forse l’anno prima, nel ’37, proprio in camicia nera. Era assurdo, per una famiglia borghese come la nostra, avere improvvisamente la sensazione di essere dichiarati nemici della patria.

E mi ricordo della Polizia che veniva a controllare documenti, che veniva con aria truce a guardarci con sospetto. E mi ricordo come, attaccata al vestito di mia nonna che andava a aprire, io vedessi questi poliziotti che mi sembravano tanto grandi, entrare con aria battagliera ed essere ridimensionati dalla vecchia signora piemontese, donna dell’Ottocento, che con garbo li faceva accomodare in salotto e offriva loro dei dolcetti. E le camicie nere venivano spiazzate da quest’atteggiamento e non sapevano bene come comportarsi. Ma mi ricordo anche che la nonna chiudeva la porta e mi mandava di là a giocare. E io ero combattuta tra la curiosità pazzesca di stare fuori dalla porta a origliare, sentire cosa avessero da dire quei poliziotti alla mia nonna, e la paura di quello che avrei potuto sentire.

Andavo di là a giocare, ma diventavo grande.

La zona d’ombra dell’indifferenza

Ero orfana di mamma, per cui mio padre era tornato a casa con i suoi genitori. In quegli anni della persecuzione, scrutavo i visi umiliati e dolenti delle persone che mi volevano bene, guardavo i loro occhi, sentivo i loro discorsi – quelli che mi facevano sentire – percepivo una zona d’ombra: quella dell’indifferenza, una costante: la violenza psicologia terribile di chi, pur non compiendo alcun gesto o non esprimendo alcun commento contro di noi, voltava però la faccia dall’altra parte: non erano persecutori, non erano carnefici…semplicemente non c’erano. Voltavano la faccia dall’altra parte. E io mi ricordo di aver sentito in casa frasi simili a questa: «Abbiamo incontrato il tale e non ci ha salutato» oppure mi ricordo le telefonate anonime vigliacche, di cui anch’io qualche volta ero vittima perché andavo a rispondere al telefono, oppure le lettere anonime di cui sentivo parlare vagamente, capivo che arrivavano, traspariva dallo stato d’animo di chi aveva aperto la busta, leggendovi parolacce.

Era la sensazione di essere soli. Una solitudine non cercata, una solitudine non d’élite, come lo è di solito. No! Era una solitudine forzosa, forzata. Ed era la sensazione di essere guardati, di essere notati, come diversi. Ed era anche l’atteggiamento vigliacco di quelli che seguono il carro dei vincitori.

È chiaro: è molto più facile stare vicino a chi ha denaro, a che è garantito e può garantire, ma quando si è provato a essere dalla parte dei perdenti, allora si sa quanto sia importante un amico con la A maiuscola: noi, per fortuna, abbiamo avuto amici con la A maiuscola, che ci hanno fatto recuperare pienamente il significato della parola amicizia, che ha la stessa radice della parola amore. Ci sono stati gli amici eroici, quelli che hanno rischiato per noi anche la vita, e molti di loro sono onorati fra i Giusti a Gerusalemme, ma ci sono stati quei tanti che invece hanno fatto parte di quella zona grigia dell’indifferenza.

Così passarono gli anni della persecuzione in cui si aggiungevano, giorno dopo giorno, alle severe e umilianti leggi fasciste piccoli codicilli, che facevano sì che crescesse continuamente il numero delle proibizioni, dei veti, che ci allontanavano sempre più dalla società. Proibizioni anche assurde – tipo «è proibito avere un cavallo Ebrei» – proibizioni che hanno il sapore dell’incredibile, che non avevano alcun senso, ma che servivano ad annientare il nostro essere cittadini.

Cominciò la caccia all’uomo

Allo scoppio della guerra, e quando ci furono i bombardamenti su Milano, luogo dove io ho sempre abitato, la maggior parte delle famiglie in grado di sfollare, lasciava la città. E anche noi andammo in un paesino della Brianza per sfuggire ai bombardamenti. Mio nonno era malato terminale del morbo di Parkinson. Sessant’anni fa, mio nonno era un povero vecchio ebreo malato e assolutamente non autosufficiente a causa di un male che lo aveva obbligato a stare su una sedia, trasportato qua e là per ogni minima sua necessità. Il cervello, invece, purtroppo per lui, era sveglissimo, e nonno era attento e disperato alla rovina della sua casa intorno a lui.

Ma nessuno di noi si rendeva ancora conto, in quel momento, verso quale abisso stessimo sprofondando.

Io amavo moltissimo nonno, e mi curavo di lui in modo totale, quasi tutta la giornata, visto che lì dove eravamo sfollati non potevo più andare a scuola. C’era solo una scuoletta pubblica di guerra e io ero assolutamente emarginata dalle altre mie coetanee. Stavo sempre a casa con lui e sentivo la radio dei vicini. Ero diventata un’esperta di radio Londra. Noi non potevamo girare quella manopola, era uno dei divieti assurdi impostoci dalla polizia, venuta a casa per bloccare la radio su un’unica stazione italiana. Ma i nostri vicini, bravissime persone, erano cattolici, potevano girare la manopola e mi permettevano di andare da loro a sentire la radio. Si cresce in fretta in guerra e io diventavo ‘adulta’ ogni giorno di più nei miei dodici, tredici anni, mi arricchivo di esperienza per quello che stava succedendo. Ero diventata un’esperta di bollettini di guerra, sia quelli ufficiali sia quelli di Radio Londra, una specie di rebus questi ultimi, con parole d’ordine abbastanza affascinanti che bisognava decodificare per capirne il contenuto tra le righe. La rovina era assoluta per noi perché le armate tedesche naziste stavano invadendo l’Europa e i vari eserciti cadevano come birilli. E là dove entravano le truppe tedesche, immediatamente per gli Ebrei era la fine.

Ma ancora le notizie non arrivavano così dure come poi fu la realtà.

Avvenne per noi nell’estate del 1943 quando, alla caduta del Fascismo, seguì prima un momento di euforia in cui speravamo di tornare a essere cittadini, poi un interminabile esperienza di sconforto, in cui perdemmo completamente tutte le speranze: dopo l’8 settembre i nazisti divennero padroni anche dell’Italia settentrionale. Alle leggi razziali fasciste, severe e umilianti, si sovrapposero, le leggi di Norimberga, che avevano nel testo quelle due parole “soluzione finale” a cui nessuno, in fondo, voleva o poteva credere, e le leggi razziali fasciste della Repubblica di Salò, che forse erano anche peggiori delle leggi razziali di Norimberga.

Cominciò la caccia all’uomo, un rastrellamento incredibile a dirsi, perché, in pieno tempo di guerra, invece di focalizzare l’attenzione sulle strategie e sulle tattiche belliche necessarie per contrastare i nemici che si aprivano varchi su vari fronti, i nazisti, in tutta l’Europa occupata da loro e quindi anche in Italia, si dedicarono alla ricerca spasmodica di ogni ebreo – anche bambini o neonati – capillarmente cercato. E si vedevano allora equipaggi di soldati armati fino ai denti che avrebbero terrorizzato anche altri individui armati, figuriamoci persone assolutamente inermi, borghesi, impreparati, increduli a una realtà come quella. Soldati aiutati da questori e prefetti italiani, che avevano consegnato loro gli elenchi precisi con gli indirizzi, già da tempo stilati dai fascisti: avevano organizzato la caccia all’uomo in modo che la ricerca degli occupanti nazisti fosse assolutamente semplificata.

Il terrore, la disperazione, la paura, l’incapacità assoluta di renderci conto fino in fondo delle misure da prendere. L’organizzazione mentale di una soluzione creava ancor più confusione nel nostro cuore e nella nostra mente. Eravamo inadatti ad affrontare quel rastrellamento. Fu mio papà a decidere, unico uomo della famiglia, aveva allora 43 anni, dovette assumersi la responsabilità di mandarmi via da casa.

In Auschwitz at thirteen.
The account of Liliana Segre

I was eight and I was a girl, from a family that had been Italian for generations and generations. I was part of that Italian minority of citizens of Jewish faith—thirty-five thousand people at that time—who, suddenly, under the fascist racial laws first became second-class citizens, and later the least of the last. Eight years old and, suddenly, they told me I couldn’t go to school. It was the summer of 1938, and I was supposed to be starting grade three. My parents were agnostic, non-religious, and I had never heard speak of Jewish feasts or any kind of religious things or particular traditions. It was for this reason too, therefore, that I didn’t understand why all of a sudden I was considered different, when in fact I felt just like all the other girls.And it was then, when my father tried to explain that I couldn’t go to school anymore because of the racial laws, that the umbilical cord of my childhood was severed. I remember everything about that moment.

And then what? Then I was accepted in a private school. The girls in my neighbourhood, girls with whom I had been in grade one and grade two, pointed at me when we met. It was a strange feeling: they were the same girls with whom I had shared a desk, with whom I had spent recess, with whom I had played games, gone to parties, and all the things that are part of an 8 year-old’s little life; and suddenly girls my own age saw me as “the Segre”. “She’s the Segre, the one who can’t come to school with us because she’s a Jew.” It was a strange time: I felt exactly like the other girls, but they thought I was different. At school, I never spoke of what happened at home. I tried not to be different. I just wanted to be like everyone else, so I never told anyone that the police came to my little middle-class house, and that this made an incredible impression on us: my father and my uncle had been officers in the Great War; they were patriots; and my uncle was even a fascist and had got married, maybe one year prior, in 1937, in a black shirt. It was absurd for a middle-class family like ours to have to feel that all of a sudden we were to be considered enemies of the state.

And I remember the police who came to the house to control our documents, who came to the house looking sternly and suspiciously at us. And I remember how, while holding on to my grandmother’s skirt when she went to open the door, I watched these policemen—who looked so big, who came in with an air of such forcefulness—being put in their place by a little old Piedmontese lady from the 19th century: gracefully, she would invite them to sit down in the dining room, and offer them sweet cakes. And those black shirts would be taken aback by her behavior, and they didn’t really know how to act then. But I also remember how my grandmother would close the door and send me into the other room to play. And I was torn between the crazy desire to stand outside the door and eavesdrop, in order to hear what the policemen had to say to my nonna, and the fear of what I might actually hear.

I would go into the other room to play, but I was growing.

The grey area of indifference

I had lost my mother, so my father had moved back to live with his parents. In those years of the persecution I would watch the humiliated and sorrowful faces of the people who loved me, study their eyes, listen to their conversations—the ones they would allow me to hear—and sense a grey area: the grey area of indifference. It was a constant: the terrible psychological violence of those who, although they did not do anything or say anything against us, turned the other way. They were not our persecutors; they were not our executioners…; they simply did not exist. They turned the other way. And, at home, I remember hearing things like: “We met so-and-so but they didn’t say hello,” and I remember the anonymous, cowardly phone calls, some of which I myself was a victim, because I was the one to answer the phone, and the anonymous letters I heard mention of, and which I knew had arrived because I could understand it by the behaviour of the person who had opened the envelope and read the profanities.

It was a feeling of being alone. An uncalled for solitude, a non-elite solitude, as it usually is. No! It was a forceful solitude, a forced one. And it was the feeling of being watched, being noted as different. And it was also the cowardly behaviour of those who hop on the bandwagon.

Clearly, it’s much easier to stand with those with money, those who are guaranteed and can guarantee, but when you’ve been on the side of the losers, then you know how important it is to have a friend with a capital “F”. We, luckily, had friends with a capital “F”, who helped us understand in full the meaning of the word friendship, which has the same root in Italian as the word love. We had heroic friends, friends who even risked their lives for us, and many of whom are among the Righteous in Jerusalem; but there were also many who belonged to that grey area of indifference.

And so, day after day, as the years of the persecution passed, small codicils were added to the already severe and humiliating fascist laws: the number of restrictions and prohibitions grew continuously, distancing us more and more from society. Absurd prohibitions, like “you are forbidden to have a Jewish horse”—incredible things that made absolutely no sense, but which acted to annihilate us as citizens.

.
The manhunt began

When war broke out, and when Milan, the city I had always lived in, was being bombed, the majority of families who could flee the city did. And we too could flee to a small town in Brianza to escape the bombs. My grandfather had end-stage Parkinson’s disease. Sixty years ago, my grandfather was a poor, sick Jewish man who was totally dependent on others because he had been confined to a chair on which he was moved to and fro for his most basic necessities. His mind, however, and unfortunately for him, was sharp, and my nonno was conscientious of, and desperate about the ruin of his house around him.

However, at that time, none of us knew yet what abyss we were moving towards.

I loved my grandfather very much, and I cared for him totally, almost all day long—also because I couldn’t go to school in the town we had fled to. There was only one little public school, and I was totally segregated from children my age. I was always at home with him, and I listened to our neighbours’ radio. I had become an expert of Radio London. We couldn’t turn the dial: it was one of the absurd prohibitions imposed by the police who had come to the house to block the radio on that one Italian channel. But our neighbours, wonderful people, were Catholic, and they could turn the dial, and they let me go to their house to listen to the radio. You grow up quickly during the war, and at twelve, thirteen, I was becoming more and more of an “adult” every day, and what was taking place around me made me mature. I had become an expert in war bulletins, the official ones and those I heard on Radio London, which were a sort of rebus that used watchwords that were fairly fascinating and had to be deciphered to understand what was being said between the lines. Our ruin was sure to come because the German troops were invading Europe, and the various different armies were falling like pins. And whatever country the German troops entered marked the end for the Jews.

But the news that reached us was not as bad as the situation really was.

Then in the summer of 1943, with the fall of fascism, there came a moment of euphoria, in which we hoped to become citizens again, followed by an interminable period of despondency in which we lost all hope: after September 8, the Nazis became the rulers of northern Italy. Along with the already severe and humiliating fascist racial laws came the Nuremberg Laws, which held the two words “final solution”, words no one wanted to or could believe, and the racial laws of the Republic of Salò, which were perhaps worse than the Nuremberg racial laws.

The manhunt began, an astonishing round-up, because, in the very middle of the war, instead of focussing attention on war strategies and tactics needed to contrast the enemy that was advancing on various fronts, the Nazis, in every country they occupied in Europe, dedicated spasmodic efforts to uncover Jews—even children and newborns—in a widespread search. And what we saw was troops of heavily armed soldiers who would have terrorised armed individuals, let alone innocent people, middle-class people, unprepared and shocked by the reality of the situation. Soldiers were helped by Italian police commissioners and prefects who handed over detailed lists with addresses that had been written up by the fascists: they had organised the manhunt so that the occupying Nazis’ search would be enormously simple.

The terror, the desperation, the fear, the absolute inability to understand what measures we should take. The mental organisation of a solution created even more confusion in our hearts and our minds. We were unequipped to face the round-ups. It was my 43 year-old father, the only man in the family, who had to make the decision to send me away.

(To be continued…)

Translation  ©Matilda Colarossi 2019

I would like to thank #LilianaSegre, whom I admire greatly, for permission to translate this account. I will be forever grateful.- M.C.

This article was first printed in Italian here: https://www.azionenonviolenta.it/ad-auschwitz-tredici-anni-racconto-liliana-segre/

Picture from: https://www.ilcittadino.it/cronaca/2019/06/07/liliana-segre-avevo-solo-otto-anni-mi-dissero-non-andrai-pi-a-scuola/aOvfPppfRPizMiJgMxUux3/index.html

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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