da Conversazioni in Sicilia

Elio Vittorini

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.
[…]
Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro. Così un topo, d’un tratto, non era più un topo in me, era odore, sapore, cielo e il piffero suonava un attimo melodioso, non più lamentoso. Mi addormentai, mi risvegliai e tornai ad addormentarmi, a risvegliarmi, infine fui a bordo del battello-traghetto per la Sicilia.

“Un siciliano non mangia mai la mattina,” egli disse d’un tratto.
Soggiunse: “Siete americano, voi?”
Parlava con disperazione eppure con soavità, come sempre era stato soave anche nel disperato pelare l’arancia e nel disperato mangiarla. Le ultime tre parole disse eccitato, in tono di stridula tensione come se gli fosse in qualche modo necessario, per la pace dell’anima, sapermi americano.
“Sì,” dissi io, vedendo questo. “Americano sono. Da quindici anni.”
[…]
Poi aspettando vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte. Udivo le zampogne, le campane da capre e voci per la gradinata di tetti e per la valle, e fu molte volte che me lo chiesi mentre in quell’aria guardavo l’aquilone. Questo si chiama drago volante in Sicilia, ed è in qualche modo Cina o Persia per il cielo siciliano, zaffiro, opale e geometria, e io non potevo non chiedermi, guardandolo, perché davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre, per l’uomo.
O forse sarebbe pericolosa? Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezza di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha da noi. La morte c’è, ma non toglie nulla alla certezza; non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte dell’uomo. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo, uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? uno si chiede. Che farei, che farei? mi chiesi.

from Conversation in Sicily

Elio Vittorini

That was the terrible thing: the calm in the unhope. Thinking humanity was lost and not having the drive to do anything about it, the desire to lose myself, for example, with it.  I was stirred by abstract furies, not in my blood, and I was calm, and desired nothing. I didn’t care that my girlfriend was waiting for me; going to her, not going to her, or leafing through a dictionary was one and the same; going out with friends, or other people, or staying at home alone, was one and the same. I was calm; I felt like I’d never lived a day, nor ever understood what it meant to be happy, as if I had nothing to say, to affirm, to deny, nothing of my own to bring to the table, and nothing to listen to, to offer, and no inclination to receive, and it was as if I had never, in all my years, eaten bread, drunk wine, or coffee, slept with a woman, had children, come to blows with anyone, or even thought this possible, as if I had never had a childhood in Sicily among the prickly pears and the sulfur, in the mountains; but inside I was stirred by abstract furies, and I considered mankind lost, I hung my head, and it was raining, I spoke not a word to my friends, and the water was seeping into my shoes.
[…]
Then I travelled by train through Calabria, it started to rain again, to become night, and I recalled the journey, me, a young boy, in one of my ten flights from home and from Sicily, travelling up and down that land of smoke and tunnels, and the indescribable whistles of trains waiting, at night, at the mouth of a mountain, before the sea, and places with names from ancient dreams, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro. A mouse was, suddenly, no longer a mouse in me, it was smell, taste, sky, and for a moment the fife no longer played querulously, but melodiously. I fell asleep, awoke and fell asleep again, and when I awoke, finally, I was on the ferry to Sicily.

“A Sicilian never eats in the morning,” he said suddenly.
And added: “Are you American?” His tone was both desperate and suave, the same suavity he used in the desperate peeling of the orange and the desperate eating of it. He spoke the last three words excitedly, in a tense piercing voice, as if it were in some way necessary, for his peace of mind, for me to be American.
“Yes,” I said, understanding this.
“An American. For the past fifteen years.”
[…]
Then,
 as I waited, I saw a kite rise from the valley, and I watched it pass over me in the midday sun, and I asked myself why, after all, the world couldn’t always be the way it is when we are seven, One thousand and one nights. I could hear the bagpipes, the goat bells and the voices on the rooftops and in the valley, and I asked myself that question more than once as I watched the kite in that sky. It’s called a flying dragon in Sicily, and in a way it is China or Persia for the Sicilian sky, sapphires, opals and geometry, and I couldn’t help asking myself, while watching it, why, in fact, the faith of a seven-year-old didn’t continue to exist, for man. Or would that perhaps be dangerous? At seven, miracles are everywhere, and because of their nudity, because of woman, one finds certainty there, as I suppose she too, our rib, finds it in us. Death exists, but it does not detract from certainty; it, therefore, never brings offence to man’s One thousand and one nights. As a child, all one asks for is paper and wind; all one needs is to fly a kite. He goes out and tosses it into the air; and what rises from him is a cry, and the child guides it through the spheres on a long invisible string, and so his faith consummates, celebrates certainty. But what would he do with certainty afterward?  Afterward, one learns of the offence given to the world, the wickedness, and the oppression, the injustice among men, and life’s earthly profanation of humanity and the world. What would he do then if he had his certainties? What would he do? one asks himself. What would I do, what would I do? I asked myself.

Translation @Matilda Colarossi 2018

There are books I love and which accompany me on train rides. Conversazione in Sicilia is one of these books. I have read it numerous times, but keep finding things I missed the first, second, third time I read it. I hope that today, in this tiny translation, I have done it justice. – M.C.

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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