IL VELO AZZURRO

Grazia Deledda

Ogni volta che, come in questo momento, mi trovo davanti al mare azzurro, increspato come un velo dal vento di ponente, ricordo le mie prime soddisfazioni di scrittrice e di donna.

Avevo tredici anni: avevo già scritto un libro, cosa facile a quell’età; avevo già trovato l’editore, — cosa difficile anche per molti autori vecchi, — un editore che pagava! Il titolo era Nell’Azzurro, novelle per i ragazzi. Non ricordo le storielle che narrava, — ne ho dimenticate tante altre e molto più recenti! — mi ricordo che l’editore mi mando le bozze con l’indirizzo di suo pugno, e che io serbai religiosamente nel mio cassette i lunghi foglietti slabbrati credendoli un omaggio del mio Mecenate, senza riuscire a spiegarmi perchè fossero stampati in modo così strano, alcuni fitti fitti da cima a fondo, altri a metà, altri di poche righe soltanto.

Santa pazienza! Io non avevo mai veduto bozze e nessuno intorno a me avrebbe saputo dirmi che avevo messo nel cassetto, come il contadino nel seno, il serpent nemico della mia vita. Ma l’Editore mandò altre bozze con punti interrogative che cominciarono a turbarmi. Che fare? Scrissi che avevo ricevuto. Il mio Mecenante rispose, un po’ ironico, dicendomi che neppure Carducci metteva tanto tempo a correggere le bozze: mi decidessi a rimandarle corrette in tipografia, se volevo che si andasse avanti con la composizione.

Ed io corressi: cancellai, aggiunsi, ma tutto nel “corpo” delle bozze, senza alcun segno in margine! E le novella uscirono con tutti gli errori di stampa; errori che, uniti fraternamente a quelli originali, mi procurarono l’incancellabile fama della più sgrammaticata delle scrittrici europee. Ma a confortarmi delle critiche, oltre che alle lettere di ammiratori e al bel sonetto Nell’Azzurro, di un poeta compaesano, subito imparato a memoria e recitato persino alla notte come un preghiera, e adesso, ahimé completamente dimenticato, vennerò i soldini dell’Editore. Cinquanta lire in lettera raccomandata. Era azzurro anch’esso, il bel foglietto nuovo, con figure che mi sembrava rappresentassero le potenze della vita. Quanti sogni, quanti progetti, che orgoglio, che soddifazione di conquista! Ne sono venuti, dopo, di bei foglietti grandi e piccolo, divorati subito dal mostro volgare delle necessità quotidiane: nessuno rinnovò l’ebbrezza di quell primo.

E comprai una Bibbia e un velo azzurro. Il velo lo comprai appunto da uno di quei napoletani vestiti da turchi, i cui falsi tappet orientali, svolti al sole nel nostro cortile patriarcale davanti alle serve estasiate attiravano i miei occhi nostalgici come drappi venuti davvero dall’Oriente: e quei piccolo Mercanti girovaghi e imbroglioni mi sembravano i Caldei che con le loro cose “venute di lontano” seducevano anche la donna forte della Bibbia. Del resto li vedo ancora adesso, nel sole della spiaggia, con le loro cassette di coralli, le piume, le collane di ambra scintillanti sulla sabbia: bambine seminude e donne scalze in accappatoio si accovacciano intorno a loro come schiave desiose, misurando i braccialetti, scuotendo le sciarpe, rinnovando l’illusione di una scena biblica. Come non sedurre anche le serve sarde, e le loro giovani padrone? Pagai il velo azzurro con quasi la metà dei miei primi guadagni Letterari, mentre ultimamente la mia cameriera ne comprò uno simile per Quattro lire e novantacinque. Ma me ne servii per anni ed anni. Le roccie del monte Ortobene, lo videro svolazzare coi lembi tesi come le ali azzurre dei miei sogni verso il mare e il Continente: i violacei crepuscoli d’autunno lo videro cader floscio, come rassegnato all’esilio, sul davanzale della mia finestra di Nuoro. Un giovane poeta passava, sollevava i begli occhi di santo bizantino e forse, come un vero poeta di cui allora si ricordavano ancora i versi, aveva pietà della mia noia,

Sempre vi vedo, se il desio mi spinge
Della montagna sulla via maestra…

Mi scrisse una, molte lettere, con inchiostro rosso, su carta listata di nero, i colori della passione e della morte: ed erano così disperate che mi davano un senso di delizioso terrore. Come non rispondere? Ma un giorno lessi Jacopo Ortis e con umiliazione mi accorsi che le lettere del mio adoratore erano tutte copiate dal libro fatale. Da quel giorno data il mio disprezzo personale per tutto ciò che è plagio.

Il velo azzurro avvolse altri sogni, nascose altre delusioni: impallidì come il cielo all’alba quando comincia la divina realtà del giorno; ma più si sciupava più mi piaceva; come la vita.

Una sera di marzo, a Cagliari, io e mio marito c’imbarcammo per Napoli. Lasciavo finalmente la Sardegna, ed ero sposa, ero felice. Dalle colline fiorite di narcisi il vento mi portava l’ultimo salute dell’Isola, e la città scintillava di lumi come un castello ove si fosse svolta la mia festa nuziale. Curva sul ponte, col mio antico velo ancora al collo, piangevo, e mi sembrava fossero le mie lagrime a cadere sull’acqua del golfo e a farla brillare. Addio, patria, addio, faciullezza. Ma il vento mi portò via il velo e non fu possibile riprenderlo: volava davanti al piroscafo e pareva avesse fretta di arrivare, ma a un tratto si stese sull’onda e si confuse.

Adesso, mentre scrivo, il vento di ponente increspa il mare e par lo spinga lontano a sventolare sull’orizzonte, velo immense svolazzante sull’orlo della terra tutta bionda di messi e incoronata di oleandri e di grappoli acerbi: i miei due bambini giocano sulla spiaggia e i loro gridi di gioia si fondono con la voce delle onde; e il mare che par si avanzi con desiderio ad accarezzare i loro piedini mi sembra ancora il mio velo azzurro increspato dal vento dei sogni.

THE AZURE VEIL

Grazia Deledda

Every time I find myself facing the sea—like today— azure and rippled like a veil by the western wind, I remember my first satisfactions as a writer and as a woman.

I was thirteen; I had already written a book, which is easy at that age; and I had found a publisher—which is difficult even for older authors— who would pay me! The title of the book was Nell’azzurro, short stories for children. I can’t remember the stories—I’ve forgotten so many, even the more recent ones!— but I remember that the publisher sent me the proofs in an envelope he had written himself, and I cherished those long strips of frayed paper, and I kept them in a drawer, convinced they were a gift from my Patron, but I couldn’t understand why they were printed so strangely: some were covered densely from top to bottom, others were just half a page long, and others still held only a few lines.

Dear me! I had never seen a proof before, and no one I knew could explain what I had hidden in my drawer, like a farmer near his breast, a viper in my bosom.  But the editor sent other proofs with question marks, which began to worry me. What was I supposed to do? I wrote back saying I had received them. My Patron answered, a bit sarcastically, that not even Carducci took so long to correct proofs: he suggested I send the corrections if I wanted the project to move forward.

And I corrected: erasing, adding, but I did it in the “body” of the proofs, not in the margins! And the short stories were published with the printing errors, errors which, together with the original ones, got me the indelible reputation for being the most ungrammatical writer in Europe. But to make up for the criticisms, along with the letters from my admirers, and a beautiful sonnet called Nell’azzurro by a poet from my hometown—which I immediately learned by heart and repeated to myself every night like a prayer, a poem I have now, alas, forgotten— was the money I received from the publisher: fifty lire in a registered envelope. It was azure too, brand new and covered in images I was sure represented the possibilities of life. So many dreams; so many projects, and pride, and the satisfaction that comes with achieving something! More money came afterwards, in notes large and small, and devoured immediately by that monster called basic necessities; but none produced in me the thrill of the first.

And I bought a Bible and an azure veil. I bought the veil from one of those men from Naples who dress like Turks and whose fake oriental carpets, when unrolled in the sunlight in our patriarchal courtyard before our ecstatic domestics, attracted my nostalgic eyes as if they did actually come from the Orient. Those small merchants, itinerant and deceitful, were like Chaldeans who, with their things “from distant lands”, were able to seduce even the strong women of the Bible. I can see them still today, on the sunny beach with their cases of coral, their feathers, their shiny amber necklaces laid out on the sand: semi-naked girls and barefoot women in bathrobes would bend down around them like desirous slaves, trying on the bracelets, shaking out the scarves, renewing the illusion of a biblical scene. How could they not seduce even the Sardinian domestics, along with the young women they attended to? The azure veil cost me almost half the money I had received from my first literary efforts, while my domestic, in the end, bought a similar one for four lire and ninety-five cents. But I wore the veil for years and years. The rocks of Mount Ortobene watched as it fluttered, the corners stiff like the azure wings of my dreams, towards the sea and the Continent; and the violet autumn dusk watched as it fell limp, as if resigned to the exile, onto the ledge of my window in Nuoro. A young poet passed, raised his beautiful eyes, the eyes of a Byzantine saint, and perhaps, like a real poet whose verses I then remembered, had pity on my boredom,

Forever I see you, should desire drive me,
Of the mountain on the main path…

He wrote me one, many letters, in red ink, on black lined paper—the colours of passion and death— and they were so desperate that they gave me a sense of delicious terror. How could I not respond? But one day I read Jacopo Ortis, and in shame I realized that my adorer’s letters had been copied from that grave book. That day marked the beginning of my personal repulsion for any kind of plagiarism.

That azure veil enveloped other dreams and hid other disillusions: it faded like the sky at dawn when the divine reality of the day arrives; but the more threadbare it became, the more I liked it, like life.

One evening in March, in Cagliari, my husband and I boarded a ship for Naples. I was finally leaving Sardinia, and I was a bride, and I was happy. From the daffodil covered hills, the wind was sending me one last goodbye from the Island; and the city shone with lights like a castle that had hosted my wedding feast. Bent over the deck, with my ancient veil around my neck, I cried, and it seemed as if my falling tears on the water of the gulf were what made it glimmer. Goodbye, homeland; goodbye, childhood. But the wind swept my veil away, and there was no way to get it back: it flew in front of the steamer, and it seemed in a hurry to arrive, but then it lay on a wave and was one with it.

Today, as I write this, the western wind ripples the sea, and it seems to push it far away to flutter on the horizon, an immense flapping veil on the edge of an earth blond with wheat and crowned with oleander and unripe bunches: my two children play on the beach, and their cries of joy merge with the voice of the waves; and the sea that seems to approach eagerly to caress their tiny feet reminds me again of my azure veil, rippled by the wind of my dreams.

Translation ©Matilda Colarossi

This brief memoir by Grazia Deledda can be found in the book, Onoranze a Grazia Deledda, published by the town of Nuoro to honour the author, the only Italian woman ever to win the Nobel prize in Literature.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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