Ecce homo

Grazia Deledda

Eravamo entrati in una pasticceria all’angolo fra una grande strada e un vicolo poco frequentato, e il conoscente col quale mi trovavo per caso in compagnia, sceglieva alcune paste da portare ai suoi bambini. Il pacchetto roseo era pronto, e l’uomo aveva già pagato, quando il cameriere balzò di scatto contro un individuo che si disponeva ad andarsene, lo afferrò alle braccia, per di dietro, e lo scosse ruvidamente, gridandogli contro le spalle: — E adesso per Dio basta, sa! È già tre giorni che fa lo stesso giuoco. Ma che prende la gente per cretini? Si vergogni, si vergogni.

L’assalito era un uomo alto, anziano, distinto. Vestiva anzi con una certa eleganza, con le ghette grigie sopra le scarpe di lustrino, i guanti in mano, il cappello chiaro col nastro turchino. Dal mio posto io vedevo solo di scorcio il suo viso, una guancia rasa alquanto appassita e l’orecchio che all’assalto del cameriere s’era fatto rosso come insanguinato.

Del resto egli non diede alcun altro segno di turbamento: non si volse, non aprì bocca. Il cameriere adesso gli era passato davanti, senza lasciarlo, come girando di posizione intorno a una fortezza, e mentre continuava a gridargli vituperi, gli frugava con una mano le tasche.

Ne trasse alcune paste, già un po’ schiacciate, e le buttò con rabbia per terra.

— Non per questo, sa, ma perché lei dovrebbe vergognarsi. Si vergogni. Vada via, vada via, — urlò in ultimo, spingendolo fuori della porta — e si guardi bene dal lasciarsi rivedere.

E quando l’uomo se ne fu andato, senza mai volgere il viso per non farsi vedere dai pochi ch’eravamo dentro la pasticceria, il cameriere si asciugò la fronte congestionata, poi automaticamente si chinò a raccogliere le paste che rigettò più indietro, sotto il banco, come si trattasse di cosa sporca: infine si calmò e diede spiegazioni di quello che già tutti avevamo capito: — È tre giorni che viene qui, mangia, ruba e se ne va senza pagare.

Nessuno fiatava; eravamo tutti come colti da vergogna per il nostro simile, e ci si guardò anzi a vicenda, con un vago smarrimento, come se ciascuno di noi sospettasse nell’altro un compagno del disgraziato.

— Disgraziato! — dissi io, mentre subito dopo col mio compagno si lasciava la pasticceria, uscendo dalla porta verso il vicolo. — Avrà forse fame: forse voleva portare le paste ai suoi bambini. Non importa il vestire e le apparenze. Io conosco un impiegato che non riesce a sfamare completamente la sua famiglia.

Il mio compagno, che oltre ad essere un ottimo padre di famiglia è un colosso sempre famelico, mi ascoltava pensieroso. La scena lo aveva profondamente disgustato e quasi atterrito, e le mie considerazioni, mi confessò dopo, gli destarono un fremito. Disse burbero: — Ad ogni costo, anche a veder morir di fame i propri figli, queste vergogne non si compiono. L’uomo non deve, specialmente a una certa età, far arrossire per lui gli altri uomini. E quel cameriere ha fatto male a non dargli una lezione migliore. Doveva chiamare una guardia. Adesso quel miserabile fa il giuoco in altri posti. Ah, eccolo lì, che cammina come se niente fosse…— disse poi sottovoce, fermandosi e fermandomi per il braccio, come se davanti a noi, nel vicolo nero, solitario, poco illuminato da una sola lampada ad arco alta e bianca come la luna, scivolasse un essere pericoloso.

Posso dire che ho quasi sentito battere il cuore del mio compagno: certo era il suo orologio, ma mi parve il suo cuore. Certo ho sentito digrignare i suoi denti: mi diede da tenere il suo pacchetto, poi senza dire nulla si slanciò avanti calcandosi il cappello sulla fronte come uno che vuol compiere una corsa vertiginosa. La sua ombra grottesca mi parve che lo seguisse affannosa, trascinata da lui con violenza. In un attimo raggiunse l’uomo del quale nella penombra si distinguevano le ghette e il cappello come dipinti con la biacca, per risalto al resto della forma scura: in un attimo lo investì, e mentre anche le due ombre si mischiavano per terra in una lotta misteriosa, lo volse con le spalle contro il muro e gli cacciò il pugno sotto gli occhi.

Anch’io correvo in fondo atterrita, ma nello stesso tempo curiosa e presa da un senso d’ilarità. Perché i movimenti di quei due erano veramente ridicoli, e la tragedia era solo nel mischiarsi informe delle ombre che pareva lo scontro interno dei due uomini.

Il mio compagno parlava forte, ma in modo diverso del cameriere, con una voce lenta e cavernosa che non mi pareva più la sua.

— Si vergogni! Abbiamo veduto tutti, e ci siamo vergognati per lei. E devo dirle che se non la conduco in questura è per riguardo alla signora che accompagno: ma badi che mi tengo a mente i suoi sporchi connotati, e che se l’incontro un giorno che siamo soli glieli cambio a furia di pugni.

L’altro non rispondeva. Fermo contro il muro, con le braccia abbandonate e la testa china pareva un morto appoggiato per forza a una parete. E il suo viso era come scavato da una croce nera, senz’altri connotati davvero che quelli di un dolore senza nome e senza forma.

Non ho mai in vita mia provato un senso di pietà così straziante nella sua impotenza come quello che quel viso mi destò.

— Lo lasci — imposi all’assalitore — non vede che è un poveraccio? Forse non ha la camicia.

La camicia ce l’aveva, e di seta; ma io dissi così perché realmente avevo l’impressione di vedere il buon ladrone nudo ai piedi della croce: il vero ecce homo che è in tutti i disgraziati fuori dell’umanità.

Il mio compagno non poteva capire; si irritò anzi contro di me.

— Mò le faccio vedere se la camicia ce l’ha. Aspetti…

E gli frugò nelle tasche come aveva fatto il cameriere: ne trasse il portafoglio, lo aprì: era pieno di denaro. Lo buttò per terra e ci sputò sopra.

— Andiamo — disse, con terrore.

L’uomo non si muoveva. Solo quando noi due si fu un poco avanti io mi volsi e vidi che raccoglieva il portafogli, con cautela, per non macchiarsi con lo sputo.

—È fuori dell’umanità. Ma troverà la sua — brontolava il mio compagno.

Eppure io sentivo crescere in me la pietà, fino alla desolazione, fino alla vergogna di se stessa.

Ecce homo

Grazia Deledda

We had entered a pastry shop at the corner of a main street and an almost deserted alley, and the friend I just happened to be with was choosing some sweets to take home to his children. The pink parcel was ready, and the man had already paid the bill when the waiter suddenly dashed towards a person who was leaving the shop. He grabbed on to his arm from behind and shook him violently, shouting at his back: “By God, that’s enough now! You’ve been playing this game for three days. Do you think people are idiots? You should be ashamed of yourself. Shame on you.”

The man who’d been attacked was a tall, refined, elderly man. He was dressed rather elegantly: grey gaiters over patent leather shoes, a pair of gloves in his hand, and a light hat with a turquoise band. From where I was, I could only get a glimpse of his face: a well-shaved cheek, somewhat wrinkled, and an ear, which, given the waiter’s attack, had turned blood red.

He showed no other sign of discomposure: he did not turn, nor did he speak. The waiter had now moved to face him, without ever letting go of his arm, as if he were circling a fortress; and yelling accusations all the while, he searched his pockets.

He removed a few pastries, somewhat crushed by now, and threw them down on the ground.

“It has nothing to do with these, you know, but the fact that you should be ashamed of yourself. Shame on you. Get out, get out,” he yelled finally, pushing the man out of the door, “and never show your face again.”

And when the man had left, without ever turning round so that the few people in the shop could not get a look at him, the waiter dried his flushed face, then, mechanically, bent to pick up the pastries, and threw further under the counter, as if they were something filthy. He finally calmed down and explained what we had all come to understand: “For three days now he’s been coming in, eating, stealing, and then leaving without paying.”

No one spoke; we were all overcome with a sense of shame for that fellow man, and we looked around at each other with a vague sense of loss, as if we suspected each other of being the wretch’s associate.

“Poor man!” I said as my friend and I left the pastry shop through the door that gave onto the alley. “He’s probably hungry: maybe he wanted to take the pastries to his children. No matter what his clothes or appearance may be. I know a clerk who can hardly afford to feed his family.”

My companion, who, along with being an exceptional family man, was a huge ever-ravenous giant, listened to me broodingly. The scene had deeply dismayed, and almost revolted, him, and my considerations, he later confessed, had made him shudder. He said gruffly: “In any case, even if you are forced to watch your children die of hunger, you mustn’t behave in such a shameful way. A man must not, especially at a certain age, make others embarrassed for him. And that waiter was wrong not to give him a good lesson. He should have called a guard. Now that scoundrel will do the same thing in some other place. Oh, there he is walking as if nothing has happened…” he murmured under his breath, stopping, and stopping me with his arm, as if in front of us, in that dark, lonely alley, where from a tall arched lamp post came a light that was as white as the moon, slinked a dangerous being.

I can say that I almost heard the beating of my friend’s heart: it most definitely was his watch, but to me it sounded like his heart. I definitely heard him grit his teeth: he gave me his parcel to hold, then, and without saying a word, he pushed forwards, pulling his hat down over his forehead as if he were about to make a mad dash. His giant shadow seemed to trail behind him heavily, as if it were being tugged violently. In a second he reached the man who, in the half light, could be distinguished only by his gaiters and his hat, which seemed painted in white lead against his dark profile. In a second my friend was on him, and while the two shadows blended on the ground in a mysterious struggle, my friend shoved his back against the wall and placed one fist under his eyes.

I, too, followed, hurriedly. I was shocked but also curious and overcome with a feeling of mirth. Because their movements were truly ridiculous, and the real tragedy lay only in the shapeless tangle of shadows on the ground, which looked like the internal struggle of the two men.

My companion spoke loudly, but not as the waiter had done: his voice was so slow and cavernous that it didn’t sound like him.

“You should be ashamed of yourself! We all saw what you did, and we were embarrassed for you. And I’ll tell you that if I don’t drag you off to the police station this very minute, it’s only for the respect I have of this lady whom I am accompanying. But mind you, I’ll remember your ugly mug, and if ever I meet you again one day when we are alone, I’ll gladly rearrange it for you with my fists.”

The other man didn’t answer. Standing there with his back against the wall, his arms hanging along his sides, and his head hung low, he looked like a dead man held up against a wall by force. And it was as if his face was cut by a black cross, without features really, except for those of a pain that was both nameless and shapeless.

I had never in my life felt such overwhelming pity, heartbreaking in its powerlessness, as his face roused in me.

“Let him be,” I told his aggressor. “Can’t you see he is just a poor wretch? Maybe he’s shirtless.”

He had a shirt, and it was made of silk. But I said it because I really did feel like I was seeing the penitent thief, naked at the foot of the cross, the true ecce homo that lives in every outcast.

My companion didn’t understand; and he even got annoyed with me.

“I’ll show you if he’s got a shirt. No, wait…”

And he searched the man’s pockets like the waiter had done. He took out his wallet and opened it: it was full of money. He threw it on the ground and spit on it.

“Let’s go,” he said with horror.

The man didn’t budge. When we had moved a fair distance away, I turned to look at him. He was picking up the wallet, careful not to sully himself.

“He’s a scoundrel. But he’ll get his,” muttered my companion.

And yet, what was growing in me was pity, which turned to desolation, which turned to shame.

Translation ©Matilda Colarossi

The short story Ecce Homo is from the short story collection Ferro e fuoco (1936) by Grazia Deledda. It was first published in Corriere della sera.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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