Sei fatta per la complessità della distanza

Roberta Scorranese

Pietranico, 2018

È una giornata invernale, la sommità grigia della Majella sovrasta un paese minuscolo e arroccato su di uno sperone roccioso. Attraverso il paese, più o meno cinquecento abitanti nel pescarese. La chiesetta settecentesca che cerco è piccola, dominata da un altare ricostruito nel second dopoguerra e stretta tra due navate spoglie. Entro, mi accosto a un angolo e finalmente la vedo: protetta da una teca si offre allo sguardo una Madonna in Trono, una terracotta del Cinquecento, impassible e con le braccia raccolte, ostinato a cullare un bambino che oggi non c’è più, finito chissà dove (razzia? incuria?). La sua storia è questa.

Pietranico, tardo Seicento. Povera gente, tante preghiere, lavoro duro. La Madonna in Trono è qui, venerata da chissà quanto, con il figlio ancora tra le braccia. Ma c’è un problema: da qualche decennio quei contadini hanno esposto la scultura di un’altra Madonna, molto diversa. È più ricca, decorata, ha un bel mantello azzurro e sta in posizione eretta, come una regina. Ma, sopratutto, questa Madonna più giovane è una che fa miracoli. È “operative”. Perché è ispirata all’apparizione della Vergine, avvenuta tempo prima a un pastorello di queste parti. La “nuova” Madonna, insomma, è più moderna, coglie i tempi, sa bene quanta fame patisce quella povera gente e cerca di rimediare: una grazia oggi, una guargigione domain, uno scrollone di pioggia primaverile che innaffia i pomodori. E poi, vuoi mettere il portamento regale di questa signora dei cieli elegante e levigata, lontanissima dalla bellezza disadorna, contadina, di quell’altra?

Così avvenne che, poco alla volta, la povera mamma in trono passò di moda: preghiere, ex voto e processioni erano tutte per quell’altra Maria. In questa chiesa fredda e scomoda oggi la osservo: eh, non ce l’hai mica la faccia di una che fa miracoli. Non sei nemmeno una che guarda negli occhi, non hai il solito vezzoso visetto un po’ recilinato e lo sguardo pieno di un banale stupore. Sei rigida, guardi chissà dove. Colore uniforme, così antico. Ma sei fatta per questo. Chi ti ha dato forma cercava l’inaccessibile, non la vicinanza, sei fatta per la complessità della distanza, non hai nessuna inclinazione alle forme più scontate del conforto.

Poi arrivò quel maledetto 13 gennaio del 1915. Crolli, macerie, urla. Intorno alla statua il terremoto sbriciolava muri e candele, e chissà che strano era vederla con quello sguardo immoto mentre tutto cadeva. La Madonna rimase seduta. Per poco, perché la portarono nel deposito dell’abbazia di San Clemente a Casauria, qui vicino. Quattro mesi dopo, i giovani del paese partirono per il fronte: era scoppiata la prima guerra mondiale. Quando l’abbazia venne requisita e il deposito chiuso, la scultura prese la via per L’Aquila. Ma ormai chi si ricordava più di quella Vergine contadina? Sembrava perduta per sempre.

Faccio due passi per il paese. La barista che asciuga le tazzine, due vecchie auto malandate, un gregge di piccole case che si arrampica fino alla sommità del centro, sullo sperone che pare spuntare dall’asfalto come una radice di pietra. Lì c’era il castello, una volta: i fascisti lo buttarono giù per fabbricare case nuove. Il vicino, bellissimo, oratorio di Santa Maria della Croce con i suoi affreschi barocchi è raramente aperto alle visite (cascami del terremoto del 2009? dimenticanze? burocrazia pigra?). Torno in chiesa. Mi raggiunge Paolo Di Berardino, un uomo alto e paziente. È uno di quelli che nei piccoli paesi fanno da glutine morale, logistico, culturale: guida le associazioni civiche, organizza le feste religiose, fa riparare quell’altare.

Era il 2006 quando Paolo si ritrovò tra le mani una vecchia fotografia in bianco e nero: la piccola chiesa del paese e, seduta in trono, ecco la Madonna in terracotta. E chi l’aveva vista mai? E perché non stavo più a Pietranico, si domandò? Si formò così una specie di fiume via via più impetuoso. Una corrente fatta di domande, discussioni al bar, visite nelle soffitte più antiche del posto. Un piccolo commando buono si mise alla ricerca della Madonna. Prese forma una pista. Portava al Museo Nazionale d’Abruzzo, nel forte spagnolo dell’Aquila. Paolo e gli altri si misero in macchina. Arrivati, la videro subito: massiccia, impenetrabile, la stessa della vecchia foto. Entusiasmo: certo, è lei, è quella della foto ingiallita. Poi la gelata: la scheda posto sotto la scultura diceva che quella non era la Madonna di Pietranico ma proveniva invece da Civitaretenga, nella piana di Navelli, entroterra aquilano. Ma com’è possibile che appartenesse a quelle zone quando di certo nel 1915 stava da noi? ragionò Paolo. Il gruppo raggiunge Civitaretenga, chiede spiegazioni e ottiene conferma: sì, quella è proprio la Madonna di Pietranico, la scheda del museo è sbagliata. Vittoria.

“Che dovevo fare? Andare al museo e dire cari miei vi siete sbagliati, questa Vergine è nostra?” allarga le braccia Paolo. Ma fece proprio così. E da allora cominciò la battaglia dei pietranichesi per riavere la statua che gli apparteneva legittimamente. Passarono tre anni. Finalmente, il 3 aprile del 2009 arrivò il nero sul bianco del ministero dei beni culturali: la Vergine deve tornare a Pietranico. L’annuncio venne dato al paese in tono solenne, dal pulpito del prete: “Fratelli, potremo riaccogliere un simbolo della nostra storia, un’icona della fede…” eccetera eccetera. Ma era pur sempre il 3 aprile del 2009.

E tre giorni dopo, il 6 aprile, alle 3.32, il terremtoto fece crollare un’intera ala del forte spagnolo, cioè il museo dell’Aquila. La Madonna in trono finì in pezzi.

Paolo piangeva. Era perduta per sempre? No, perché poi, come in un film degli anni cinquanta, arrivarono gli americani. A luglio, nel capoluogo abruzzese semidistrutto dal terremoto, si tenne il G8. Una foto di Barack Obama in camicia che cammina tra le macerie del centro. Con il presidente americano era arrivata una delegazione di consulenti, specialisti, conoscitori del nostro Paese. Una alla volta, sotto i loro occhi, si pararono le opere tratte in salvo dal museo distrutto. I resti di quella Madonna composero un ricordo che, chissà come, seppe parlare a tutti. E così decisero di portarsi quell’ammasso di cocci in America. La comunità degli italiani a New York e l’Italian American Museum raccolsero i fondi. La rimisero a posto, pezzo dopo pezzo. Si scoprirono minuscole foglie d’oro nella veste: forse era più preziosa di quanto immaginassero i pietranichesi. E quindo tornò a casa.

Tornò il 29 luglio del 2013. Quella mattina era una giornata ventosa. Il prete correva qua e là, il sindaco parlava al telefono, il farmacista fumava e perfino la Majella sullo sfondo pareva aspettare qualcosa. Le dieci, le undici. Campane. Caldo secco. Aria elettrica. Finalmente mezzogiorno e da lontano ecco il muso di un furgone nero, pareva quello dei carcerati. Lentamente si avvicinò alla piazza, seguito da due auto blu. “Pizzardoni,” pensarono al bar, pezzi grossi. Il furgone si fermò. Scesero uomini in giacca nera e guanti bianchi, pronti a maneggiare la scultura. Quando aprirono la portiera laterale, il farmacista spense la sigaretta sotto la scarpa e disse soltanto così: “È tornata la Madonna.”

You are made for the complexity of distance

Roberta Scorranese

Pietranico, 2018

It’s a winter day, and the grey tip of the Majella towers above a tiny town that rises on a rocky spur. I pass through the town: five-hundred inhabitants, more or less, in the province of Pescara. The 18th century church I was looking for is small, dominated by an altar that was reconstructed after the second world war and is squeezed between two unadorned naves. I go inside, lean into a corner and finally I see her: protected within a reliquary is a Madonna Enthroned, a terracotta statue from the 16th century. She is impassible with folded arms, which obstinately cradle a child that, today, is no longer there, disappeared who-knows-where (plundered? neglected?). This is her story.

Pietranico, late 17th century. Poor people, lots of prayers, work and toil. The Madonna Enthroned is here, venerated for who knows how long with the child in her arms. But there is a problem: for a number of decades those peasants have displayed another Madonna, a very different one. She is richer, adorned, with a fine azure robe, and she stands erect, like a queen. But, most of all, this younger Madonna is one who works miracles. She is “operational”. Because she is inspired by the apparition of the Virgin, who appeared to a local shepherd boy some time ago. The “new” Madonna, in fact, is more modern; she understands the times; she knows full well how hungry the poor people are, and she tries to remedy: a favour today, a recovery tomorrow, a spring shower that waters the tomato plants. And besides, how do we even start to compare the regal stance of this elegant, polished lady of the skies to the very different, unadorned and peasant beauty of the other?

So it came to be that, a little at a time, the poor enthroned mother went out of style: prayers, votive offerings, and processions were all for the other Mary. I look at her today in this cold and uncomfortable church: well, you certainly don’t look like someone who performs miracles. You’re not even one who looks the observer in the eyes. You don’t possess the typically alluring, slightly inclined face, and those eyes full of banal wonder. You are rigid, staring who-knows-where. Your colour is so uniform, so ancient. But this is what you were made for. He who created you was reaching for the inaccessible, not nearness: you are made for the complexity of distance; you have no inclination for the more conventional forms of comfort.

Then that terrible January 13, 1915 came. Destruction, ruins, shrieking. Around the statue, the earthquake disintegrated walls and candles; and who knows how strange it was to observe that immobile gaze of hers as everything came crashing down. The Madonna stayed seated. For a while, because then they moved her to the storeroom in the nearby San Clemente a Casauria Abbey. Four months later, the young men of the town left for the front: the first world war had broken out. When the abbey was requisitioned and the storeroom was closed, the statue was shipped to L’Aquila. And who thought about that peasant Virgin again? She seemed forever lost.

I take a walk around the town. A barman drying cups, two battered old cars, a cluster of small houses that climb to the summit of the town centre, on a spur that looks as if it rises from the asphalt like the root of a rock. There used to be a castle there: the fascists tore it down to make new houses. The lovely, nearby Santa Maria della Croce Oratory with its Baroque frescoes is rarely open to visitors (ruins from the earthquake of 2009? disinterest? idle bureaucracy?). I return to the church.  Paolo Di Berardino meets me there. He’s a tall, patient man. He is one of those people who, in these small towns, acts as a bond, moral, logistic and cultural: he runs the civic associations, organizes religious feast days, and gets that altar repaired.

It was 2006 when Paolo found himself holding an old black and white picture: it was the small parish church and there, sitting on her throne, was the terracotta Madonna. Who had even seen her? And why wasn’t she in Pietranico anymore, he asked? A sort of torrent formed, growing mightier and mightier. A rush of questions, discussions in the bar, visits in the oldest attics of the town. A small, friendly commando went in search of the Madonna. They found a lead. It took them to the Museo Nazionale d’Abruzzo, in the Spanish Fort of L’Aquila. Paolo and the others got in their cars. As soon as they got there they saw it: massive, impenetrable, the same as in the picture. Enthusiasm: of course, it’s her, the one in the yellowed photograph. Then the chill: the card under the statue said that she wasn’t the Madonna of Pietranico, but that she came from Civitaretenga, on the Navelli plain, in the vicinity of L’Aquila. How could she belong to that area if she was definitely with us in 1915? argued Paolo. The group reaches Civitaretenga, asks for explanations, and gets confirmation: yes, it is the Madonna of Pietranico, the card in the museum is wrong. Victory.

“What was I supposed to do, go to the museum and say, dear sirs, you were wrong, that Madonna is ours?” says Paolo raising his arms. But that’s exactly what he did. And thus the people from Pietranico began a battle to get back the statue that was theirs by right. Three years went by. Finally, on April 3, 2009 a written communication arrived from the Ministry of Cultural Heritage: the Virgin must return to Pietranico. A solemn announcement was made to the town from the pulpit: “Brethren, we can now welcome back a symbol of our history, an icon of faith…” etcetera, etcetera. But it was April 3, 2009 after all.

And three days later, on April 6, at 3:32 am, the earthquake destroyed the entire wing of the Spanish Fort, that is, the National Museum of L’Aquila. The Madonna Enthroned was crushed to pieces.

Paolo cried. Was she lost forever? No, because afterwards, like in a ‘50s movie, the Americans arrived. In July, the capital city of Abruzzo was holding the G8. A picture of a shirt-clad Barack Obama walking among the ruins in the city centre. A delegation of advisors, specialists, and experts of our country accompanied the American president. One at a time, under their very eyes, appeared the masterpieces that were recovered from under the ruins of the museum. The remains of that Madonna created a sight that, who knows why, touched them all. And so they decided to take that mass of rubble back to America. The Italian community in New York, and the Italian American Museum collected funds. They put her back together, piece by piece. They had discovered tiny golden leaves in her robes: maybe she was more precious than the people of Pietranico thought. And so she went home.

She returned on July 29, 2013. It was a windy morning. The priest was running to and fro, the mayor was talking on his phone, the pharmacist was smoking, and even the Majella in the background seemed to be waiting for something. Ten o’clock, eleven o’clock. Bells. Dry heat. Electric air. Finally midday came along, and there in a distance appeared the front of a black van, like the one that transports prisoners. Slowly, followed by two town cars, it reached the square. “Cops”, thought the people in the bar, some big shots. The van stopped. Men in black jackets and white gloves got out ready to handle the sculpture. When it appeared from inside the side doors, the pharmacist crushed his cigarette under his shoe and said: “The Madonna has returned.”

Translation ©Matilda Colarossi 2019

Roberta Scorranese was born in Valle San Giovanni, in the province of Teramo. She is a journalist and lives in Milan. She works for Corriere della Sera, where she writes about culture and current events. This is her first book

I would like to thank the author, Roberta Scorranese, and her publishers for their kind permission to translate and post this excerpt from the book “Portami dove sei nata.

You can find the book here: https://www.bompiani.it/catalogo/portami-dove-sei-nata-9788830100909

All Italian rights reserved. English translation rights fall under:
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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